DISCLAIMER: Questa storia è di pura fiction e non intende alludere agli orientamenti sessuali, alle esperienze personali o alla vita privata dei protagonisti.




Ti direi che non mi frega un cazzo
Delle tue paure
Ho già le mie che urlano più forte, più forte
Solo una cosa
Io sto male

‘Ti direi’ - Velvet


TO WAIT, L'ATTESA

Dalla sua posizione nella penombra di uno degli ultimi tavolini, l’aveva notato non appena aveva messo piede nel locale.
Alto, spalle larghe. Fisico asciutto.
Un jeans sdrucito e una maglietta aderente. Giacca di pelle.
Biondo. Capelli lunghi e legati. Barba incolta. Un po’ abbronzato.
Sulla passata quarantina. Decisamente attraente.
Aveva chiesto l’ordinazione al barista con aria di annoaita sufficienza. E aveva allungato sul bancone una banconota da cinquanta dollari. Per cominciare…
A volerla dire tutta sembrava uno che aveva già bevuto parecchio.
Il ragazzo si passò le mani tra i capelli lunghi.
Un luccichio ferino negli occhi.

Era la pioggia. O forse il freddo.
Si, il freddo certamente.
La folla del locale non contribuiva a scaldare l’ambiente.
O più probabilmente era lui a risentirne, vestito com’era in modo non consono all’inverno incipiente.
E non solo il freddo del fisico, quell’inverno delle ossa, quell’abbraccio del vento. No. Era peggio.
Era il freddo nella mente. Quella corrente di gelata solitudine.
Ma soprattutto, più del dolore, più del rimpianto, più dell’amarezza, era la rabbia. Lo inquietava.
Gli mordeva la carne. Gli toglieva il sonno e lo lasciava spossato.
Improduttivo, incapace di scrivere, di dipingere di fotografare. Lo lasciava inutile, vuoto. Arido.

L’osservò mandare giù tutto d’un fiato il contenuto del suo bicchiere. Ordinarne un altro. Tracannarlo con lo stesso impeto. Chiedere poi, a giudicare dalla trasparenza del colore, una tequila.
I suoi occhi si sgranarono leggermente, incupendosi di desiderio quando lo vide leccare il sale dal dorso della sua mano e mordere lo spicchio di limone. Sputare un paio di semini e ingoiare.
Gli ricordò, per una strana associazione di idee, una buona fellatio.

Il limone gli bruciò sulle labbra screpolate.
Lui, Viggo. Era sempre stato un artista versatile. Un’anticonformista.

Il ragazzo si spostò dal tavolino d’angolo al bancone.
L’altro, il biondo, si guardava intorno, alla ricerca di qualcosa. Una perduta ispirazione?
Ordinò una birra e si mantenne al di fuori del campo visivo dell’altro uomo, controllando attentamente le sue mosse.

Si era sempre considerato un uomo di iniziativa, di coscienza. Di idee. Brillante, lucido, carismatico.
Capace di affascinare intere platee cinematografiche e gruppetti sparuti di amici con quel suo timbro basso, roco, vagamente impostato.
Capace di impersonare eroi e anti-eroi. Buoni e cattivi. Sempre credibile, in sintonia con i suoi personaggi.
Empatico.
Spirituale, sicuramente insondabile. E profondamente terreno per quel suo amore per la vita in ogni suo aspetto più recondito. Per quella sua vena sottile di follia che a volte gli consentiva di vedere ciò che nessun altro vedeva.
Uomo Viggo. Uomo nel senso più netto del termine.
Passionale. Ossessivo. Egoista nel suo amore. Accentratore nel suo sentimento.
Si, certamente così se lo ricordava Orlando…

Il ragazzo si leccò le labbra. Richiamò il barista e si fece portare una seconda bottiglia di birra. Questa volta la sorseggiò piano.

Sollevò un’altra volta il bicchiere. I rumori di quell’anonimo bar facevano da sottofondo al suo silenzio interiore. Alla sua scarsissima voglia di razionalizzare ancora.
Di chi era la colpa quando una storia finiva?
Mia, sua. Degli altri.
Fin quando si poteva andare avanti a sperare, fin quando l’amore rimaneva l’amore ma smetteva di essere abbastanza?
Per sempre, forse no, chissà, forse domani…
Se qualcosa fosse andato diversamente, se si fosse impegnato di più?
Se lui, se io, se noi…

Si accorse che alla sua destra il suo amico gli faceva un segno.
“Bel tipo. Ottima scelta.” Gli disse, indicando l’uomo biondo al bancone intento a tracannarsi l’ennesimo bicchiere, con gli occhi.
“Dici?”
“Se non ci vai tu, ci vado io…” gli aveva risposto l’amico facendo balenare la lingua tra i denti.

Fece cadere il bicchiere sul bancone, facendone rovesciare il contenuto. Il barista si affrettò a riempirglielo di nuovo.

