REMEMBER MY NAME
…
Try to make a move
just
to stay in the game.
I
try to stay awake
And
remember my name…
But
everybody is changing
And
I don’t feel the same…
(Everybody’s
chancing di Keane)
All’inizio…
era tutto buio.
Poi
sono venute le luci. Mille luci incredibili di tutti i colori!
Ero
talmente meravigliata che dovevo ricordarmi di respirare.
E
all’improvviso… per la prima volta nella mia vita, mi sono sentita persa.
Ero
convinta di non saperlo fare!
Ero
convinta di non sapere come si respirava.
E
ancora più assurdamente, ero convinta di non aver mai respirato prima di
allora.
Almeno
fino a che non l’ho visto.
E
mi sono ricordata come si respirava. E dove mi trovavo.
E
chi ero.
Liz
Parker.
Capitolo
Primo
“Liz… Liz…”
qualcuno mi chiama. Ma non vedo. Non percepisco il
contatto.
Se non fosse per quella voce, giurerei di non
sentire…
Piano, lentamente come se da questo dipendesse la
mia vita, riapro gli occhi.
E lo sguardo splendente di Max Evans per un attimo
mi abbaglia.
… poi un flash incomprensibile…
mi accascio sulle lenzuola ruvide dietro di me.
… un dolore fortissimo alla testa…
soffoco. Mi sembra di soffocare. I polmoni
bruciano. Non li ho mai usati. Non li ho mai usati prima d’ora.
Chi sei? Chiseichiseichisei?
Chi sei TU? Io non ti CONOSCO!
“LIZ!!!”
Cielo Max! Sei tu? Sei tu che gridi?
“Liz! Liz, mio dio, Liz che ti succede? Guardami ti
prego!”
Ti guardo Max. Ti sto guardando. E non ti vedo.
Riconosco il tuo aspetto, riconosco la tua voce. E
ricordo il tuo nome meglio del mio.
Ma in realtà non ti vedo.
E quando finalmente sento la tua mano che mi
sostiene dietro la schiena e con leggera preoccupazione le tue dita che si
fermano sulla mia fronte come per esaminare la mia temperatura, mi rendo conto
della cosa più importante di tutte.
Ti amo Max Evans.
E ti vedo adesso per la prima volta nella mia vita.
“Oh Liz!” esclama la mia amica.
“Maria…” sorrido debolmente. Devo sembrare un
disastro…
E solo in questo momento che mi rendo conto della
luce al neon del soffitto. Della moquette verde da quattro soldi e della puzza
di fumo.
Deve essere la stanza di un motel. Molto molto
economico.
Strano come io noti tutte queste cose e non che la
mia dolce, incredibile migliore amica Maria non mi travolga immediatamente con
l’impeto di uno dei suoi abbracci!
Maria si tiene al petto di Micheal.
Non mi sta guardando. Sta soffocando le lacrime nel
caldo maglione blu scuro di lui.
“Liz!” lo dice qualcun’altro adesso.
Lo dice Kyle. Ma nemmeno lui mi guarda.
Kyle tiene gli occhi fissi su Isabel. O meglio, sui
suoi capelli ondulati e scuri poggiati sulla sua spalla. Perché nonostante
Isabel sia alta come Kyle, ora è come se si fosse accasciata senza forze. E il
corpo di lui abbia accettato di accoglierla e sostenerla.
Con discrezione, senza imbarazzo.
Con una disperatamente confortante familiarità.
C’è riconoscenza negli occhi di lei quando per un
istante si posano su quelli di lui. E poi diventano freddi, quando si rivolgono
a me.
“Elizabeth”
Scandisce. Come per abituarsi all’unico nome che
userà per chiamarmi d’ora in avanti.
Eppure non provo fastidio.
Non provo nulla.
Almeno fino a quando non sento la sua voce.
“Liz…”
“Sono così felice Liz”, sussurra.
Mentre mi stringe a sé con quel suo sguardo
luminoso. Quello che, forse, farebbe sentire gelose le stelle…
“Max…” cerco di dire
Mio dio è sempre stata così rauca la mia voce?
“Max…” ripeto
“Dimmi Liz. Tutto quello che vuoi. Tutto.
Tuttotuttotutto.”
Cielo sembri impazzito! Sei sempre stato così
irrazionale?
“Cosa…” mi sforzo di parlare. Ma non ci riesco.
