A Viggo e a Orlando.
Senza di loro non mi sarei innamorata de ‘Il Signore degli anelli’
A noi. A me e a Elisabetta.
Perché ci piace credere che tutti quelli che ci lasciano, non ci lasciano veramente.
Per tutte le volte in cui mi sono sentita come oggi.
A tutte le storie perfette del mondo.
Anche a quelle che non sono ancora state scritte.
IL NOSTRO TEMPO
Il re si appoggiò alla balaustra con i palmi delle mani.
Il sole rifulse sui suoi capelli bruni. Sulla pelle fresca del petto color del bronzo che veniva lasciata scoperta dai lacci aperti della sua veste da camera.
Sul manto dorato dei pantaloni di velluto.
Respirò a pieni polmoni, abbandonandosi lentamente, com’era ormai sua abitudine, a indulgere in certe memorie. Certi pensieri.
Soffi, respiri, gemiti. Grida.
Nella sua mente, ancora gridava una voce impossibile da acquietarsi.
Alle volte era la voce dei campi di battaglia. Il fosso di Helm. I campi del Palennor. Il Nero Cancello. La Cittadella assediata.
Si confondevano i luoghi, i tempi. Si confondevano le vittime.
Eppure sapeva che in ogni battaglia aveva perso un fratello.
Sapeva che per ognuno di loro che se ne andava c’era qualcuno che rimaneva a vegliare. E nonostante questo, spesso non era abbastanza.
Alle volte erano le grida di gioia del suo popolo. Come quelle del giorno della sua incoronazione, quando si era sentito acclamato, accettato, completo.
Quando aveva sperato di aver assolto al suo dovere e compiuto il suo destino.
Altre volte, e quelle erano le più spiacevoli, le più infide. Sentiva ancora una voce indistinta, lontana, sbiadita, chiamarlo.
Aragorn…
Aragorn…
Come l’ansito di un amante. Come il suono crudele di un fato tradito.
Aragorn… mi hai rifiutato Aragorn…
E io avrei potuto darti tutto.
Tutto…
L’anello. L’unico anello.
Anche ora, sepolto, disciolto, distrutto e sconfitto, non aveva perso il suo appiglio sulla sua mente provata.
E c’erano le grida che riconosceva e sfuggiva.
La sua stessa voce. Che rispondeva a un richiamo muto.
La voce di un altro. La sua. Che lo cercava.
Aveva sempre risposto a quella voce.
Ma l’aveva fatto con gli occhi. Mai a parole. Con la speranza che potesse bastare.
Illudendosi.
E di solito quel particolare grido, quella particolare voce, quel particolare ricordo schiudeva cancelli della memoria dolorosamente incatenati.
In quelle mattine, mentre guardava la sua Minas Tirith e si sentiva l’uomo più fortunato del mondo, capiva anche quanto veramente fosse infelice.
Il re ritornò nella sua camera.
Scrutandosi nel grande specchio che aveva di fronte.
L’immagine che gli veniva replicata apparteneva a un uomo ancora giovane.
Bello. Prode. Eroico. Coraggioso.
I suoi anni, le meraviglie e le atrocità a cui aveva assistito, le nascite e le morti, i miracoli e i disastri: tutto si rifletteva nei suoi occhi.
Nelle rughe d’espressione, nei tratti del volto. Nella piega volitiva, fiera delle labbra scure.
Tutta la sua vita, le sue emozioni, le sue perdite e i suoi traguardi Aragorn le aveva tatuate sulla pelle.
Nelle pieghe, nella carne. Nei marchi delle sue cicatrici. Nelle callosità delle sue mani. Fuori e all’interno.
Fin dentro l’anima.
Aragorn era un uomo che non poteva celare nulla di sé.
A coloro che imparavano a leggerlo.
E c’era stata una creatura, un tempo, che aveva saputo farlo meglio di ogni altra.
Una creatura così bella, così luminosa, così dolce e pura come una pozione lenitiva per i suoi tormenti; che aveva creduto fosse la gemella della sua anima.
E l’aveva chiesta come consorte. Affidandole l’anello di Barahir, il suo cuore e il suo regno.
La sua felicità, il suo futuro, la sua discendenza.
Le sue mani forti, abbronzate, capaci corsero al suo petto.