Il ragazzo si spostò verso il biondo con calma apparente. Sondando le impressioni che provenivano da quell’uomo. Gridavano. Tutto in lui gridava. Eppure era così silenzioso…
“Posso farti compagnia…”

Un giovane ragazzo abbronzato e attraente gli si avvicinò, chinandosi verso di lui per sussurrargli fitto all’orecchio.
Viggo, con noncuranza ascoltò la frase di rito che sottintendeva una proposta nemmeno troppo velata. Negli anni ne aveva ricevute a centinaia. Ora, con la sua reputazione di uomo ambiguo, perfino più di prima…
Eppure… eppure questo non poteva averlo davvero riconosciuto. Viggo, soprattutto al momento, passata l’ondata di notorietà post-Aragorn, aveva una fama relativa. Era, lui, come un prodotto di nicchia: per intenditori.
Si sporse sullo sgabello incurante, afferrandogli la mascella, pronto a baciare un perfetto sconosciuto.
Uh, si… perché no…
In quell’ultimo fuggevole attimo di lucidità, Viggo si rese conto di essere veramente ubriaco.

“Ho della roba buona amico!” Gli aveva sussurrato all’orecchio il ragazzo, trascinandolo per mano fino al vicolo dietro il locale. “Coraggio, ti faccio un buon prezzo. E poi dopo potremmo andare a divertirci…” aveva insistito, lasciandosi infilare le mani sotto la maglietta.
Viggo, come tutti quelli della sua generazione, aveva alle spalle la sua dose di stravizi. Si era drogato. Aveva fumato erba. Aveva scopato con perfetti sconosciuti, senza prediligere particolarmente un sesso o l’altro. Oh, si, threesome, gangbang… non c’era niente che questo ragazzino potesse proporgli che lui non avesse già provato…
Così, forse per noia, forse per trasgressione in memoria dei tempi d’oro. O forse solo per mettere a tacere quella pulsazione fastidiosa nel retro del suo teschio e al centro della sua cassa toracica. Gli sembrò una buona idea…
Uh, si. Perché no…
“Quanto?” modulò la sua voce in un ansito cercando di sembrare lucido.
Il ragazzo gli bisbigliò il prezzo all’orecchio. “E’ pura, amico. È roba di qualità. Non te la sei mai fatta di così buone, credimi!”
Senza battere ciglio, Viggo gli mise i mano i soldi e l’altro gli mise in mano una bustina trasparente.
“Andiamo a casa tua? Ti dà una bella botta quella!” gli disse il ragazzo, guardandolo mentre tirava su col naso.
Uhm. Si sorprese Viggo. Anni e ancora si ricordava come si faceva… certe abitudini dure a morire…
“Ho la macchina.” Disse al ragazzo “Vieni.”
Questi gli passò il braccio attorno alla vita e lo sorresse fino a quando lo sentì armeggiare con le mani nelle tasche dei pantaloni.
Lo scroscio d’acqua era sempre più fitto. E se nel vicolo erano stati riparati dalla tettoia del retro del locale, ora avanzavano sotto una pioggia violenta.
Il clic di un allarme che si disinseriva gli mostrò in quale direzione andare.
Il ragazzo guardò l’auto con interesse. Ma Viggo, lo sguardo appannato, i sensi nebbiosi di una sbronza e i primi effetti della cocaina, non se ne accorse.
“E’ proprio un gioiellino, amico. Cos’è?”
“Una maserati.” Aveva biascicato Viggo, faticando ad articolare le parole. A stare al passo dell’altro.
“E quanto costa? Sicuramente una fortuna…”
“Parecchio. L’ho comprata in Europa.”
“Deve valere na bella sommetta amico…”
Viggo non si rese conto dello sguardo di cupidigia e derteminazione che transitò negli occhi dell’altro.
E nemmeno sentì il primo pugno che lo sorprese, il secondo che lo stordì o il terzo che lo mise knock out.
E non sentì nemmeno l’asfalto duro aggredirlo alla schiena o il brillio accecante di un paio di fari o il rumore di una sgommata e la puzza di benzina.
No. Viggo non vide e non sentì più nulla.

***

Non avrebbe saputo dire quanto a lungo fosse durato lo svenimento.
Ma a svegliarlo da quel suo stato di torpore indotto fu ancora una volta il freddo.
Viggo era disteso nelle pozzanghere di fango, nel mezzo di quel parcheggio deserto accanto al posto una volta occupato dalla sua auto.
Tossì. Represse un conato di vomito. La testa gli girava e faticava a orientarsi. In quelle condizioni scoprì che tirarsi su e camminare era praticamente impossibile.
I vestiti impregnati di pioggia e irriggiditi dal gelo nutturno sembravano avvolgerlo in una corazza ghiacciata.
Tossì ancora e si rivoltò sul fianco, sputando un grumo di sangue.
Però, bel gancio…
Non faticava a cedere che tra poco avrebbe perso nuovamente conoscenza…
Ebbe l’accortezza e una remota lucidità per tastarsi le tasche e controllare se non fossero spariti anche portafoglio, documenti, chiavi di casa e cellulare.
No. C’erano.
Il balordo probabilmente si era accontentato dell’auto. E non aveva scoperto, per sua fortuna, di avere tra le mani una potenziale storiella da raccontare anonimamente ai giornali scandalistici.
Ma ora Viggo aveva il problema impellente di come tirarsi fuori da quel diluvio universale senza che questo includesse muoversi di sua volontà.
Sentendo avvicinarsi di minuto in minuto il momento dell’incoscienza cercò di accendere il suo cellulare. Speranzo ingenuamente che potesse essere ancora funzionante. Si sbagliava. Un segnale lampeggiante stazionava sul display. Inservibile. Tutta quell’acqua, o forse una botta quando Viggo era caduto, l’avevano danneggiato.
Si chiese cosa potesse fare. E non si accorse di scivolare ancora nello stordimento.