“Cosa…”
“Dimmi Liz. Dimmi” ripete. E sembra allucinato.
“Cosa cazzo…
è successo?”
Mi guarda, sorpreso della mia insolita
imprecazione.
E lo vedo fare la cosa più bella del mondo.
Ridere.
“Eravamo inseguiti da un fuoristrada senza targa. A
bordo dovevano esserci agenti federali. Ci hanno sparato addosso Liz.
Hanno cominciato a sparare, e io ho avuto paura.
Per me. Per te. Soprattutto per quello che ci
avrebbero fatto se ci avessero preso.”
Strano come abbiano dato tutti per scontato che io
non ricordi nulla.
Si, forse, lo shock…
Non hanno neppure provato a chiedermi…
“Eravamo noi due in auto Liz. Da soli.
Ci eravamo separati dagli altri perché sperevamo di
rendere più difficoltoso l’inseguimento di tre gruppi da due, invece che di uno
da sei.
Ma evidentemente è stato un errore…
La macchina che avevamo rubato ha sbandato
sull’asfalto bagnato.
Ho perso il controllo e sono stato costretto a un
testa coda con il loro fuoristrada per sperare di fermarli.
Siamo stati spinti contro il guard rail.
I due agenti dietro di noi sono scesi dall’auto con
l’intenzione di aggredirci.
Così … li ho uccisi Liz.
E non me ne pento.
Ma sono caduto sulla strada. Mi sono accasciato. Ho
perso tempo prezioso.
Tremavo.
Avevo ucciso due uomini Liz. Capisci?
Quando tutto è finito ti ho chiamato. Ho visto che
non mi rispondevi, che non scendevi dalla macchina.
E allora sono corso verso di te.
E ho visto i vetri.
E il parabrezza sfondato.
E tutto
quel sangue.
Non eri volata fuori dalla vettura solo perché
avevi la cintura di sicurezza allacciata.
Mi sono chinato su di te. Ho cercato di rianimarti.
Ma poi…
E poi…”
Comincio a sentire distintamente i singhiozzi di
Maria, mentre Max cerca di proseguire.
“Max…” lo interrompe la voce di Micheal. “Siamo
tutti distrutti. La mia ragazza ha bisogno di dormire. Perciò noi ce ne
andiamo.” Dice stringendo al suo petto solido una figuretta tremante.
Certo. Annuisco.
E noto, di sfuggita, un particolare che avrei
ricordato solo molti mesi dopo.
Micheal. Il mio caro Micheal, l’amico che non
mentiva, che non aveva mezze misure e che aveva l’abitudine di gettarmi in
faccia la dura realtà delle cose quando cercavo di nascondermi da essa, non mi
aveva ancora detto una parola.
Non mi aveva ancora guardato. Nemmeno una volta.
“Si Elizabeth, andiamo via anche noi.”
Kyle guarda Isabel come se volesse rimproverarla,
ma non ne trovasse il coraggio.
Accenna un saluto con la mano, nel suo modo un po’
impacciato.
“Max…”
“Buonanotte Kyle. Ragazzi.”
“Va bene Max. buonanotte. Ma ne riparleremo.”
Risponde Kyle.
Senza parole e senza far rumore, ci lasciano soli.
Dopo aver chiuso a chiave la porta, Max ritorna
verso il letto.
“Che c’è Liz, come ti senti?”
“Sto… benino, direi. Considerando che se non fossi
la moglie di un alieno guaritore sarei morta, direi più che bene!”
Cerco di sembrare spensierata mentre rido, ma è
ovvio che anche lui non lo trova divertente.
“Liz non devi fingere con me…”
Scuoto la testa per fargli capire che non ne ho
l’intenzione.
“Va bene” dice
Mi da un bacio sulla fronte e si sdraia accanto a
me, sopra le lenzuola.
“Dormiamo”
Sono veramente tanto stanca.
Eppure SO, mentre lui annuisce, che passerà questa
notte a tenermi stretta e vegliare sul mio sonno.
Un sonno che scenderà sopra di me.
Mi coprirà
come una lapide.
Capitolo Secondo
Ammetto che mi sarebbe piaciuto svegliarmi fra le
sue braccia…
Mi sono alzata. Ho sollevato la tenda di cotone
grezzo di un colore scolorito.
Ho guardato fuori e ho visto il nulla.
Siamo sicuramente ancora nel deserto.
