DISCLAIMER: L’autrice non scrive a scopo di lucro e non intende violare alcun copyright. I personaggi non mi appartengono e la storia è frutto di una mia speculazione.

RIASSUNTO: ‘Non è qualcosa che posso scegliere. È quello che sono.’

RAITING: Pg13.

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NOTE: Questa è una storia che ho iniziato a scrivere non ricordo nemmeno più quanto tempo fa. E sicuramente ho dato una certa interpretazione della psicologia di Van Helsing che il film non ha potuto (o voluto) approfondire.
Tanto per cambiare, l’idea di un anti-eroe lacerato da tormenti interiori mi ossessionava. Così è venuta fuori la prima parte di questa storia.
Poi ho perso interesse e l’ispirazione è mancata. ‘Il cacciatore’ è finito tra le cose da dimenticare.
Fino a stasera.
Ho sempre creduto meritasse una fine e quella che ho scritto credo sia onorevole.


A tutti quelli che volevano sapere come si concludeva.


IL CACCIATORE

Tu ed io non siamo che una cosa sola.
Non posso farti del male senza ferirmi.
(Gandhi)


PROLOGO.


Odore di nebbia. Terreno umido. Muffa.

Ricevere un colpo allo sterno. Difendersi. Parare una ginocchiata.

Di foglie secche e marcite. Rami vecchi e rigagnoli acquitrinosi.

Trafiggere con uno stiletto il petto del nemico. Sangue. Sangue rosso sulle mani.

Odore di inizio inverno.

Vederlo correre tra gli sterpi. Allontanarsi con un ruggito.