La sensazione di disorientamento, quando si riprese, fu la stessa.
Non tanto incredibile come nessuno l’avesse ancora trovato in quella zona e a quell’ora. Nei parcheggi deserti in piena notte ci andavano solo le coppiette che non potevano permettersi un motel e i drogati.
Se non fosse stato così sofferente, probabilmente ne avrebbe riso.
La pioggia era cessata ma si era alzato un vento impietoso.
Viggo riagguantò il cellulare sperando che si fosse miracolosamente riattivato. Morto. Qualcosa in quei circuiti elettronici aveva ceduto. Forse la batteria.
Fu la forza della disperazione a rimetterlo in piedi. Con la consapevolezza che se fosse rimasto per il resto della notte all’aperto in quelle condizioni avrebbe potuto morirne.
Barcollò fin dove potè. Fortunatamente il bar da cui era uscito non sapeva più quanto tempo prima non era lontano.
Vacillò, malfermo sulle gambe, continuando ad avanzare rasente i muri.
“Ehy, amico, stai bene?” gli gridò il barista quando lo vide comparire all’ingresso del bar semi-deserto.
“Una telefonata.” Gracchiò lui senza rispondere.
“Sei sicuro amico? Sarebbe meglio un’ospedale…”
“Una telefonata, ho detto”
Il barista mollò il colpo. “Va bene amico.
Ma io non voglio impicci sia chiaro!” Gli lanciò una monetina “La telefonata a mio carico.” Gli disse indicandogli il telefono a gettoni nell’angolo.

Viggo si tastò la fronte, crollando sullo sgabello vicino al telefono. Aveva la febbre, dolori ovunque e stava congelando. Si sentiva la gola gonfia e anche sussurrare diventava troppo doloroso.
Chi avrebbe dovuto o potuto chiamare? Valutò e scartò immediatamente la polizia. Cosa avrebbe detto? ‘Salve sono Viggo Mortensen, si, proprio io. No, niente autografi, grazie. Volevo denunciare un furto. Com’è avvenuto? Semplice, ero drogato e ubriaco e me ne stavo andando a casa con un ragazzo. Per scopare. Si, ha capito bene agente, con un ragazzo. E poi che è successo? Bhe, il ragazzo in questione ha ritenuto più allettante stendermi e rubarmi l’auto che venire a letto con me. Vogliamo parlare di come questo mi fa sentire?’
No, meglio di no.
E allora chi? Suo figlio?
Per dio, a Herry sarebbe venuto un colpo, avrebbe dato i numeri (probabilmente più per la sparizione della Maserati, che non per le sue effettive condizioni di salute) e tutto sommato non se la sentiva di mettere un diciottenne nella condizione di dover gestire un padre drogato, ammaccato, malato e ubriaco fradicio…
Se l’avesse detto alla sua ex moglie, poi, come minimo avrebbe dovuto triplicarle gli alimenti…
E quando decise che avrebbe dovuto chiamare uno dei suoi amici e pregarlo di venire a tirarlo fuori dai guai, smise semplicemente di ragionare.
E risolse, con una logica da ubriaco inappellabile, che era tutta colpa sua. E che quindi, se era colpa sua, si sarebbe dovuto sorbire le conseguenza di quello che l’aveva costretto a fare.
E chiamò Orlando.

La telefonata doveva essere stata surreale.
In vaghi sprazzi di memoria ne ricordava qualche estratto.
“Orlando..”
“Chi parla?”
“Orlando.”
“Viggo, perdio! Sai che ore sono?”
No, non lo sapeva. E, in effetti, non gliene fregava un cazzo.
“Non me ne frega un cazzo.” aveva risposto molto diplomaticamente “Mi sembra di morire.” aveva poi aggiunto. “Viggo, non puoi chiamare a casa mia ogni volta che ti gira. Perciò ti do un consiglio, fatti una doccia, rimettiti a letto e dormici su! Qualunque cosa sia, se domani avrai ancora voglia di parlarmene, e io avrò ancora voglia di ascoltarti, lo faremo.”
A quel punto aveva iniziato a ridere.

