ON THESE ROADS
(We Got Work To Do)

Spero sia una piacevole sorpresa per Franca.
Lei è una donna molto paziente.
Anche se talvolta non le ho dato buoni motivi per esserlo.

NOTE

Forse, chi lo sa, da qualche parte degli infiniti percorsi narrativi, questi quattro già si conoscono…

Scriveva qualche tempo fa la mia amica Franca/Dreamhunter.
Chi sarebbero questi quattro? Beh, su, non è difficile. Dai che già lo sapete…
Sappiate però che l’idea di scrivere questa storiella me l’ha data quell’interessante commento. Se non l’avete letto, leggetelo. Se già lo conoscete, beh, questo è il risultato delle mie speculazioni a riguardo.

Inoltre, per chi è interessato, considerate che la storia si ambienta a giugno 2007, quindi oltre due anni dopo gli eventi di ‘Not fade away’ della quinta stagione di AtS, e verso la seconda metà della prima stagione di Supernatural, dopo ‘Shadow’ (come riferimento cronologico per SPN ho consultato la timeline del sito SuperWiki)

Buona lettura,
Pedistalite.


We fight.

Saving people, hunting things. The family business.

I

Accadde di nuovo vicino Las Cruces.
Si era sparsa la voce che ci fosse una comunità di vampiri numerosa e piuttosto brutale che spadroneggiava nelle cittadine a poche miglia dal confine con il Messico.
Sam e Dean decisero che era un lavoro per loro, ma quando risalirono al covo, lo trovarono incendiato. Dei vampiri nessuna traccia. O meglio, dei vampiri, solo cenere.

Dean annusò l’aria, alla ricerca di zolfo. Sam esaminò l’ambiente con il loro rilevatore di energie ectoplasmiche, ma non recuperarono tracce.
“Ti risulta che altri cacciatori stessero venendo qui?” chiese, chinandosi poi a esaminare i cumuli di cenere e gli schizzi di sangue rappreso.
Dean gli si accostò, una luce determinata nello sguardo fisso sui ricami vermigli. - “No, è stato Bobby a passarci la dritta.”
Seguì un momento di silenzio, poi girò le spalle e uscì alla luce del tardo pomeriggio. Sam lo raggiunse, chinando le spalle, camminava con un’andatura dinoccolata.
“Pensi che siano loro?” gli domandò con tono neutro.
I fratelli Winchester non parlavano molto, ma sapevano esprimersi in altri modi. Era come un linguaggio segreto, di cui solo loro due al mondo conoscessero l’esistenza.
Dean annuì, - “È la nostra occasione.”

***

Quella stessa notte, nell’economico e malfamato motel in cui si erano sistemati, Sam consultò tutte le informazioni già in loro possesso, riguardanti i casi che non avevano mai risolto.
Tramite internet e l’esperienza di anni di hackeraggio, nelle ultime settimane era riuscito a mettere insieme un archivio discreto di documentazione: rapporti di polizia, vittime coinvolte, sopravvissuti, le poche, scarse, testimonianze.
Phinix, Albuquerque, Colorado Springs, su fino a Salt Lake City e poi di ritorno passando per il Nevada, Vegas e di nuovo la California. Ne era derivata una mappa che si muoveva per tutta la costa occidentale, ma sembrava convergere sempre in un punto: Los Angeles.
“Niente, non so che dire, non c’è niente. Sembra che non esistano,” considerò Sam esausto, chiudendo il pc. - “Nessuna targa mai annotata, nessuna descrizione fisica appurata, nessuna notizia rilevante. Chiunque siano, sanno quello che fanno. Niente nomi, niente documenti. Se non fosse per il testimone di Tucson che si ricorda due uomini guidare una De Soto non sapremmo nemmeno come si spostano.”
Dean spense il piccolo televisore che riverberava con immagini casuali di qualche infomercials della tarda serata. Per entrambi era quasi normale non dormire, di notte.
“Una cosa la sappiamo: potrebbero essere ancora nei paraggi, il covo è stato ripulito da meno di ventiquattr’ore.”
Sam lo scrutò con attenzione camminare per la stanza e poi fermarsi alla finestra, quasi come se dal buio fuori potesse apparire la soluzione al mistero. Si fece scuro in volto, “Se anche li trovassimo… Dean, se anche li trovassimo, cosa intendi fare?”
Dean lo osservò a lungo. Poi prese la giacca e uscì.