Sono intontita dal sonno, e a giudicare dal colore
del cielo, deve essere ancora notte fonda.
Eppure Max non ha diviso il letto con me.
Eccolo, lo scorgo tra le pieghe del divano. Ha
addosso soltanto un plaid e dorme rannicchiato in posizione fetale come un
bambino.
Non credo di averlo mai visto dormire così.
Ed ecco che prepotente la sensazione ritorna.
Quella di non sapere esattamente dove mi trovo o
con chi.
Guardare il viso del mio marito alieno e trovarlo
sconosciuto.
E poi la sensazione che qualcosa di terribile sia
successo. Ma che nessuno voglia dirmi.
La gola secca. Le orecchie otturate da un suono
sordo e martellante che mi impedisce il ragionamento.
Incubi. Incubi appena sognati. Ancora freschi nella
mia testa.
Incubi che non ricordo. O, forse, che non voglio
ricordare.
Sei morta
Liz Parker.
Mi dico.
Sei quasi
morta.
È normale un po’ di paranoia.
Un po’ di paura, strisciante sotto la pelle e le
ossa, che mi spinge a chiedermi cosa sarebbe successo se non fossi stata tanto
fortunata…
“Liz…”
Max sta sussurrando il mio nome nel sogno.
È tanto stanco, che non voglio svegliarlo…
Mmm… Probabilmente la nostra stanza confina con
quella di Micheal e Maria.
Posso quasi riuscire a sentirli parlare.
“E
tu credi che io non ci abbia provato…”
“So
che per te è difficile Maria. È difficile per tutti.”
“…”
Mi secca ascoltare le loro confidenze.
Mi sembra quasi di essere una spia in agguato.
Se hanno qualcosa da dirmi me la verranno a dire!
E sinceramente ho quasi voglia di desiderare che
non lo facciano… che si tengano, se veramente esiste e non sono solo mie
assurde fantasie, questo loro fantomatico segreto.
Io non voglio più soffrire.
E poi Maria non è mai riuscita a nascondermi le
cose troppo a lungo…
Sorrido.
Ma un improvviso gelo mi afferra le ossa. Mi
stringo nella vestaglia che Max premurosamente mi ha lasciato sulla sponda del
letto.
“Liz…”
Sorrido di nuovo, mentre mi volto verso di lui.
Il mio dolce ragazzo verde che non può stare
lontano da me …
Ma il sorriso mi si pietrifica in volto.
Perché i lineamenti di Max sono scolpiti nel dolore
mentre ripete il mio nome come una nenia a voce sempre più alta.
Vorrei correre da lui.
Max! Max svegliati!
Deve essere un incubo!
MAX!
E non riesco a fare niente! Non riesco a gridare,
non riesco a muovermi.
Sono qui, bloccata ad osservare le sue mani
contorcersi, stringersi a pugno. La bocca stringersi in una ringhiante ruga
bianca e sottile. Gli occhi lacrimare serrati.
“Max.”
Non so come, con tutta la mia energia, riesco a
dire il suo nome.
Ma esce dalla mia bocca solo un sospiro e un
singulto.
L’unica cosa che ricordo prima di svenire è il suo
odore.
Mentre io perdevo i sensi, lui si svegliava. E
spaventato a morte, si lanciava su di me per sorreggermi. È questo che fanno i
mariti.
Mi risveglio solo pochi minuti dopo.
Max mi tiene la testa sollevata, ho le gambe
poggiate sopra un largo cuscino.
“Mi sono molto spaventato…” dichiara con voce senza
inflessione.
Anche io. Vorrei rispondergli.
Anche io ho avuto paura. Non dello svenimento, ma
di quelle terribili sensazioni di angoscia che ho provato prima.
Quelle terribili sensazioni di angoscia che
provenivano da te.
Che tu mi hai trasmesso.
Oh Max…
“Ho la gola secca…” dico cercando di rialzarmi.
Ma lui me lo impedisce e si alza per prendermi un
bicchiere e a riempirlo con un po’ di latte dal frigo.
Sorrido inconsciamente. Perché alle volte ancora mi
sorprendo di quanto mi conosca bene…
Mi allunga il bicchiere e lo bevo per metà.
“Ti ho tramesso i miei incubi, vero?”
Perché rispondere a una cosa così ovvia?
“Che cosa li ha provocati Max?”