È uno con le palle il mio ragazzo…

“Viggo, coglione, che cazzo hai da ridere! Viggo?”
Aveva riso ancora più forte. E poi si era sputato un polmone, tenendosi la cornetta contro il torace. E forse dall’altra parte Orlando poteva aver sentito i battiti del suo cuore impazzire, accellerare e poi stordirlo.
“Viggo! Oh cazzo Viggo, dove sei?” Oh.. quella era una delle tante cose che si era sforzato di dimenticare…
Aveva dimenticato che Orlando era capace di riconoscere i suoi stati d’animo solo da pochi particolari. E non aveva affatto considerato che una telefonata nel cuore della notte con lui in uno stato di alterazione mentale avrebbe potuto spaventarlo a morte… come sopra, in effetti, non gliene fregava un cazzo.
“All’inferno. Sono all’inferno baby. Sei sooorpreso?” aveva biascicato. Ed era scoppiato a ridere nuovamente. E poi quasi a singhiozzare. E poi ancora a ridere. E poi, sfinito, aveva avuto come un’attacco d’asma. E si era sentito strappare di mano la cornetta dal barista ficcanaso.
L’aveva sentito comunicare con voce seccata l’indirizzo e poi dire un paio di frasi spicciative per chiudere la comunicazione.
E poi, ancora una volta, non aveva visto né sentito più nulla.

***

Era uscito di fretta, indossando una tuta stinta e uno sciarpone, ingabbiando i suoi riccioli sotto una visiera da baseball. Sperando che tutto quello bastasse a renderlo irriconoscibile.
Quando vide il barista sperò vivamente che non fosse tra i suoi fans.
O tra quelli di Viggo.
“Dov’è?” si limitò a chiedere. E l’altro, con l’aria di chi vedeva situazioni come quella ogni sera, lo portò nel retro, grande quanto uno stanzino. Viggo era privo di sensi sopra una branda arrugginita.
Orlando non potè sopprimere il moto di preoccupazione che lo investì come un male fisico. Viggo. Quello era Viggo. Che non perde mai il controllo. Che rimane sempre lucido. Che era successo per ridurlo così?

All’inferno. Sono all’inferno baby.

“Da quanto è in questo stato? Perché non ha chiamato un’ambulanza, non vede che sta ovviamente male?”
Il barista fece spallucce. “L’ho detto al tuo amico che doveva andare all’ospedale. Ma non ha voluto! E poi non volevo guai, ragazzo. Portatelo via se non vuoi che vi sbatta fuori tutti e due. Mi avete già rovinato la serata! E c’è il conto da pagare!” mentì.
Sbuffando Orlando prese dal portafogli una banconota da cinquanta dollari e gliela allungò. L’altro denudò i denti in un ghigno. “Dolcezza con quelli non ci paghi nemmeno la metà dell’alcol che si è scolato.”
Orlando sollevò gli occhi al cielo. Già stufo di quella che sarebbe stata, ne era certo, una lunghissima notte.
“Senti amico non so se pensi di avere un pollo da spennare sotto le mani, ma da me non avrai un altro centesimo.
Perciò fatteli bastare. Quanto a lui” indicò Viggo con il mento “Adesso farai il bravo e mi aiuterai a portarlo fino alla mia auto. Siamo intesi?”
Il barista afferrò la banconota e se la infilò nel grembiule. “Sicuro dolcezza.
“Un’altra cosa…” Orlando gli si avvicinò con movenze feline e puntò un ginocchio contro il suo stomaco prominente. “Chiamami ancora dolcezza e troverò il modo di farti afferrare che sono un tipo suscettibile!”

Schiarirsi le idee guidando era la soluzione migliore in quel momento.
Viggo, la cintura che gli sosteneva il petto ansante e il capo reclinato, era ancora svenuto sul sedile accanto. Di tanto in tanto sollevava le palpebre, guardava Orlando e, forse sentendosi rassicurato, ripiombava nel suo stato di torpore. O forse semplicemente non pensava nulla, e quelli non erano che spasmi muscolari. Che non centravano niente con la fiducia che poteva nutrire per lui.
Fiducia.
Una bestemmia in una situazione come la loro.
Dopo che lui aveva fatto sapere tramite i tabloid di mezzo mondo di essere ancora fidanzato con quella sua ragazza…
Merda. Una situazione di merda, la sua.
In cui Viggo non centrava niente.
Viggo era solo l’amore della sua vita troppo ingombrante e troppo assoluto per poter venire gestito. Viggo era l’amore che dovevi vivere. Non tentare d’incasellarlo. Poteva finire una storia per troppo amore? Si poteva essere così stupidi da sentirsi soffocare dal troppo amore, da averne paura? Orlando se lo chiese, fermo al rosso di un semaforo a un incrocio deserto. E si toccò la fronte, pensieroso. E poi, per associazione d’idee, quella di Viggo.
Trovandola sempre più calda.
I vestiti inspiegabilmente bagnati, gli si stavano asciugando addosso e in quelle condizioni rischiava seriamente un’attacco d’ipotermia.
Decise che se ne fotteva se era ancora rosso e infranse tutti i limiti di velocità per raggiungere il suo appartamento in meno di venti minuti.

Io lo amo.

Si disse.

Non ho mai smesso. E non riesco più a ricordarmi quando ho cominciato…

“Allora perché…” sussurrò a voce bassa, mentre fermava l’auto nel garage interno, finalmente arrivato al suo appartamento “Perché ti ho lasciato andare via?”

