ATTO PRIMO Spalancò la finestra Gabriel. Sulla luce della luna. E la pioggia che cadeva dritta. E il pozzo del giardino interno della vecchia locanda. “Il vento della notte spazzerà via le nubi. Domani sarà un buon giorno!” disse. Con la sua voce ruvida e calda. E Carl si sforzò di annuire. “Tu sei l’unico uomo al mondo capace di far sembrare una nottataccia come questa una passeggiata di salute!” “Solo perché ne ho viste di peggiori” “Già, il guaio di essere un eroe! Niente riposo, niente famiglia, niente vita! E, oh! Chiaramente: sempre temporali! È sempre così?” L’occhiata di Gabriel fu sufficientemente esplicativa. “Va bene, d’accordo. È sempre così. Tu non sei ben visto dalla gente per via della tua reputazione di assassino, così ogni arrivo in ogni nuovo villaggio ci ritroviamo porte sbattute in faccia e litri di acqua fredda a inzupparci le brache. Per non parlare di quelle brodaglie che… Va bene! Non c’è bisogno di usare lo sguardo con me! Conservalo per i veri nemici. Il punto è: tu lo fai perché è il tuo sacro dovere. La tua missione. La mano sinistra di DIO… Non puoi esimerti. Ma perché io devo seguirti?” Carl aveva grandi occhi tondi. E sembrava davvero perplesso mentre lo diceva. Gabriel sospirò. “A Roma vogliono che tu vegli su di me” “Ma io non posso vegliare su di te! io non veglio neppure su me stesso! L’unica altra cosa su cui abbia mai vegliato era il cane di mio padre. Morì dopo tre giorni! Con che criterio posso badare a un uomo? Uno come te poi!” “Carl…” “Io non sono in grado di badare all’eroe. Io posso tutt’al più essere la spalla intelligente ma infingarda dell’eroe.” “Carl…” “Io non riesco nemmeno a trovare la strada per il luogo di decenza da solo senza sapere che tu sei sveglio e che in queste grandi case antiche e inospitali non si nasconda qualche vampiro, o lupo mannaro, o qualsiasi altra schifezza che l’inferno abbia deciso di rigettare su di noi! Come posso io aiutare te? Vegliare su di te… cosa si aspettano che faccia? Che ti salvi? Se sei tu a salvare me nove volte su dieci? Va bene, va bene. Dieci volte su dieci! Il punto è..” “CARL!!!” “Io ho paura!” “Sta tranquillo!” gli disse Gabriel afferrandogli le spalle e scuotendolo per rimetterlo in piedi dalla sedia su cui si era accasciato durante il suo monologo. “Non devi proteggermi. Devi solo osservare. Scrivere dettagliatamente le mie imprese e spedire a Roma. Nessuno si aspetta niente da te!” Carl si rattristò. A Gabriel fece venire in mente un vecchio cane che abbassa le orecchie per un brutto colpo ricevuto. “Già! In fondo a cosa servo io? Solo a fabbricare inutili macchinari che puntualmente vanno distrutti e di cui nessuno tranne me riesce a capire la funzione!” “Ehi! I tuoi inutili macchinari mi hanno aiutato a sconfiggere Dracula l’ultima volta!” “Ma sei stato tu a usarli. Io li ho solo costruiti. La sola idea di affrontare uno solo di quei mostri mi faceva accapponare la pelle. Tutt’ora. Io sono un pusillanime! Ecco qual è la verità!” “Carl! Carl!!! Guardami. Tu non sei un vigliacco. Tu sei un coraggioso uomo di fede che sa scegliere le sue battaglie. E che usa la prudenza e l’astuzia contro nemici più forti di lui. E poi… credi davvero che io accetterei di portarti con me se ti ritenessi un. peso inutile?” Gli occhi di Carl luccicarono come un bambino la notte di natale. “Davvero V-Van Helsing?” Esitava sempre sulla prima lettera del suo nome. Quasi come se temesse di non tributargli abbastanza rispetto. Gabriel sapeva che era molto importante per Carl ciò che pensava di lui. “Non lo direi se non lo pensassi…” gli disse stringendo appena più forte la presa sulle spalle. “Oh grazie. Grazie!!” disse Carl buttandoglisi tra le braccia. Gabriel resistette un secondo o due. Poi annusò. “Carl, va a farti un bagno” gli disse, senza troppa attenzione per la sua sensibilità. “Cosa? l’ho già fatto. è molto importante curare la propria igiene. E poi… ehi! Perché qui dentro c’è puzza di cane bagnato? Oh NO!!!” “Carl VA!” gridò Gabriel prima di sentirsi afferrare per la spalla destra e finire sbattuto sopra il tavolo. “V.Van Helsing??” tremò Carl. “Carl! La mia pistola. Le pallottole d’arge-” non poté finire la frase Gabriel che l’uomo lupo lo scaraventò dalla finestra e lo seguì con un balzo agile, difficile da credere per la