“Ho accumulato molta tensione e paura in questi
giorni… non avrei mai voluto che tu sentissi le mie sensazioni. Ricordi niente
Liz? Hai visto qualche immagine?” chiede. E mi sembra leggermente preoccupato.
“No.” Rispondo, mentre mi allungo sul pavimento con
un braccio per posare a terra il bicchiere.
E anche per poter strategicamente evitare di
guardarlo in volto.
“Ho solo sentito le tue emozioni.” mento.
“Mi dispiace di averti causato uno svenimento Liz…”
“Non importa. Ero già debilitata.
Scusa Max. Vorrei proprio dormire adesso.”
Gli volto definitivamente le spalle e infilo le
mani sotto al cuscino.
Mi ha vegliata per due ore.
Due ore intere in cui non ha mai smesso di
guardarmi.
Senza toccarmi.
Senza avvicinarsi col corpo al mio lato del letto.
E senza staccare gli occhi da me.
Non so, e non ho intenzione di chiederglielo, se si
sia accorto del fatto che nemmeno io riuscivo a dormire. Ma tenevo ugualmente
gli occhi serrati. E fingevo una respirazione regolare e la serenità del sonno.
Mentre le parole di lui mi si ripetevano nella
testa e cercavo di trovare un senso agli avvenimenti delle ultime ore.
“Ho accumulato molta tensione e paura in questi
giorni…
In questi giorni.
… giornigiornigiorni.
… molta tensione e paura in questi giorni …”
Mio dio, penso. Quanto a lungo sono rimasta priva
del contatto con la realtà?
Mi hanno lasciato credere implicitamente che dal
momento dell’incidente fossero passate solo poche ore…
Qual è stata l’ultima cosa che ho fatto?
Qual è l’ultima cosa che ricordo?
“Max!” esclamo in preda alla frustrazione
afferrando un lembo del suo pantalone.
“Liz! Va tutto bene?”
“Max dove siamo?”
Mi guarda per un attimo deconcentrato, come se non
si spiegasse il perchè di questa mia domanda. “Siamo a Little rock,
nell’Arkansas” mi comunica alla fine soppesando le parole.
“E prima?”
“Prima?”
“Si, Max. Prima di Little-rock-nell’arkansas dove
eravamo?”
“Abbiamo cercato di confonderci nelle grandi città
del nord est della costa. Siamo stato a Boston, a New
York, a Philadelphia. Poi abbiamo deciso di spostarci all’interno e siamo andati a Pitts. Poi
Buffalo, Clevelands, Detroit… Liz, ma perché mi fai tutte queste domande?”
“Veramente te ne ho fatta una sola: più che
leggittima. Abbiamo visitato tutte queste città e io ho solo vaghi ricordi.
Odori e rumori per lo più. Memorie indefinibili.
Non ti spaventa questo? Perché a me si. Molto.”
“Liz…” sussurra dolcemente chinandosi verso la mia
fronte e sfiorandola. “I ricordi torneranno. Tornerà tutto come prima. Datti
solo un po’ di tempo… va bene?
Puoi fare questo per me?”
Annuisco distrattamente. Accantonando un’altra di
quelle cose che poi mi sarebbero ripiombate addosso col loro carico di dubbi
parecchi mesi dopo.
Mio marito, l’alieno che non poteva staccare le sue
mani da me nemmeno per un istante, non mi aveva ancora baciata.
Capitolo Terzo
“Buongiorno…”
La testa di Max fa capolino dalla maglietta che si
sta infilando mentre mi saluta dopo avermi vista seduta al centro del letto.
“Buongiorno a te” rispondo distrattamente.
Ho dormito poco. E male.
“C’è qualcosa che non va Liz?”
Mi chiede premuroso ma avviandosi verso la finestra
per sbirciare tra le tende, ignorando il nostro bacio del saluto mattutino.
“Si, Max. C’è qualche cosa che non va!” rispondo
quasi digrignando i denti e sottolineando la negazione.
Max si ferma a metà strada tra il letto e la tenda
e si gira verso di me.
“Liz, così mi fai preoccupare…” sussurra coprendo
la distanza tra noi e sedendosi ai piedi del letto. “Cosa c’è?” continua con
quel suo modo di carezzare le parole esprimendo i suoi dubbi col costante
timore di essere invadente.
Cosa che… bhe, si. Mi fa… incazzare!
Si, lo so. Non è da me usare questa parola volgare.