***

La prima cosa che fece, dopo aver sistemato Viggo sulla poltrona più vicina alle scale, fu di togliergli di dosso il giaccone di pelle, rigido e sporco.
Assicuratosi poi che Viggo non cadesse, andò ad afferrare una forbice dalla cucina. Senza troppi riguardi gli tagliò i lacci delle scarpe, ormai impossibili da sciogliere, e le scalciò via in un moto di rabbia.
Il suo pazzo, pazzo Viggo. Che sembrava l’epitome della pacatezza e poi faceva cose assolutamente incomprensibili come andare a sbronzarsi in una bettola e prendere in testa tutta l’acqua che dio mandava! Con pazienza cercò di scuoterlo.
“Viggo… hai la febbre. Dimmi se ti fa male qualcosa…”
Fu allora che lo vide. Sollevandogli con dolcezza la testa e tirandogli indietro ciuffi ribelli di capelli biondicci dal viso. Un bell’occhio nero.
Prima non l’aveva notato per la fretta di portarlo via e di guidare.
Il panico, come a volte gli capitava quando sentiva di non poter gestire al meglio una situazione, lo invase.
Respira Orlando. Uno, due, tre. Respira. Calmati. Devi rimanere presente a te stesso.
“Viggo, che è successo, amore?” Poteva chiamarlo amore? Credeva di si. In fondo lui domani non se ne sarebbe nemmeno ricordato.
Viggo ebbe uno scatto. E iniziò nuovamente a tossire.
“Ho freddo” disse battendo i denti con occhi spiritati.
E Orlando si fece forza e cercò di ragionare razionalmente.

Va bene certo, ha bevuto. Non so quanto e non so cosa. E forse ha preso delle droghe. E deve essere stato colpito da qualcuno. E sicuramente è rimasto un bel po’ sotto la pioggia. Ma sapere tutte queste cose nello specifico non mi servirà per farlo stare bene.

La prima cosa da fare, sentenziò dopo quel breve dialogo con se stesso, è far scendere la febbre e riscaldarlo.
Si, riscaldarlo. Perché per un assurdo contrasto la fronte di Viggo bruciava e il resto del suo corpo era gelato.
Scartò subito l’idea di dargli dei farmaci.
Se veramente Viggo aveva preso qualche droga e la sua non era solo un’intuizione, poteva essere rischioso mischiarla ad altre sostanze. In bar di quel genere era facile trovarsi in mano una pasticca. Poteva essere ecstasy, lds, poteva essere una di quelle gelatine colorate dall’aspetto innocuo che piacevano tanto alle ragazze. Poteva essere cocaina. Poteva essere tutto e niente conoscendo Viggo.
Orlando lo fece issare in piedi e cercò di sostenerlo meglio che potè passandogli un braccio attorno alla vita. Fecero entrambi con molta calma le scale per arrivare alla camera da letto.
Viggo era un uomo magro. Ma non si poteva certo dire esile. Aveva un fisico prestante, le spalle e il torace larghi. Orlando, al suo confronto era più piccolo. Più minuto.
E gestire il suo peso traballante su per le scale fu una bella prova. Nessuno immagina quanto un ubriaco possa essere difficile da spostare finchè non si trova nella condizione di doverlo fare in prima persona…
Bilanciò il peso di entrambi e depose senza complimenti Viggo ai piedi del letto con un tonfo. Il piumone iniziò a inumidirsi, le lenzuola s’inzaccherarono.
Orlando riprese in mano le forbici che aveva infilato nell’elastico della tuta mentre portava Viggo su per le scale e tagliò, come aveva fatto per i lacci, anche la maglietta aderente. Lo avvolse in un plaid e velocemente tagliò anche la cintura per non perdere tempo con la fibbia. Il tessuto di jeans dei pantaloni irriggidito dal freddo fu più difficoltoso da tagliare e dovette rinunciare all’idea e sfilarglielo canonicamente insieme alla biancheria.
Il corpo di Viggo, esattamente come se lo ricordava, emerse pallido e provato ma in tutta il suo impeto virile.
Orlando scosse la testa per allontanare il desiderio di abbracciarlo, di scaldarlo con il suo corpo. Sentire ancora che gli apparteneva…
Ed era un’idea così attraente. E così sbagliata in quella situazione…
Scalciò i vestiti ghiacciati di lui come aveva fatto con le scarpe. Questi si accartocciarono tra loro, sporcando il tappeto della camera.
Viggo non smetteva di tremare. E per un momento Orlando si sentì soverchiare dalla responsabilità, dall’angoscia. Dalla preoccupazione.
Aveva veramente fatto bene a non portarlo all’ospedale? O quello era stato un’errore fatale? Viggo stava male per via di una sbronza e di un colpo di freddo, oppure le sue condizioni erano più serie? Poteva avere uno shock anafilattico se davvero si era impasticcato?
Tutte quelle domande gli affollarono la mente. E sebbene gli sembrò di rimanere in quell’incertezza come per dei secoli, in realtà quegli interrogativi si succedettero nell’arco di pochi secondi.
E Orlando scoprì di essere molto arrabbiato con Viggo.

Razza di idiota, perché sei venuto da me? Perché non mi rendi le cose facili?
Perché non puoi semplicemente sparire, così che io possa venire a patti con il tuo ricordo, farmene una ragione e andare avanti con la mia vita?
Perché devi sempre tornare fisicamente o nel pensiero?
Perché siamo sempre tu ed io?