sua mole. Carl si riscosse e corse a cercare la pistola. Mise la stanza a soqquadro rovesciò ogni bagaglio preso dalla furia e dal terrore fino a che non vide il calcio spuntare dall’ampia tasca del giaccone di pelle buttato sul letto. Carl si fece il segno della croce come per ringraziare dio di quella scoperta. E corse al piano inferiore. Giusto in tempo per vedere Van Helsing e l’uomo lupo rientrare nella locanda dalla finestra del piano terra e sfasciare con il loro peso combinato il tavolo di legno che capeggiava in sala da pranzo. Salvo poi ridurre in frammenti il mobile che conteneva presumibilmente tutti i piatti e i bicchieri della locanda. Si sentirono serrature bloccarsi e usci sbattere. Luci spegnersi e poi solo silenzio. E la lotta tra cacciatori. Chi stava cacciando chi? “CARL!!!” gli gridò Gabriel. E il fraticello finalmente si riscosse gettandogli la pistola. Van Helsing fece fuoco. Ma non lo colpì al cuore. Benché fu sufficiente per far scappare l’uomo lupo dall’altra (e unica notò poi Carl) finestra rimasta intatta. Gabriel provò a rincorrerlo, ma a causa della pioggia sempre più battente ne perdette le tracce. Quando ritornò indietro alla locanda, trovò una visione tristemente familiare. Carl, ad attenderlo. Con tutti i loro bagagli aperti e inzuppati di pioggia. E molti dei loro vestiti sparsi nel fango. “Non siamo più graditi” “Lo sospettavo.” “Ma è sempre così?” Carl aveva grandi occhi tondi. “Ho provato a spiegargli che è stato il lupo mannaro e che se non fosse stato per noi, cioè per te, ora loro sarebbero masse sanguinolente e gelatinose. Ma non credo che da queste parti sappiano cos’è la gratitudine! Non hanno nemmeno voluto lasciarmi il tempo di impacchettare. Quel donnone baffuto e i suoi tre figli mi hanno sbattuto fuori e si sono presi i nostri soldi! Per riparare i danni hanno detto! Bè, forse saranno più contenti di riparare qualche vetro invece che le loro carni a brandelli… Bhe, ma in fondo… Aria fresca. Pace notturna. Un po’ d’acqua che ci risparmierà del prossimo bagno per almeno un mesetto… E poi, sai come si dice: non c’è posto più sicuro al mondo che quello dove nessuno cercherebbe! Chi mai verrebbe a cercarci qui? Una radura nel bel mezzo del nulla al confine col bosco… se non stessi tremando per il freddo, suppongo tremerei di paura! Ecco un’altra cosa che mi risparmia la pioggia. Fortuna che sono vicino all’eroe perché altrimenti…” “Carl! Non c’è bisogno di fare quello che stai facendo.” Il profilo di Gabriel, perfettamente immobile come se il freddo non lo scomponesse, si poteva scorgere appena sotto l’ampia tesa del cappello nero. La bandana immancabile gli copriva le labbra. E solo i suoi occhi neri intagliavano l’aria gelata e non lasciavano intendere quali sentimenti si agitassero dentro di lui. Era sempre stato così Gabriel. Una bomba pronta a esplodere. Ma molto capace di controllarsi. “Ci sono abituato.” Disse, lapidario. “Quelle persone avevano ragione. In una notte ho distrutto la loro casa e la loro unica fonte di guadagno in un colpo solo!” “E hai salvato le loro vite!” Gabriel sollevò il cappello fradicio e lo scrollò nell’aria fredda di primo mattino, per poi rimetterselo in testa. “Non lo faccio per ricevere qualcosa in cambio Carl. Non lo faccio perché spero nella riconoscenza o nel perdono per i miei peccati. Per dio! Non lo faccio nemmeno perché è la mia missione.” “Per cosa lo fai allora?” Carl alle volte era davvero ingenuo. “E’ l’unica cosa che so con certezza di aver sempre fatto. L’unica che mi ricorda chi sono.” Disse prima di calarsi il cappello sugli occhi e cercare un po’ di riposo. “Vuoi forse dirmi che l’unica cosa che ti ricordi chi sei è uccidere?” Se lo avesse conosciuto meglio quella era una domanda che non gli avrebbe fatto. I suoi occhi neri e lucidi lampeggiarono quando la tesa del cappello si sollevò per un secondo. Giusto il tempo di sentirgli pronunciare quelle parole. “Io non sono un assassino. Ma finirò per crederci!” “No, Gabriel. Io…” Troppo tardi. La tesa si era già riabbassata. Il cappello calcato sulla testa impediva di scorgere la sua espressione. A Carl non rimase da far altro che tacere. Qualche ora dopo Carl fu svegliato da una pacca sulla spalla. “E’ ora di muoverci!” fu tutto quello che Van Helsing gli disse. “Gabriel…” ripetè