***

Da Las Cruces erano spariti. Poco ma sicuro.
Almeno così aveva brontolato Dean rientrando poco dopo l’alba, prima di buttarsi sul letto. Suo fratello, svegliato dalla porta che ruotava suoi cardini, fregandosi gli occhi, non sprecò energie a fare domande sul perché ne fosse tanto sicuro, ma si alzò e decise di impiegare quel tempo per terminare la sua piccola indagine.

Si, da Las Cruces erano spariti.
Peggio, concluse Sam, dopo aver parlato per la seconda volta con lo sceriffo e aver visitato due ragazze sotto shock all’ospedale, era come se a Las Cruces non fossero mai esistiti.
Sembravano fantasmi.

Arrivavano dove c’era bisogno, ma nessuno prendeva nota davvero della loro presenza. Non sostavano negli alberghi e nei motel, perché nei giorni che coincidevano con i salvataggi non risultava nessuno straniero registrato. Non frequentavano i bar locali perché lì, nelle piccole cittadine dell’america, chi non è del posto spicca come una mosca bianca. Nessuno ricordava di aver visto in giro facce nuove, nessuno riusciva a pensare a niente di insolito. Anche le persone salvate dai misteriosi samaritani non riuscivano a decidersi per delle descrizioni plausibili. E non gli sembrava, come succedeva nel loro caso, che le vittime scampate ai massacri fossero reticenti per proteggere i loro salvatori.

Sam aveva molto istinto per le persone. E sapeva esercitare una certa dose di sottile persuasione con i suoi occhioni da cucciolo disarmato, che induceva i suoi interlocutori a pensare che fosse un onesto, saldo, bravo ragazzo senza secondi fini.
Era un vero talento naturale, il suo. E fin dall’adolescenza suo padre gli aveva delegato il ruolo di vedersela con i civili.
Sam sapeva come far aprire le persone, metterle a loro agio, come piacere, fare in modo che la gente scegliesse di confidarsi con lui senza l’impressione di essere stata manipolata.
E tutti quelli con cui aveva parlato del caso, dal vivo o al telefono, non mentivano per nascondere qualcosa. Semplicemente non sapevano come descrivere ciò che avevano visto. Fin qui nulla di sospetto. Capitava spesso.
Ad essere sospetta fu la conclusione della sua performance in ospedale, con la frase di rito - “La prego, so che deve essere difficile per lei, ma provi a spiegarmi cosa ricorda…”
Una delle due ragazze lo fissò con enormi occhi vacui. La pelle sottile delle palpebre sembrò quasi traslucida e Sam deglutì, a disagio.
“Mi hanno liberato…” esitò, le labbra screpolate, le mani nervose. “E… protetto. È stato tutto così veloce…” esalò un respiro affannato, ancora scossa. “Non so cosa fossero quelle cose che ci hanno catturato, e non so come abbiano fatto a sterminarle…” Radunò i pensieri, probabilmente risultato di lunghe riflessioni, “Erano come… inumani.”

Sam si tese, cercando di mantenere un’espressione incoraggiante. Annuì, per farla continuare.
La ragazza nemmeno lo notò, sembrò perdersi nella memoria, guardando il soffitto. “Inumani… No, divini.” Tornò a fissarlo, e sorrise, mostrando ancora più chiaramente i sottili capillari grigio-azzurri delle guance esangui.
A Sam per un attimo parve spaventosa.
“Erano due angeli. Due angeli neri.”