Sfiorandosi la gemma, il ciondolo, il simbolo di quel pensiero.
Oh, la sua stella del vespro…
Quanto poco la meritava.
C’era infine un ultimo grido.
Un grido straziante. Fatto di lacrime, tormento e sangue.
Di pioggia ed eternità.
Era il suo stesso grido. Era il nome di colui che amava.
Di colui che non aveva mai riconosciuto.
Cieco il suo cuore. Cieco l’amore, il pensiero, l’ideale.
Il grido feroce e spietato dell’addio.
Oh Legolas…
Perché quei pensieri impietosi…
Perché ora…
E perché il dolore sordo al centro del petto che si allargava in fiammate pareva crescere d’intensità col passare delle ore…
Bugiardo.
Bugiardo.
Mille e mille voci sconosciute, remote e vicinissime l’apostrofarono.
Bugiardo.
Sai perché. Sai. Tu sai…
Il suo elfo, e con lui gli ultimi della sua razza, partiva dai Porti Grigi.
Partiva per Valinor.
Probabilmente in quello stesso momento le navi stavano salpando, la brezza marina gli avrebbe accarezzato i capelli odorosi di verde e rugiada e il sole gli avrebbe incendiato la pelle rosea e luccicato dell’azzurro terso del suo sguardo.
O, forse, era già partito.
E lui l’aveva perso.
Legolas sarebbe andato incontro al suo destino.
E avrebbe accettato di dimenticarsi di lui…
No.
No.
No.
Almeno l’estasi del tormento.
Almeno il ricordo.
Almeno la ferocia del dolore.
Ti prego non dimenticarmi…
Forse la notte prima, quando si erano detti addio, avrebbe dovuto chiederglielo.
“Il nostro tempo è finito mio re…”
Legolas sollevò i suoi occhi immensi. Tristi e limpidi. Lucidi di lacrime e gioia.
“Nostro?”
Aragorn, incredulo, aveva sollevato le sue braccia, fino a toccargli le spalle.
Sfiorandogli quasi la piega morbida del collo che fuoriusciva dalla tunica color del bosco. Quell’elfo etereo, generato con i colori del mare più luminoso e del sole più nitido vestiva sempre di sottobosco, foglie e mortalità.
“Mio. Aragorn. Il mio tempo è finito. Partiremo. Partiremo domani e non potevo negarmi un ultimo saluto.”
“A chi l’avresti negato? A te stesso o a me?” gli aveva chiesto con l’impeto degli uomini. Avvicinandosi alla sua bocca. Per respirare il suo respiro.
Assorbire le sue parole. Morire, forse, nella sua memoria.
E Legolas aveva sgranato le iridi, mentre un leggero calore, uno scintillio, una luce si spandeva sottopelle. Sotto i vestiti, le maschere, le speranze e i sogni.
Sotto la pelle.
Direttamente dal cuore.
“Aragorn…” aveva sussurrato.
I battiti, il respiro, i pensieri che si confondevano in un unico doloroso miraggio.
“Vorresti… vorresti che io… vorresti che non partissi?”
Aragorn sorrise, abbracciandolo.
Facendogli sentire nel corpo, ciò che non poteva dire a parole.
Legolas socchiuse gli occhi. Conscio che non avrebbe potuto ottenere quella risposta.
Perché altrimenti tutto ciò che conoscevano, tutto ciò che era stato le loro vite, sarebbe svanito.
Cercò di accontentarsi. Di prendere solo ciò che Aragorn poteva dare. Ciò che lui stesso poteva accettare.
Eppure si ‘spense’. La luce che gli scaturiva da dentro, lentamente, si affievolì.
“Non voglio che tu parta Legolas. Non ho mai voluto che tu ti allontanassi da me.” gli disse Aragorn.
Quel calore, quella gioia disegnata sulla carne che sbiadiva gli era insopportabile alla vista.
“Lo so. Lo so, mio re.”
“Sono solo Aragorn per te.”
“No. Sarai sempre il mio re.”
E così, inaspettate, dolci, tremanti, le loro labbra si erano trovate. E si erano bisbigliate segreti, melodie inconoscibili, nenie.
Si erano mormorate sogni, illusioni e desideri.
Avevano costruito un futuro in un piccolo fragile momento.
E ci avevano creduto.
Anche se era durato il tempo di un bacio.
Fine