Carl, con più convinzione stavolta, di quanta non ci avesse messo la notte prima “Che c’è?” Sguardo torvo, occhiaie, mascella tesa. Tutti i sintomi di chi ha dormito poco e pensato molto. O di chi ha dormito molto, ma avuto soltanto incubi… Decisamente non gli era passata! “Riguardo alla notte scorsa…” insistette il fraticello. Con un atteggiamento di sicurezza e coraggio quantomeno insoliti. “Non ne voglio parlare!” “E’ importante per me che tu capisca…” “Carl! Non ne voglio parlare. Argomento CHIUSO.” “…che l’ultima cosa che volevo era offenderti. O darti l’impressione di volerti giudicare. Quando ti ho detto…” “CARL!” “Va bene. Va bene. Non c’è bisogno di farsi venire gli occhi rossi e quell’espressione omicida per incutere un po’ di timore in un fraticello sprovveduto…Voglio solo dirti…un’ultima cosa: io ti rispetto molto Van Helsing. È importante che tu lo sappia” Lo sguardo di Gabriel si alleggerì un poco. Quella confessione sincera gli portò un piccolo momento di serenità inaspettata. E, quando Carl gli voltò le spalle e s’incamminò davanti a lui, perfino sorrise. “Mmm V-Van Helsing… sto andando nella direzione giusta?” Carl si agitava sempre un poco se era lui a dover decidere qualcosa. Preferiva di gran lunga seguire. Specie se si trovava in un bosco fitto, in cui nemmeno il sole che aveva deciso di benedirli, come aveva detto Gabriel la sera prima, riusciva a penetrare. “Si Carl. Sempre dritto.” Era almeno la ventesima volta che glielo chiedeva. “Sempre dritto d-dici?” Perché ho l’impressione che lo faccia apposta? Si disse Gabriel mentre annusava l’aria con un comportamento molto lupesco. Carl lo guardò curioso. Retaggi del lupo mannaro, pensò. “E’ tutto a posto?” Gabriel continuava a controllare il percorso. Focalizzando l’attenzione ora sull’albero dietro di loro. Ora sulla cunetta di terra alla sua destra. Ora sul sentiero che voltava a sinistra in un’ampia curva dissestata davanti a Carl. “C’è qualcosa di strano” disse a bassa voce tra se e se. “V-Van Helsing… è tutto a posto?” ripetè Carl allarmato dalla concentrazione e dal silenzio dell’altro. “Non ne sono sicuro” gli rispose Gabriel, sibilando. Quella notte si prospettava serena. I venti durante il giorno avevano ulteriormente raffreddato la temperatura, ma almeno avevano spazzato via le nubi. Van Helsing allungò le braccia ai lati del corpo e spostò il capo a destra e a sinistra per alleviare la tensione del collo. Attese di sentire il consueto schiocco. Allungò a Carl una coperta. Il fraticello era seduto su un masso arrostendo un coniglio sul fuoco. “Grazie” rispose al gesto. E gli allungò un pezzo di carne già cotta. Gabriel gli fece un cenno, e accettò. Non era un uomo di molte parole. Carl aveva sempre l’impressione che il suo compagno di viaggio tenesse più a dimostrare con i gesti le cose, che non a spiegarle. Sapeva, dal Vaticano e da pochi accenni, che Van Helsing non aveva ricordi della sua vita passata. Quello che egli aveva scoperto in Transilvania non l’aveva mai apertamente condiviso con lui. E Carl non glielo aveva mai chiesto. Sapeva solo lo stretto indispensabile. Che fosse la mano sinistra di dio. Da ciò aveva dedotto che fosse stato lui ad aver ucciso il conte di Dragulia e che probabilmente al conte apparteneva l’anello che Gabriel continuava a indossare. Dal momento che lo stemma sopra inciso rappresentava la casata della famiglia Valerius. Così come sapeva che a Gabriel mancasse Anna. E che ancora non si fosse perdonato per essere stato la causa, seppur involontaria, della sua morte. Probabilmente c’era stato qualcosa tra loro. Un bacio, forse. Riflettè oziosamente. Eppure Gabriel non si dimostrava né colpevole, né annientato dal dolore. Anzi, una sorta di antica speranza lo pervadeva. Come se la sorte di Anna all’inizio così amara e inattesa, avesse trovato una giustificazione nell’ordine delle cose. E soprattutto gli avesse portato un po’ di pace. Del resto per un uomo praticamente immortale che deve convivere ogni giorno con centinaia di omicidi commessi nei secoli, Carl immaginò che fosse piuttosto comprensibile non esserne annientato. Ma fu un pensiero troppo cinico quello. Nel quale quasi non si riconobbe. Si riscosse. “Cosa facciamo adesso Van Helsing?” L’altro lo guardò addentare un pezzo di coniglio