II

Sam da tutta la storia iniziava ad essere vagamente disturbato. Dean ne era, più che altro, incuriosito. Ma entrambi su un punto concordavano.
Dovevano trovare gli angeli neri e capire chi diavolo erano.
“Davvero vuoi andare a Los Angeles? Credevo detestassimo la California…”
Dean tamburellò con le mani sul volante e ne carezzò la pelle riscaldata dal sole. - “Ma l’hai sentito tesoro? Sam non vuole andare in California… io invece dico che ci meritiamo una piccola vacanza. Magari potrei rimorchiare Lindsey Lohan…”
Sam entrò potentemente in pieno nel ruolo del fratellino saccente. Indossando quella che Dean a ragione chiamava la sua bitchy-face. “Per prima cosa, smettila di parlare con l’Impala. È… disturbante.”
Dean, oltraggiato, lo interruppe. “Se parli ancora male di me e la mia bambina mi costringi ad affibbiartene uno. Ricevuto?”
Sam lo ignorò, ma non ritornò sulla questione, “Secondo, tu non ci vuoi andare in vacanza, ci vuoi andare per cercare questi due… angeli, o simili.”
Dean sbuffò, come un ragazzino capriccioso. Detestava ogni manifestazione di buon senso da parte del suo fratellino. Ne era annoiato a morte. Scalò una marcia ed effettuò un sorpasso, poi accelerò.
“E va bene, Sam. Si, stiamo andando là in ricognizione, ok? Se non vuoi venire ti lascio lungo la strada da qualche parte, non è un problema.” Sam sospirò. Per quanto fossero legati e si capissero con uno sguardo durante un lavoro, certe cose Dean ancora non le afferrava. O forse aveva paura di crederci.
“Certo che vengo con te.”

Dean distolse velocemente gli occhi dalla strada. Si guardarono.
I quattro anni di Stanford, l’ira di papà, Jessica, l’abbandono che per motivi diversi entrambi avevano provato, il distacco… in pochi secondi si condensò e vorticò dentro le loro pupille.

Naturalmente evitarono l’argomento.
Era difficile per entrambi, sapeva di sogni infranti o di tradimenti familiari, e riuscivano ad affrontarlo solo in termini sarcastici.

Sam proseguì, come se nulla fosse, “Ma penso che dobbiamo tenerci pronti all’idea che non troveremo nulla, se non qualche leggenda metropolitana…”

***

Beh… sulla leggenda metropolitana avevano visto giusto.

Certo, di quello che era successo a LA un paio di anni prima ne avevano sentito parlare.
Dean all’epoca era sul lato opposto della costa, a risolvere un problema con dei lupi mannari su nel Connecticut, ma papà ci era stato. Anzi, era arrivato sul posto solo pochi giorni dopo il fatto.
“Incredibile quello che mi ha raccontato… mi disse che c’era stata una specie di apertura dimensionale e che un’intera armata di demoni era piombata dal cielo. Perfino un drago Sammy. Molta della gente di qui, dopo, ha parlato di isteria collettiva e visioni di massa indotte dagli attacchi di panico. Ovviamente sono in negazione. Ma sarà difficile trovare qualcuno che saprà dirci come sono andate veramente le cose…”

Sam alzò la testa dalla tastiera. Su internet aveva trovato intere comunità di bloggers che si riferivano a se stessi come i sopravvissuti dell’apocalisse. La maggior parte di ciò che scrivevano erano stronzate, ma qui e là si poteva intravedere una trama nitida in sottofondo. Quasi tutte le versioni, per i dettagli più generali, potevano coincidere.
Si parlava di un combattimento epico, non solo per le dimensioni, ma per la strenua resistenza dei contendenti in svantaggio numerico. E tutte si concludevano con una specie di esplosione che aveva risucchiato i demoni ancora vivi e le loro carcasse, drago incluso.
Quando era sorto il sole, la mattina dopo, gli abitanti superstiti avevano trovato solo un’enorme voragine e una macchia di fumo denso nel cielo che era rimasta ad aleggiare sulla città per dei mesi, durante la ricostruzione.
“Penso sia il momento buono per andare in giro a fare domande.”
Sam spense il pc. Dean prese la giacca e le chiavi. Il buio del corridoio dell’ennesimo hotel da sobborghi confuse le loro ombre.