Lo avvolse, quasi con rabbia, sicuramente con disperazione, in tutte le coperte che aveva. Cercando di massaggiarlo per riattivargli la circolazione alle estremità.
E toccarlo, toccarlo anche da sopra le coperte, dopo tutto quel tempo di astinenza, era strano, intossicante. Era velenoso. Di sicuro dava assuefazione.
Perché nonostante tutto Orlando ne voleva ancora.

E nonostante i suoi sforzi Viggo ormai era diventato quasi cianotico. Di sicuro stava andando in ipotermia.
Afferrando il cordless con mani tremanti e pronto a fare al 911 la telefonata che gli avrebbe sputtanato la carriera, decise di fare prima un ultimo tentativo.
Non era abbastanza quel calore. In quel momento Viggo aveva bisogno di calore vero poiché da solo il suo corpo non riusciva a tornare a una temperatura normale.
Orlando, cercando di contrastare la sua isteria crescente e l’agitazione causatagli dal dover agire sotto pressione, si assicurò di poterlo lasciare da solo per qualche minuto e molto velocemente fece riempire la vasca da bagno di acqua caldissima.
Lasciando i rubinetti aperti, dopo aver regolato getto e temperatura, tornò in camera. Cercò di riottenere nuovamente l’attenzione dell’altro.
“Viggo, Viggo puoi sentirmi? Adesso faremo un bagno. Così ti riscalderai. Starai bene Viggo, te lo prometto. Vig…” Viggo aveva aperto gli occhi, cercando di mantennersi sveglio. “Dove sono?”
“Sei a casa mia. Va tutto bene.”
Viggo sgranò gli occhi, come se non credesse a ciò che vedeva “Orlando?”
“Si. Sono io.”
E Viggo chiuse gli occhi di nuovo.

Aveva valutato, spostandolo di peso fino al bagno, se fosse stato il caso di entrare nella vasca con lui. Il pensiero, nonostante la situazione fosse del tutto inappropriata (in generale e nello specifico), lo eccitava.
Fece sedere Viggo sul bordo della vasca e con fatica gli fece entrare nell’acqua prima una gamba e poi un’altra. Quando fu sicuro di se stesso, gli fece scivolare il busto contro la vasca e lo vide emanare un discreto sospiro, mentre il colorito quasi immediatamente iniziava a diventare meno pallido.
Non se ne accorse nemmeno. Ma solo quando lo specchio a figura intera del suo bagno gli rimandò l’immagine di un ragazzo nudo, dalle guance colorate e il petto affannato ammise, nel silenzio della camera rotto dal respiro irregolare di Viggo, di non poter stare senza di lui.

Delicatamente e con una dolcezza che per tutta quella interminabile serata non aveva ancora dimostrato, Orlando s’insinuò alle spalle di Viggo. Allargando le gambe, facendo in modo che l’altro, esausto, potesse appoggiarsi contro di lui.
Gli carezzò i capelli, constatando come fosse ora piacevolmente caldo il suo corpo e come la temperatura della fronte non scottasse a livelli allarmanti.
“Oh Viggo…” disse carezzandogli il petto e baciandogli la nuca. Senza sapere veramente quello che diceva. Senza dire quello che veramente voleva dire.
Perché tra loro spesso le parole erano state inutili. Nei momenti migliori superflue. In quelli peggiori, armi a doppio taglio fatte per ferire.
“Mmm…” mugolò Viggo intrecciando le loro dita inconsapevolmente.
Riassestandosi contro il suo petto, infilando l’altra mano tra i loro corpi, riappropriandosi della sua carne.
Orlando soffocò un risolino tra i capelli biondi di lui. Com’era tipico. Prepotente e prevaricatore anche nell’incoscienza… Chissà perché ti amo così tanto, visti tutti i tuoi difetti…
Lo pensò. Ma non glielo disse.

Orlando si concesse di rimanere in quel limbo di vapore, pelle contro pelle e beatitudine fino a che l’acqua mantenne una temperatura calda. Non appena divenne tiepida si forzò ad alzarsi e ad asciugare Viggo prima che potesse riprendere freddo.
Gli parve più lucido mentre, dopo averlo rivestito con uno dei suoi pigiama più larghi e avergli avvolto attorno un plaid, lo costringeva a stare seduto per asciugargli i capelli col phon.
Aveva ancora gli occhi dilatati e lo sguardo spiritato e naturalmente tossiva e starnutiva a più riprese. Ma nel complesso aveva un colorito normale e il termometro raggiungeva appena i trentotto gradi centigradi. Con quelle premesse si sarebbe aspettato di peggio; era stato fortunato.
“Viggo” gli aveva detto poi con un tono a metà tra la canzonatura e la comprensione, quando finalmente erano ritornati a letto “Adesso dormiamo, ma domani avrai molto di cui spiegarmi.”
“Mmphfm.” Mugugnò Viggo senza seriamente articolare le parole e girandosi sul fianco per avvolgergli un braccio attorno alle spalle e portarselo vicino a tradimento. Un gesto così spontaneo, così naturale, così antico tra loro che Orlando non potè fare a meno di sentirsi triste e felice, esaltato e depresso, innamorato e disperato.