e ingoiò il suo boccone. “Aspettiamo” “Cosa? Stanotte non sarà luna piena! Il lupo chiunque fosse non si manifesterà che tra un mese… ci fermeremo qui?” chiese con gli occhi brillanti di stupore “Non ci siamo mai fermati tanto a lungo in un solo posto! Dove dormiremo? Come mangeremo, non abbiamo più soldi… come faremo?” “Non posso permettere che quella creatura.. viva.” “Ma se si spostasse, se cambiasse villaggio? Se se ne fosse già andata?” “NO! Era la sua prima trasformazione. Era un contadino di qui.” “Resterà perché avrà paura?” “Resterà per il cibo!” “Uh? Oh! Capisco… bè forse potrei costruire qualcosa, venderla giù al villaggio. Un sistema di drenaggio per l’acqua che viene dalla montagna, la trasportano ancora con i secchi… E tu potresti costruire una casetta, quanti alberi, il legno non ci manca… E poi io potrei comprare semi al villaggio coi soldi delle vendite e potrei piantare. E…” Van Helsing gli mise un dito davanti alla bocca. E Carl lo guardò facendosi venire due grandi occhi strabici. “Carl: respira. Niente di questo sarà necessario. Gli abitanti del villaggio si occuperanno di noi!” “Cosa? ma se sono stati loro a cac-” “FERMI VOI!!!” Nemmeno il tempo di sollevare lo sguardo che il loro piccolo bivacco si ritrovò accerchiato da un nugolo di contadini armati di forconi e torce. Carl si chiese perché non imparava mai a tenere la bocca chiusa. E se la loro sorte dipendesse in qualche modo da tutte le volte che la apriva a sproposito… “Non una mossa!” ordinò ancora il più grosso. Quello che si ergeva davanti a Van Helsing, ancora tranquillamente seduto. “Sta calmo amico! Come vedi siamo immobili!” “TACI! Bestia immonda! È colpa tua! Le sciagure che si sono abbattute sul nostro villaggio! Assassino!” Il contadino colpì Gabriel alla fronte con il forcone. Un ampio squarcio si aprì sulla pelle tesa e sottile. Piccole rughe si formarono intorno agli occhi. Brutto, brutto segno, pensò Carl. Gli tremava la mascella. Mentre l’uomo dinnanzi a lui calava il bastone che aveva nella mano sinistra a colpirlo una seconda volta, sullo zigomo. Bruttissimo segno. Eppure non reagì Gabriel. Nemmeno al terzo colpo. Più forte stavolta, dietro la nuca. Che lo costrinse a tossire e a sputare un fiotto di sangue e saliva. Bloccò la mano del contadino con il pugno d’acciaio e lo costrinse a inginocchiarsi per stare alla sua altezza, quando quello accennò a brandire nuovamente il bastone. “Non-mi-sto-muovendo” sibilò nelle sue orecchie. E poi lo lasciò. Un attimo dopo altri due giovanotti di primo pelo lo rimisero al suo posto, venendo in aiuto del loro compare. Colpendo Gabriel allo sterno, al mento. Sulla schiena. “Fermatevi. Fermatevi!!” gridò Carl, incapace a trattenersi. “Così lo ucciderete” “E per quale motivo non dovremmo farlo?” chiese l’uomo che aveva colpito Van Helsing per primo massaggiandosi il polso. “Lui è un essere umano come noi! Uccidereste un vostro fratello?” I ragazzotti, ancora accaniti su Van Helsing perchè ringalluzziti dalle sue scarse reazioni che si limitavano a parare e non a colpire, si staccarono da lui, schifati. Uno di loro, il più giovane, lo guardò con disgusto. “Lui non è come noi!” lo disse. E poi sputò per terra. “Ma…” riprese Carl Gabriel lo tagliò, facendogli un gesto con due dita unite. Sorrise triste. “Hanno ragione” disse. E qualcun altro lo colpì ancora. Svenne. Tutte le sue armi erano sparite. La bandana, il cappello. Avevano preso anche il suo lungo giaccone di pelle. Aveva addosso solo il suo maglione di lana scura. E i pantaloni neri. Gli avevano tolto gli stivali, e non glieli avevano restituiti. Presumibilmente per disarmarlo dei coltelli che teneva fissati alle caviglie. E poi c’era quello nel tacco che… Ah! Non erano poi così stupidi! Quando aveva ripreso conoscenza si era ritrovato nella cella buia di un’improvvisata prigione che aveva l’aria di non essere mai stata usata. La legge nei posti come quella non esisteva. E se anche c’era, nessuno la rispettava. Da fuori le sbarre poteva vedere il resto delle case. La casupola era stata costruita ai margini del villaggio. Emanava un cattivo odore di muffa e legni marci. La pioggia che aveva ripreso a cadere, gocciolava dal soffitto di sterpi. Faceva freddo. Aveva chiesto un pasto decente, un letto. Soprattutto aveva chiesto