***

Fare domande non aveva portato da subito dei buoni risultati.
Un paio di ragazze esaltate, rimorchiate nel primo bar, biascicarono sulla visione di un angelo dell’apocalisse. Sam e Dean sorrisero e con la scusa di una partita a biliardo, si defilarono. Poi fu la volta di un gruppetto di studentelli dalle idee poco chiare, che sostenevano di essere morti e resuscitati grazie al potere magico e curativo della marijuana. Sam e Dean non commentarono, ma decisero che era il caso di cambiare zona.
La storia andò avanti per giorni.
Si mossero con metodo. Dalle parti più malfamate, ai circoli meglio frequentati.
E tutto ciò che riuscirono a mettere insieme fu una specie di favoletta sulla città dell’angelo e del suo compagno immortale.

La città di notte sembrava immensa, fondersi con il buio stesso. E a distanza di due anni, le cicatrici di qualunque cosa fosse accaduta, erano ancora visibili, ma in via di guarigione.
Si erano lasciati alle spalle l’ultimo locale, per quella notte. Pochi altri passi e avrebbero raggiunto l’Impala, alla fine del vicolo.

“Lo giuro!” - esclamò Dean passandosi una mano tra i capelli corti e poi sugli occhi, “Se sento ancora una volta la storia dell’angelo dell’apocalisse io…”
Sam gentilmente si piegò per non sovrastarlo. Erano entrambi alti, ma Sam, passata l’adolescenza, aveva iniziato a crescere e deciso che non voleva fermarsi. Al caso, sapeva come sfruttare la sua altezza indecente.
“Cerca di stare calmo. Più scaviamo a fondo, più i particolari coincidono, più aumentano le occasioni di trovare l’identità di questi due…” deglutì, a disagio, “… angeli.”

“No, non ne posso più!” Dean scattò, e il lampione sopra le loro teste disegnò un cono perfetto di luce giallina, - “Abbiamo bisogno di un lavoro da fare, sennò divento pazzo.”

Si guardò intorno, circospetto, come se stesse realizzando solo in quel momento un particolare fondamentale. “Ehy Sammy, Los Angeles è una città violenta, giusto?”
Sam si fece più attento. “Che intendi?”
“E noi siamo qui da quasi una settimana, giusto?” proseguì Dean, con la sua intuizione. - “Com’è che non abbiamo ancora trovato tracce di attività demoniache? Possessioni, sparizioni, rapimenti… qui dovrebbe esserci di tutto, siamo in una metropoli in cui il male prolifera…”

Sam annuì, concentrato.
Dean fu certo di come nella sua mente stesse già esaminando informazioni e variabili. “Allora dove sono i mutaforma, i wendigo, i lupi mannari, i vampiri? Com’è che, a parte la roba da poco, non siamo venuti a conoscenza di una sostanziosa comunità demoniaca?”
Sam non ebbe tempo per rispondere.
Qualcun altro lo fece.

“Perché ce ne occupiamo noi.”

III

Una figura silenziosissima prese forma dalle ombre.
Sam e Dean, allenati a percepire i cambiamenti nello scenario che li circondava, si voltarono all’unisono nella direzione giusta, per osservarla.
Un rumore distinto di suole d’anfibio contro l’asfalto identificò una seconda figura, e i due fratelli furono certi che quel rumore non solo fosse intenzionale, ma anche un avvertimento.

Merda. Li avevano circondati. Erano alla fine e all’inizio del vicolo.
Dean tolse la pistola a canna lunga dal retro dei jeans, la impugnò, non avendo di meglio e fedele al suo motto spara prima, scappa poi, fa domande mai. Mentre Sam si chinò e sfilò un coltello dal supporto attaccato al polpaccio, con gesti efficienti e mani salde.
Una voce sicura provenne dall’inizio del vicolo, dall’ombra più silenziosa. - “Ragazzi, siete sicuri che sia una mossa intelligente attaccare alla cieca?”
L’intonazione del figlio di puttana era quasi divertita.
“Beh, meglio essere preparati,” replicò Dean, prendendo la mira, - “Non è il motto dei boyscouts?”
Nel vicolo echeggiò una risata quasi ipnotica. Il sadico bastardo doveva trovare quella situazione molto divertente.
“Qualcosa mi dice che tu non ne hai mai fatto parte…”

Sam e Dean si misero spalla contro spalla all’interno del cerchio di luce del lampione, per proteggersi a vicenda. Non era la mossa migliore, ma incrementava la loro visibilità.
“Chi siete?” domandò Sam, impugnando meglio la lama. Poteva avere qualche chance nel corpo a corpo, ma l’istinto gli suggeriva che con quella figura sottile dall’atteggiamento indolente, che gli chiudeva la via di fuga, non doveva arrivare allo scontro diretto.