Sangue rosso…

Inclinò il capo all’indietro per inalare a pieni polmoni l’essenza dolciastra della palude. Guardò il cielo arrabbiato che scatenava la sua furia con fulmini capaci di incendiare quegli stessi nuvoloni scuri, mentre le gocce di pioggia gli scorrevano tra i capelli neri, sotto il lungo giaccone di pelle e tracciavano rivoli amari e rosati sulla pelle tesa e ferita della schiena.
Si allontanava, il suo nemico. Ma stava rallentando. Perché l’aveva ferito.
Inalò di nuovo. E il vento gli portò un altro odore.
Odore insolito per una palude. Odore di latte caldo. Sapone e lacrime.
E verbena.
Strinse gli occhi. Si guardò intorno, cercando di riconoscere i rumori. Ma da ogni lato c’erano solo alberi spezzati e bassi, cespugli putrescenti e fango.
Come un lupo dei grandi laghi canadesi, si tese quando riconobbe un ticchettio anomalo: che non era pioggia e non erano falcate.
Singhiozzi.
E piccoli passetti di piedini nudi e affaticati.
Vicino. Sempre più vicino.
Ma dove?
Destra, sinistra. Dietro di sé: il nulla.
Lo sentiva distintamente, come se fossero i suoi stessi sentimenti.
I suoi stessi pensieri: paura. Affanno.
Credeva quasi di poter sentire il piccolo cuore battere furiosamente nel petto.
E poi qualcos’altro. Un peso leggero sollevato con forza.
Sorpresa, reverenza.Gioia.
Un peso gettato nell’ acquitrino. Uno spruzzo confuso nelle lacrime di dio.
Un grido soffocato.
E tanta acqua nella gola.
E allora corse. Più veloce che poté. Corse e gridò e imprecò contro se stesso. E si tuffò nell’acqua sporca che gli arrivava alla gola. E cercò a tentoni. E si immerse.
E ritornò in superficie. E inalò altra aria. E di nuovo si immerse. E strinse gli occhi pur di tenerli spalancati contro il bruciore dei sedimenti. E poi si ordinò di calmarsi.
E di usare i suoi sensi.
Di cercare con gli occhi della mente. E non con quelli di un cacciatore pazzo che preferisce abbandonare la preda che rischiare un innocente.
E allora lo vide.
Aggrappato a uno sterpo. La gola nell’acqua, ma il naso fuori. Gli occhi chiusi. Il piccolo cuore tenace, rallentava.
Lo raggiunse con quattro bracciate.
E se lo strinse al petto, prima di risalire strisciando, sul terreno.
E frenetico lo scaldò. E gli pulì il viso dal fango. E gli premette le grandi mani ruvide sul petto minuto. Spinse. Una-due-tre volte. E gli soffiò in corpo attraverso la piccola bocca.
Una-due-tre volte.
Niente.
Nessun rumore, nessun battito, nessun respiro. Per quei trenta interminabili secondi.
Vuoto.
Dentro di lui.
Mentre fuori i lampi di luce rischiaravano la sagoma del suo nemico che si faceva sempre più vicina.
E lui, il cacciatore, coi nervi e i sensi che gli gridavano di fare la sua mossa.
Lasciare quel corpo.
Lasciarequelcorpolasciarequelcorpolasciarequelcorpo.
E uccidere.
I muscoli dei bicipiti guizzarono quando veloce estrasse la lama rotante fissata alla cintura. Un suono di metallo capace di fendere l’aria perfino.
E poi un rumore di carne e ossa spezzate.
E odore di sangue.
Fece qualche passo Gabriel. Guidato dal tonfo sordo, dietro di lui.
E poi lo vide.
Un uomo. Doveva essere stato un uomo giovane.
Morto con la gola lacerata dalla sua arma.
Scosse la testa.
E riguardò dietro di sé.
I sensi di nuovo lucidi.
Il bambino.
Doveva proteggere il bambino.
Ma non c’era.
Non più dove lo aveva lasciato.
Con larghe e decise falcate percorse un perimetro di una decina di metri.
Poi capì.
Guardò di nuovo il corpo del suo nemico.
C’era ora su di lui una figuretta chinata e tremante.
“Papà! Papà mio…”
Si avvicinò al bambino. E lo sollevò in braccio.
E bloccò le manine e i piedi freddi che tiravano pugni e scalciavano.
E non si rassegnavano.
“Papà mio… Papà!”
“Shhh” disse solo.
Perché non c’erano parole.
Ma il bambino gli sgusciò dalle braccia e tornò a riabbracciare suo padre.
Cercò di carezzargli la testa fradicia.
Ma il bambino si scostò quasi come se potesse provare ribrezzo.
E allora il cacciatore ritirò la mano.
Solo per un istante.
Perché poi lo afferrò di nuovo. E lo strinse. Per non farlo scappare ancora.
Per riportarlo al villaggio. Da sua madre.
Non gli importò degli insulti mormorati sottovoce. Né delle occhiate torve che lo condannavano.
Un po’ di più gli importò delle lacrime di quella donna quando senza una parola le mise tra le braccia il bambino.
“Mi dispiace” aggiunse.
E poteva essere vero.
Sapeva di avere assistito a scene come quella mille e mille volte nella sua vita.
Così come sapeva che ben presto avrebbe dimenticato i loro volti.
La manina lo strinse, gli tirò un lembo della giacca grondante.
“Juliet” gridò la madre.
Timorosa, forse, che il cacciatore potesse farle del male. Ma restò ferma.
Si chinò per capire come quell’esserino tutto ossa e fango potesse essere stato una bambina tanto coraggiosa da uscire di notte per cercare suo padre…
E così ascoltò bene quello che la bambina gli disse.
“Tu hai ucciso mio padre”
E seppe che non avrebbe mai più dimenticato il colore azzurro di quei grandi occhi accusatori e troppo consapevoli.
Uscì in strada senza una parola. Conscio degli sguardi di odio della popolazione che si era raccolta fuori dalle case per assistere e giudicare senza appello il cacciatore che li aveva liberati dal mostro che infestava i loro villaggi.
“Gente come te dovrebbero darla alla forca” gli gridò dietro il più coraggioso.
Raccolse il suo cappello dal terreno e lo scrollò dell’acqua prima di rimetterselo.
Fischiò con due dita e la folla si aprì per far passare il suo cavallo nero.
Saltò in groppa e si allontanò senza voltarsi mai.
Si sollevò la bandana sulla bocca, così che solo i suoi occhi scuri fossero scoperti.
Tutti, li avrebbe dimenticati tutti.
Solo grandi occhi azzurri di cielo e pioggia…
Sul villaggio era caduta la rovina.
Avevano avuto la sfortuna di conoscere la furia di Gabriel Van Helsing: l’assassino.