che Gabriel venisse portato via da quella spelonca e messo in detenzione in una vera prigione. “Non ti ascolteranno” gli aveva detto Gabriel, previdente, con una smorfia per la mascella tumefatta, mentre Carl gli raccontava i suoi propositi e allo stesso tempo lo medicava. “Ma ci proverò lo stesso” gli aveva riposto, cercando di fingersi allegro. “Lo so” si era sentito rispondere da una voce roca, stanca e tirata. E tutta la voglia di fingere allegria gli era venuta meno. “Perché lo fai?” era sbottato, mentre fermava il sangue dai tagli sulla schiena con una benda rozza. “Che vuoi dire Carl?” gli aveva chiesto Van Helsing, lacerando un pezzo di quella fasciatura improvvisata per pulirsi da solo la ferita sul costato. “Perché accetti tutto questo? Avresti potuto sistemarli senza fatica! Senza nemmeno ucciderli…” commentò poi, un poco pentendosene. “Potresti buttarla giù con una spallata! Perfino IO potrei, forse…” aggiunse indicando la porta “Perché sopporti, perché accetti di vivere qui dentro fino alla prossima luna piena per rischiare la tua vita combattendo un mostro e salvare degli… ingrati?” Gabriel aveva sorriso. Uno di quei suoi sorrisi sempre sbilenchi, sempre un po’ mesti, come se fosse sul punto di rivelarti chissà quale segreto di sé e poi rinunciasse vinto dalla consapevolezza di non essere capito… “Non voglio che ti preoccupi Carl. Sto bene. E faccio quello che devo fare.” “Si, ma perché?” insistette il fraticello, l’orrore di vedere la pelle abbronzata della schiena segnata dalle vergate. “Ti hanno legato” constatò E Van Helsing non rispose. Non rispondeva mai alle domande ovvie. “Gabriel. Dimmelo.” Chiese dinuovo, col tono di un ordine implorante. “Se vuoi che ti aiuti, devo capire…” Gli toccò la spalla allora, Gabriel. Uno di quei tocchi virili di cameratismo. “Perché li devo proteggere.” Disse con calma, scandendo bene le parole come per esprimere a voce alta un pensiero su cui aveva mille volte ragionato. E fu allora che Carl carpì un altro frammento della storia personale di quell’uomo, quel suo amico e compagno di avventure. E gli conferì silenziosamente ancora più rispetto. “Perché è l’unica cosa che mi ricorda chi sono.” Carl finalmente capì. “Carl… sei qui in incognito?” Gli chiese Van Helsing quel giorno. Non permettevano all’uomo di Dio di fare ciò che voleva, ma per via del suo sacerdozio, non potevano neppure alzare le mani su di lui. Il fraticello sorrise. Uno di quei sorrisi che Van Helsing non gli aveva ancora visto. Un sorriso… spavaldo. “Si!” disse con enfasi “Ho rischiato di venire scoperto, ma sono intrepidamente svincolato dalle grinfie del terribile armadio che mi hanno messo alle calcagna. Tutto per poterti parlare. Avresti dovuto vederlo Van Helsing. Un gigante tutto muscoli e questa incredibile espressione minacciosa che io…” “E sentiamo, come avresti fatto a sfuggirgli?” “Uh… Io, bhe io l’ho sorpreso con le mie conoscenze di arti marziali e poi..” Van Helsing rialzò un sopracciglio fino quasi all’attacattura dei capelli. “Mmm… forse credo di, si, aver aspettato che mi credesse addormentato per…” “Ingegnoso. Carl, sei sicuro che questo tuo spietato carcieriere fosse un uomo? Perché c’è quella gentile signora che… ti osserva!” E poi Gabriel gliela indicò col mento. “Per tutti i dannati di tutti i gironi dell’inferno! Ma come se n’è accorta?” “Meglio che tu vada” La carceriera era, in effetti, bella robusta. “Non vorrei vederla mentre ti prende a randellate!” aggiunse osservando con stupore l’arma impropria che si preparava a brandire. E Carl si voltò, in tempo per vedere la gigantessa incrociare le enormi braccia sul petto. “Van Helsing, se non dovessi tornare…” cominciò melodrammatico “Carl, va.” E Carl si voltò di nuovo verso di lui. “Stai bene Gabriel?” Van Helsing si sforzò di sembrare convincente “Si” disse solo. Pensando al grosso buco nella paglia del tetto da cui erano entrati ettolitri d’acqua nelle ultime due notti di pioggia. Carl si allontanò visibilmente sollevato. Non prima di avergli posto un’ultima domanda. “Ma che cosa stiamo aspettando?” Quando non ebbe risposta si limitò ad annuire. “Non ne vogliamo sentir parlare, prete!” Ecco come gli avevano risposto. E con che insolenza avevano sputato fuori la parola prete, come un insulto! Era inconcepibile, di