Ma è il termine esatto: si, mi fa incazzare!
Ecco! L’ho detto!
E dopo averlo ripetuto due volte comincio quasi ad
abituarmici…
“Max hai davvero bisogno che te lo spieghi?” dico e
lo indico.
O meglio, indico lo spazio vuoto tra noi due.
Lui solleva lo sguardo su di me e poi lo riporta
sulla coperta. Lo fa due o tre volte prima di spostarsi vicino a me e
attirandomi verso di lui.
“Così va meglio?” sussurra sul mio lobo,
costringendomi a posare il volto nell’incavo del suo collo. “Ti senti
trascurata, per caso?”
“Per caso?” enfatizzo le parole e in un moto di
ribellione sono tentata di sgusciare fuori dal suo abbraccio.
Il che si rivela impossibile visto che mi tiene
saldamente.
Decisa a non darmi per vinta comincio uno dei miei
monologhi interminabili e, il più delle volte, imbarazzanti.
“Tua moglie ha rischiato di morire Max! Tua moglie
è stata portata indietro dal regno dei morti dal suo marito alieno, una seconda
volta, tua moglie si sente sola. Perché fino a questo momento il suo
affettuosissimo marito l’ha abbracciata solo una volta.
Non vuoi toccarmi Max? Hai paura che m’infranga?
Non sono di cristallo!
Ho rischiato di morire e sono di nuovo qui e voglio
essere toccata, voglio essere baciata e fare l’amore con te per ricordarmi
quanto sono fortunata e cosa non ho perso!
Lo capisci?”
Oh, si. Certo che lo capisce.
“Liz io…” prova a dire.
Ma in preda all’incertezza si ferma.
Esitante guarda la stanza, il divano, il frigo, il
soffitto.
Poi, finalmente, di nuovo me.
“Devo toccarti.” Mi dice.
E, lo giuro, è la stessa voce di quel giorno.
La stessa inflessione, lo stesso tono caldo e ricco
di promesse.
Di quel giorno in cui Max Evans il semisconosciuto
compagno di corso è diventato Max Evans l’alieno che mi ha salvato la vita.
Di cui mi sono perdutamente innammorata.
E poi mi prende il viso ripetendo esattamente gli
stessi gesti. Sollevando la mano sinistra a stringermi la guancia per poi
racchiudere il mio viso nella carezza dell’altra, spostandomi una ciocca lunga
e nera dietro l’orecchio.
Esattamente come allora.
Solo che adesso non vedo le immaggini di noi
bambini. Non sento la sua solitudine.
Sento tutto l’amore che gli ho dato.
I nostri momenti, quelli in cui tutto è cominciato,
quelli in cui abbiamo pensato che sarebbe davvero finita. E quelli, in cui
abbiamo imparato cosa voleva dire non darsi per vinti.
In una parola, mi restituisce l’integrità del
nostro rapporto. In un unico, bellissimo, indescrivibile fiotto di immaggini,
calore e sensazioni.
Quando interrompe la nostra connessione mi ritrovo
ansimante come dopo un amplesso.
Perché è stato davvero come fare l’amore con lui.
“Hai capito?” mi chiede con occhi ambrati grandi e
luminosi
Annuisco. Non sono ancora pronta per le parole.
“Alle volte Liz, mi accorgo di non essere capace di
esprimere a parole quanto sono grato di averti nella mia vita. Perché ho paura
di vessarti. Di diventare un ragazzino assillante che straripa di buoni
sentimenti…” s’interrompe un attimo per esibire un sorrisino compiaciuto,
dimostrando una verve che il suo ruolo di leader e le sue responsabilità hanno
soffocato.
“… ma fosse per me, Liz Parker, non abbandonerei
mai il tuo letto.
O i tuoi pensieri.”
Oh cielo. Max Evans di sicuro sa come tenere a
freno le mie irrazionali fobie…
“… e quindi cos’è questa paura di non essere
baciata?” sorride come non l’avevo ancora visto fare da quando mi sono
risvegliata in questa stanza sconosciuta di questo motel dimenticato da dio e,
per fortuna anche, dagli uomini di littlerockarkansas.
“Stavo pensando…” continuo io, stando al gioco e
mimando la mia irresistibile aria da gattina “… che magari potresti farmi
passare questo blocco psicologico con una terapia d’urto…” suggerisco
avvicinandomi alla sua bocca e toccandola con la mia.