“Noi siamo quelli che state cercando con tanto impegno,” - ribatté lo sconosciuto avanzando. Dai movimenti, dalla struttura fisica, elegante e felino come una pantera.
Sam ne fu, suo malgrado, affascinato. E disturbato. - “Si, questo è chiaro. Ma chi siete?”

Dean ne seguì lo spostamento con la coda dell’occhio, come sempre, più attento al fratello che a se stesso. Distolse lo sguardo dal suo bersaglio solo un istante, una frazione di secondo. Poi accadde l’inaspettato, partì un colpo, si frantumò il lampione e li privò dell’unica fonte di luce.

Si trovò disarmato, la mano dolorante, la pistola lontana, e la gola stretta nella morsa del vampiro. Si, dalla temperatura corporea, per forza doveva trattarsi di un vampiro. Cazzo.

Veloce, forte, immortale. E apparentemente leggendario, per qualche strano motivo.
Perfetto, l’avversario che ho sempre sognato, pensò con irritazione, cercando di mettere a fuoco, gli occhi offuscati dalla lacrimazione per la poca affluenza di ossigeno.

“Dean!” gridò Sam, muovendosi alla cieca. Preso in contropiede e disarmato da una mano freddissima e sottile.
“Voi Winchester…” – il vampiro commentò alla leggera, allentando appena la presa quando sentì Sam sussultare al suo nome. – “Sempre carichi come un fucile…”

***

Dean si massaggiò la gola. Stupito, anzi insultato, di essere stato liberato.

Un avversario ti sorprende perché è più bravo di te?
Non c’è un codice d’onore da qualche parte che imponga che ti uccida?
Beh, ripensandoci, Dean non si sentiva poi così ferito nell’orgoglio…

“Ma che storia è?” – sbottò, mentre il vampiro bruno che aveva avuto la sua fottuta gola sotto le sue fottute dita, gli segnalò di avviarsi verso un’auto nera parcheggiata poco distante.

Un’auto d’epoca, Plymouth del 67, nera e lucida con la capotte abbassata. Dean ne ammirò la carrozzeria ma si trattenne dal commentare alcunché.
Il vampiro sembrò compiaciuto.
Era alto quanto Dean, ma di corporatura più robusta. E vestito meglio.

“E’ una storia in cui conservi la pelle. Non sei contento?”

Quindi ricapitoliamo, veloce, forte, immortale, leggendario, robusto. E con il senso dell’umorismo?
Beh, a Dean uno così non poteva stare simpatico.

“Sei un incomprensibile figlio di puttana. Te l’hanno mai detto?” replicò, attento a mimare lo stesso tono irritante e vagamente canzonatorio.

Il vampiro rise, apertamente. E la risata fece meraviglie sulla sua bocca.
“Molto più spesso di quanto potresti pensare.”

“Wow, attento cucciolo, non mordere.” – sopraggiunse il secondo vampiro.
Quello che era, accidenti, platino.
Dannazione.

Sam sembrava sconcertato quanto lui. E se perfino il suo fratellino saputello rimaneva senza parole allora erano davvero in merde profonde.

Vampiri che non uccidevano. Vampiri che, apparentemente, salvavano.
Dean mascherò i dubbi.
E, a questo proposito…

“Com’è che io e mio fratello ancora respiriamo?”
Non che la cosa gli dispiacesse…

La voce del vampiro psichedelico, che teneva Sam sotto braccio come se si stessero scambiando delle confidenze, s’intromise. - “Sei un tipo veramente sveglio quanto dicono in giro tu, eh?”