più, era inaudito. Era vergognoso! Ecco cos’era: si, era vergognoso! Carl aveva trovato le parole per definire i suoi sentimenti. “Indignato. Si, sono indignato!” Continuava a camminare avanti e indietro nella sua stanzetta in quella specie di locanda. E continuava a sentirsi sempre più offeso. E continuava… purtroppo… a parlare da solo… Ripensava alle sue richieste, tutte legittime “Tutte legittime…” Che gli erano state sbattute in faccia! “Sbattute in faccia!” Su cui, quei, ma si, diciamolo, non è peccato, BIFOLCHI. Avevano riso. “Bifolchi… Riso…” Ma che uomini erano se permettevano a un uomo di vivere come una Bestia? Se non gli davano da mangiare come si deve e lo facevano dormire sul terreno umido? “Che uomini erano?” Tremò un poco, timoroso di essere stato udito quando la porta cigolò brevemente. Qualcuno del villaggio, da fuori si disturbò a bussare prima di spalancarla. “Vieni frate! Ci siamo riuniti per parlare della Bestia!” E la speranza nel cuore di Carl, si rianimò. Forse si erano ravveduti, ma si, avevano messo giudizio. Gli vorranno concedere almeno una branda… pensò scendendo le scale e facendo un pezzetto di cammino sotto lo sguardo vigile e torvo dell’altro. “Abbiamo pensato bene alle tue parole caritatevoli, uomo di Dio.” Gli aveva detto con fare cerimonioso il capo della comunità. “E abbiamo convenuto di darti ragione…” aggiunse millifluo facendo combaciare le dita. “Il cacciatore non può continuare a vivere in quelle condizioni.” Ammise, perentorio. “E’ per questo che lo uccideremo.” disse “Va e dagli la notizia” intimò. “M-ma…” cercò di sillabare Carl, sbalordito. “Niente ma! Il gran consiglio del villaggio ha deciso.” Disse ancora. E sparì. La folla nella piazza ormai buia, si diradò. Quando Van Helsing venne a sapere gli ultimi eventi si fece una grossa, sana, risata. Era da molto che non rideva. E la gola gli fece male. Carl era senza parole. “Non sto scherzando Gabriel” disse serrando la mascella E Van Helsing si fece serio “Lo so.” Disse, lo sguardo offuscato. “Cacciatore, non volevo rovinarti l’umore! Se vuoi te lo ripeto così ricominci… E’ raro vederti ridere” ammise Carl. “Non funzionerebbe” “Lo sospettavo.” Carl abbassò la testa, davvero preoccupato “Vogliono eseguire la sentenza il prima possibile. Appena sarà pronta la forca, suppongo...” Il patibolo era solido. All’apparenza sembrava in grado di restare in piedi per buona parte degli anni a venire, ma Van Helsing fu sicuro che l’avrebbero smantellato poco dopo averlo inaugurato con la sua impiccagione. “Il Gran Consiglio ha esaminato le tue azioni. E ti ha ritenuto colpevole di omicidio Cacciatore.” Gli disse il capo del villaggio. “Hai qualcosa da dire a tua discolpa?” Gabriel abbassò il capo verso di lui, essendo notevolmente più alto. “Servirebbe?” Qualcuno dei seguaci lo colpì con un bastone “Fai silenzio insolente!” gli gridarono “Sei ancora in tempo per pentirti dei tuoi peccati e ricevere la benedizione del signore per morire in pace, uomo!” gli disse ancora il capo, sprezzante. Van Helsing storse la bocca e arcuò le spalle, ma non rispose. “Bene” sentenziò pochi attimi dopo “Fate venire il carnefice” Il cappio ruvido gli fu posizionato attorno alla gola dal carnefice. Ma la soddisfazione di stringerglielo se la prese il capo villaggio. Uno scalpitio frettoloso di cavalli al trotto distolse l’attenzione di tutti dal momento cruciale durante il quale lo straniero assassino avrebbe avuto la punizione che gli spettava. “Che cessi questa assurdità!” gridò un uomo al trotto, senza nemmeno aspettare di scendere dal cavallo. “E voi chi siete, straniero? Volete unirvi a questa Bestia immonda? C’è posto...” Lo straniero scese da cavallo con un movimeno veloce, ma poco fluido, dovuto probabilmente alla sua età avanzata. Con un gesto della mano del Capo, la folla si azzittì. “Chi siete voi?” L’uomo era anziano, ma non troppo. Aveva un aspetto distinto. Il lungo manto di lana scura drappeggiato intorno al corpo fece intravedere una tunica rossa da ecclesiastico quando smontò dall’animale ansimante. Probabilmente da Cardinale. “Sono qui in nome del Pontefice” disse solennemente il prelato. “Questa esecuzione non può avere luogo.” Aggiunse, sventolando davanti agli occhi increduli degli astanti una pergamena. “Questo documento è