***

Viggo fu quello dei due che riposò meglio e più a lungo.
Ma era anche quello dei due che ne aveva più bisogno.
Orlando infatti non riuscì ad addormentarsi fino a poco prima dell’alba. Fino a poco prima che Viggo si svegliasse. Esausto, non si rese conto che Viggo lo raccolse nuovamente contro di sé, posandogli il mento tra i capelli bruni e ispirando profondamente il suo odore. Anche quello una loro abitudine, una memoria di mattine luminose o cupe e corpi intricati e odore di buono.
Il mal di testa che colse Viggo, feroce e previsto, almeno gli restituì in un colpo lucidità e consapevolezza.
Gli strascichi della notte precedente non tardarono a manifestarsi. Si sentiva stordito, oppresso da un senso di pesantezza che gli occludeva i polmoni e gli sembrava di tremare e sudare allo stesso tempo. In un moto di consapevolezza indovinò, più che effettivamente ricordare, gli eventi della notte precedente dal momento in cui era apparso Orlando. E infatti si sentì grato di ritrovarselo effettivamente addormentato al fianco.
Sarebbe stato così patetico averlo solo sognato…
Orlando, il letto di Orlando, il corpo sinuoso, elegante e sottile di Orlando intrecciato al suo. Gli odori, i colori, la grana della pelle di Orlando. Il suo respiro, il suo calore. Il mugolio leggero ed intrigante che emetteva quando dormiva sonni profondi.

Dio quanto gli era mancato tutto questo…

Ed esattamente come la notte prima, ma lui non poteva ricordarselo, che fu naturale, spontaneo stringerlo a sé. Di più, fu un bisogno. Una necessità.
Quell’intricata matassa di capelli e pelle, quel cuscino di carne sotto di lui, era la sua ossessione privata. La sua ispirazione d’artista. Il suo tormento, la sua idea assillante. L’incarnazione dei suoi desideri.
Ed era folle, era un sognatore se sperava di poter rimanere per sempre con lui, in quel letto, congelando quell’istante se necessario?
Era disilluso, cinico se sapeva che non poteva essere così?
Gli baciò la tempia e poi lievemente la bocca. Non voleva svegliarlo, non voleva rispondere alle inevitabili domande, essere costretto a razionalizzare, lasciare che la quotidianità si riprendesse quella notte rubata che il caso, una sbronza e un balordo gli avevano regalato.
Viggo ne era sicuro, finchè Orlando fosse rimasto addormentato tra le sue braccia tutto sarebbe stato perfetto.

***

Quando Orlando si svegliò intravide sopra di sé, negli occhi di Viggo, il grigio-azzurro del cielo offuscato.
“Che ore sono?”
Bene, annuì Viggo. Meglio concentrarsi sulle banalità. A quelle sapeva rispondere. Cazzo, no! In effetti non sapeva rispondere neanche a quelle. Il suo fottuto orologio si era fermato…
“Non lo so. E’ importante?”
Orlando scosse la testa. Fece per parlare e poi scelse il silenzio, districandosi lentamente, senza imbarazzo. Aprì di nuovo la bocca.
“Si se stai per andare via.
Viggo, quasi come se avesse difficoltà a respirare, si concesse il tempo di pensarci.
“Non sono io che me ne sono andato” disse poi, scegliendo di puntualizzarlo con una luce quasi cattiva negli occhi. Non stavano più parlando di ora. Quello era il passato. Quelli erano ricordi spiacevoli.
Orlando scivolò sopra le coperte con la sua grazia felina, finendogli sopra, tenendogli fermi i polsi.