vergato di proprio pugno dal Santo Padre. Mi è stato ordinato di portare il Cacciatore a Roma.” Il capo del Gran Consiglio si affrettò a strappare dalle mani del dignitario ecclesiastico quello scritto, cercando d’interpretarlo. “Mio buon amico. È latino.” Disse millifluo lo straniero vestito di rosso. “E se anche voi foste in grado di leggere, dubito che lo comprendereste…” Il capo villaggio restrinse gli occhi. “Come faccio a sapere che non mentite? Da queste parti non amiamo gli stranieri. Potrei appendervi assieme al vostro protetto e lasciarvi ai corvi. E Roma non lo saprebbe mai…” “Protetto?” l’uomo anziano rise. “Io non sono qui per salvare quella Bestia immonda! Io sono qui per assicurarlo alla giustizia della nostra Santa Madre Chiesa e fare in modo che sia indotto a raccontare tutte le turpitudini dei suoi crimini prima di ricevere il trapasso nel dolore e nella purificazione corporale. Quanto a Roma, credete mio buon amico, Roma sa sempre tutto.” Gli abitanti ostili, con una certa riluttanza, l’avevano poi liberato, non volendo rischiare d’incorrere nella scomunica… “Bestia immonda?” chiese Van Helsing, sarcastico, torcendo i polsi intorpiditi “Come vi chiamate, dove si trova la vostra diocesi?” “Non sono informazioni che potranno tornarvi utili, pertanto è inutile che io ve le comunichi! Cosa vi aspettavate Van Helsing? Se avessi detto loro che venivo a salvarvi avrebbero con largo margine impiccato anche me. E lui.” Continuò, rispondendo a ritroso al primo interrogativo. Il fraticello, sentendosi chiamato in causa, strabuzzò i piccoli occhi. “Io? Che centrerei io?” “Sei amico della bestia immonda. Sei un pericolo per le innocue comunità. Andresti eliminato.” Rispose Van Helsing cupo. Spostò un ramo che impediva il percorso e lo lanciò lontano dopo averlo spezzato facendo leva con spalla e avambraccio. La ferita sembrò riaprirsi a quel gesto, ma Van Helsing non diede segno di preoccuparsene. “Vi fermerete ai margini del bosco, nascondendovi nelle grotte se necessario. I contadini ci credono in viaggio per Roma, non possiamo rischiare che vi scoprano. Per stasera ci accamperemo qui. Domani io vi lascerò al vostro destino, fratelli. Sperando di non dovervi rivedere mai più!” “Dobbiamo restare qui fino a che non mi sarò occupato del lupo.” Disse Gabriel, spiegando insolitamente l’ovvio. Forse, a suo modo, cercando un punto di comunicazione comune con Carl. Che distrattamente annuì, preso dai suoi pensieri. “Se non ci fosse stato un tempo sufficiente a far arrivare un messo pontificio a interrompere l’esecuzione che avresti fatto?” lo disse veramente ad alta voce. Ma ne fu sicuro solo dopo che Van Helsing, con molta calma, gli rispose. “Non era un’eventualità che ho preso seriamente in considerazione. Roma ha uomini in ogni parte del mondo. Contavo sul fatto che ce ne fosse qualcuno anche in questo posto sperduto del bassopiano ungherese. E poi non è stata la prima volta… gli uomini furiosi sono molto più numerosi di quelli riconoscenti. E tutti hanno paura.” C’era sempre qualcosa che Gabriel non diceva. Non aveva detto infatti che avevano paura di lui. Che temevano ciò che non capivano. Alcuni reagivano con il servilismo, altri con la violenza. Pochissimi con la vera gratitudine. Carl si chiese cosa provassero quelli che l’avevano conosciuto davvero. E poi, chi erano costoro? Esisteva qualcuno che conosceva davvero Gabriel Van Helsing, il cacciatore? Triste si rispose che non lo sapeva. Ma sospettava di no. “Ci siamo quasi…” I giorni che mancavano alla luna piena erano passati senza intoppi e senza incontrare anima viva. Come un grosso lupo Gabriel tirò indietro la testa e annusò l’aria ala luce del tramonto. “Posso sentirlo.Freme…” disse a voce bassa, più a se stesso che a Carl. Il frate lo fissava affascinato da quella sua involontaria percezione dei sentimenti del suo nemico. “Non ti sembra strano? Devi ucciderlo, ma lo percepisci…” gli chiese Van Helsing si riscosse, chiudendosi in una maschera di inespressività ferina. “E’ questo che rende il mio compito tanto penoso. Questo. E sapere che ritorneranno uomini nel momento stesso in cui li colpirò. Quando sarà troppo tardi per salvarli.” Carl annuì, chinando un po’ il capo. Si era svegliato. Senza memoria. Nudo. Folle di dolore. ‘Tu sei il grande Van Helsing.’ Gli avevano detto. Ma lui non ci aveva creduto. Sobbalzò, nel sonno. Stanco. Intorpidito si coprì le tempie con la mano. Cercando di ricordarsi quando era stata l’ultima volta che aveva dormito una notte intera… A sprazzi i ricordi della sua vita passata, i ricordi che non possedeva per un qualche disegno misterioso, tornavano a sollecitare la sua mente. E quei disincantati momenti di lucidità erano sempre troppo brevi e troppo dolorosi per coglierne appieno l’essenza. Alle volte era un’odore. Altre una sensazione. Pericolo, smarrimento, ansia. Fame. Scosse la testa, snebbiandosi. Odorando la pioggia nell’aria. E l’inverno. Odorando la fine di quella caccia. Presto ne sarebbe iniziata un’altra. Nonostante tutto sapeva chi era. Il cacciatore e la bestia rappresentavano la sua natura. E non c’era giusto o sbagliato in questo. Non c’era scelta. Non è qualcosa che posso scegliere. È quello che sono. Il lupo. Il suo fratello annusava l’aria. Come lui. Mai come in quei momenti si sentiva vicino alle sue prede. Mai come quando era sul punto di ucciderli. Aveva svegliato Carl. L’aveva mandato via. Al sicuro. Gli aveva ordinato di salire su un ramo robusto di uno degli alberi e di restarci. Qualunque cosa vedesse. Qualunque cosa sentisse. Lui, il cacciatore, non avrebbe avuto bisogno. Carl gli aveva obbedito, guardandosi timoroso le spalle. E non era andato troppo lontano. Gabriel non sapeva se per la fretta di mettersi al sicuro, o l’intenzione di controllare che lui potesse cavarsela. Lo scontro era stato cruento e breve. Il lupo era giovane. Feroce. Probabilmente affamato. Ma non era certamente la rabbia che lo spingeva ad attaccare. O la brama di sangue. O la fame. Era l’istinto. Quell’uomo-lupo seguiva l’istinto che gli suggeriva di uccidere. L’assecondava senza coscienza. Ed era questo che lo differenziava da lui. Van Helsing lo capì affondandogli la lama di un corto stiletto sotto al collo, tranciando di netto le arterie. E poi staccandogli la testa con un colpo poderoso della spada che teneva nell’altro braccio. Battezandosi nel suo sangue. Non volle guardare la testa, nuovamente umana, che ruzzolò via grottescamente. Non subito. Si chinò prima sul resto del cadavere, quasi rendendo omaggio a lui e a se stesso. Era questo che lo differenziava da una bestia vera. Anche lui, Van Helsing, il cacciatore, l’assassino, aveva un istinto che gli gridava di uccidere. Eppure lo tacitava. Gabriel si fermava. Si era sempre fermato. Si rialzò, sentendo Carl scendere con un goffo salto dall’albero sul quale si era arrampicato. Guardò la testa, finalmente. Era soltanto un ragazzo. Gli chiuse gli occhi. Cercando di cancellare dal suo volto la sua ultima espressione di animalesca brutalità. Passò tutto il resto della notte a scavare una fossa per quel suo fratello. Avvolse la testa in un sacco e la posizionò sopra il resto del collo con i primi raggi del sole che tagliava la coltre di nebbia. Ricoprì e segnò il punto con una grossa pietra. Si fece il segno della croce. Carl recitò qualche preghiera. Poi lo guardò. E Van Helsing si vide con i suoi occhi. Sudato, sporco di terra e sangue. Ferito. Ma non meschino. Non colpevole. La pioggia, misericordiosa e improvvisa, lo avvolse. Lavando via dal suo corpo i resti di quella lunga notte. E nonostante il freddo, velocemente Gabriel si liberò dei vestiti e rimase nudo, godendosi le gocce di perdono che gli cadevano sulla pelle. Sentendosi in pace, in quel momento, in quel bosco, in quegli odori. Tutt’uno. Lui, il vento, la nebbia, la pioggia, la terra. Sapeva chi era. E sapeva che la pace che provava in quell’istante non sarebbe durata. Non c’era scelta. Forse non c’era peccato. Sicuramente non c’era perdono. ‘Tu sei il grande Van Helsing.’ Una voce atona echeggiò nella sua memoria. Rilassò i muscoli, fiutò l’odore di muschio, fango e foglie secche. Ancora, nonostante tutto, l’odore di sangue. Odore d’inizio inverno. L’istinto gli disse che avrebbe dovuto rivestirsi, riprendere il viaggio. Percorrere qualche miglia, cercare un riparo, accendere un fuoco, mangiare. L’istinto gli disse che niente sarebbe stato dimenticato e perdonato. Ma, ancora, non c’era scelta. E non c’era perdono. Quella prolungata battuta di caccia era finita. Ne sarebbe presto iniziata un’altra.
| |