Ricordi spiacevoli per entrambi…

“Non sono io ad averti mandato via.”
Mormorò sulla bocca dell’altro, una gran voglia di ferire nella voce.
“Hai ragione. E’ semplicemente finita. Buffo, non ricordo più perché…” rispose Viggo a quella provocazione indiretta. Con indifferenza. Distacco e sufficienza.
“E chi lo sa…” Orlando gli strinse i polsi fino a fermare la circolazione. Gli piantò le ginocchia contro i fianchi, senza risparmiargli il suo peso.
Senza risparmiargli nulla.
“Forse non ti amavo abbastanza. Forse, invece, non mi amavi abbastanza tu…” soffiò sulla sua pelle come un gatto selvatico.
Viggo non reagì. Non voleva. E non poteva.
“Per quelli come noi Orlando non è mai questione di quantità. È finita perché abbiamo delle vite complicate. Dobbiamo rispettare le aspirazioni e le aspettative che gli altri hanno verso di noi. Io ho mio figlio, la mia arte. Tu hai la tua carriera. I tuoi film e le tue copertine.” Era derisorio mentre lo diceva, molto amaro.
“Credi che mi rendano felici le mie copertine?”
Orlando aveva sgranato i suoi occhioni. Aveva sempre un’espressione di oltraggiata, incondizionata sorpresa quando veniva preso in contropiede.
“Non è quello che fanno? Non sei tu la nuova stella in ascesa, con una fidanzata carina e un nugolo di fan adoranti?”
Si sarebbe detto che Viggo lo stesse prendendo in giro. Pungendolo sulle sue debolezze. E più Orlando s’invervorava, più lui si mostrava sicuro di sé.
“Lo sai come funziona lo showbusiness. Il mio pubblico non è ancora pronto a sapere della mia omosessualità. Cristo Viggo, faccio film per la Disney!” era esploso Orlando, strattonandolo rabbiosamente, offeso di quella passività, cercando di cancellargli quella smorfia di derisione dal volto tirato e bellissimo.
E Viggo ancora una volta si lasciò strattonare e rispose con l’impeto delle parole e non quello del fisico.
“E allora cambia pubblico, cambia genere di film, inserisci clausole nei contratti, tutelati Orlando! Oppure incasellati nel tuo bel ruolo di fidanzato d’america che hanno scelto per te e lasciami in pace!”
Orlando non riconobbe quella durezza nell’uomo che aveva sotto di sé. E capì che all’ultimo stadio di esasperazione non ci era giunto da solo. Eppure non fu capace di fermarsi.
“Sei tu che mi hai chiamato, tu sei venuto da me. Tu non fai che tornare! Nei sogni e negli incubi. E nella vita vera! Sono io quello devastato, stanco, sempre più magro e infelice!” aveva gridato, a cavalcioni sopra di lui. Con la ferocia del risentimento.
E Viggo fu certo che se avesse potuto l’avrebbe graffiato e morso.
Il suo gatto selvatico…
“Non lo sai perché torno sempre da te?” aveva sussurrato senza ribellarsi all’assalto di quella belva indomita.
“Certo che lo so.” rispose più pacato Orlando, scivolandogli affianco, sentendo evaporare la collera, lasciandosi dietro di sé una grande amarezza.
Gli carezzò inaspettatamente la guancia “Torni perchè sei un fottuto masochista e ti piace molestarmi.”
E Viggo rise. E lo guardò con tenerezza. Come faceva all’inizio della loro storia, quando credeva che fosse fragile come cristallo. Oh si, Orlando era cristallo.
Cristallo e fiamma.
Ed era fragile. E forte, a suo modo. Poteva bruciare, ma non sbriciolarsi. “Tu potresti vivere senza di me?” gli chiese poi, quando smise di ridere, con quella sua innata, placida arroganza.
“Presuntuoso bastardo…” mormorò Orlando a voce bassa, ma sorridendo.
“Non lo sai che sono un disastro senza di te?”
E Viggo non gli disse, non ci fu bisogno di confermare, che nemmeno lui poteva…
“Però l’abbiamo fatto. In questi mesi di lontananza abbiamo vissuto.”
Orlando annuì, gramo “O sopravvissuto. Dipende da come la vuoi vedere Viggo.” Gli disse, rannicchiandosi con viso sulla sua spalla e le gambe attorno alle sue gambe “Che facciamo?” aggiunse cercando di usare un tono leggero. Sapendo che si avvicinava il momento di decidere. “Che possiamo fare? Non voglio farti soffrire… e non voglio andare avanti così. O tornare indietro a quello che avevamo. Ci distruggerebbe entrambi.”
Viggo cercò nell’aria, nei muri, nella mente qualcosa che potese dargli un’indizio su cosa rispondere. Una visione del futuro, forse una speranza. Ma si arrese.
Non avevano una risposta. Non fuori dai confini di quella stanza.
“Aspettiamo.” Rispose quindi, serio.
“Aspettiamo che mi passi la febbre. Aspettiamo che scenda la sera. Aspettiamo la fine del mondo.”
enumerò sulle dita di una mano. Lo sguardo a contare inesistenti crepe nel soffitto e tutto il resto del suo corpo e della sua mente focalizzato a percepire Orlando. “Guarda quante cose abbiamo da aspettare…” disse, voltandosi poi nuovamente verso di lui.
“La fine del mondo?” ridacchiò Orlando, contro il suo costato “Oh il mio maldestro poeta…” strofinò il naso contro di lui, baciandogli una scapola. “Bhe, si… aspetterei la fine del mondo. In fondo, morirei per te.” confessò con la sua innata serenità. Con lo sguardo terso di Paride e la convinzione di Legolas. Con i tormenti di Balian.
Probabilmente ogni personaggio gli aveva lasciato qualche emozione dentro di cui farsi scudo. O forse Orlando aveva già dentro di sé tutte quelle sfumature. Viggo non si era mai sorpreso che quella sua spiccata sensibilità potesse albergare in un ragazzo così giovane.
Che sapeva confessare l’amore senza nominarlo. Con la spontaneità che si prova la prima volta a sedici anni, la determinazione che si sente quando si crede di aver trovato quello giusto a venti, la rassegnata, calda emozione che ti pervade quando hai la certezza che così innammorato non sarai mai più.
E in quel letto sfatto, con il fisico provato, la mente sconnessa e il cuore inesploso, Viggo ebbe la visione che stava cercando. Una visione che lo fece sorridere. E non la raccontò mai a Orlando. La serbò per sé. Per i momenti bui che sapeva sarebbero venuti. E lo strinse più forte.
Se quello in cui vivevano non era il tempo per loro, avrebbero fatto in modo di rinascere.



Fine