Sam trattenne a stento una risatina. Dean sembrò oltraggiato e ferito nell’onore.
Il vampiro sogghignò, con gusto.
Sam azzardò un’occhiata, per scrutarne i lineamenti fini. Occhi di un colore che non si coglieva chiaramente, zigomi alti, faccia da schiaffi.

“Andiamo a farci un giro, SamandDean,” proseguì, cantilenando.

“Potete dirci almeno i vostri nomi?” s’impose Sam, - “Visto che sapete i nostri.”

I due vampiri si scambiarono un veloce sguardo d’intesa. Se i due fratelli non fossero stati abituati allo stesso livello di complicità, probabilmente l’avrebbero mancato.

“Sicuro cucciolo. Io sono Spike.” “Spi-ke,” sillabò Dean - “Come i chiodi? Accidenti, davvero?”
Spike mostrò gli occhi dorati in un breve flash, “Qualcosa in contrario?”
Dean scosse la testa, si rivolse all’altro - “E tu?”
Il vampiro bruno considerò la domanda, incurvando le labbra in un mezzo sorriso storto, - “Non ti piacerà.”
Dean gli gettò uno sguardo incredulo. - “E perché?”

“Mi chiamo Angel.”

IV

“Sta scherzando!” esclamò Dean, “E’ un fottuto scherzo. Come tutta questa storia!”

“Calmati proiettile. Siamo tra amici.” – intervenne Spike, pronto al nomignolo e alla reazione.
Dean lo guardò, lasciando trapelare il disprezzo che solitamente riservava alle cose da cacciare. Quelle che avevano rovinato la sua famiglia. “Siamo tra killer, mi pare.” – precisò, mandando a Sam uno sguardo apologetico. “E non c’è bisogno di usare le buone maniere.”

“Dean,” mormorò Sam, esortandolo alla calma, - “Ascoltiamo cosa vogliono.”

“Hai visto Flagello? Lo dicevo che lo spilungone era quello sveglio. Ci conviene se parliamo con lui.”
Angel rivolse gli occhi al cielo. “Spike,” disse solo. Lasciando nell’aria il non esagerare.
Quelle parole erano come una miccia davanti alla dinamite. E quel Dean Winchester, se era figlio di suo padre, aspettava solo di esplodere.

Infatti Dean non si fece pregare. - “Noi non andiamo da nessuna parte. La spiegazione dev’essere buona. E deve arrivare adesso.”

Angel annuì, - “Ci avete frainteso. Noi non vogliamo niente. Voi ci stavate cercando.” Li osservò, con una certa dose d’incredula approvazione. “Potete smettere, ci avete trovato.”
“Siamo solo venuti a presentarci.” - aggiunse Spike, facendo balenare una fiammella e accendendo due sigarette. “Perché siamo killer, ma educati. Il Flagello, qui,” – accennò, passandogli la cicca, “Era il migliore in fatto di etichetta.”

“Non ne dubito,” – replicò Sam con diffidenza.
Era la seconda volta che Angel veniva chiamato Flagello. E Sam non era stupido. Leggeva. Conosceva le storie, le tradizioni. E quello che apprendeva, non lo dimenticava mai.

In particolare, tutto ciò che doveva sapere su Angel, l’aveva letto in un librone polveroso a quindici anni, quando a casa di Bobby Singer si riprendeva da un’ingessatura, mentre suo padre e Dean cacciavano mastini infernali nella San Bernardo Valley.
All’epoca, e per molti anni a venire, aveva creduto che fossero solo favolette gotiche per tipi strani.

“Tu sei il vampiro con l’anima.”- nella sua voce non c’era un briciolo d’incertezza. Solo comprensione per quegli strani eventi. E… ammirazione.

Era appropriato dire che Dean aveva scelto quel momento per sganasciarsi dalle risate?
Cioè, vampiri con l’anima? Ma siamo seri! Pensò, sollevando un sopracciglio.

“Cioè, vampiri con l’anima? Ma siamo seri! Per dio!” - ripeté a voce alta, per buona pace della sua coscienza critica.
Sam lo ignorò, con un’occhiata nervosa e continuò. - “Io ho letto di te. So della maledizione. So chi eri.”

Angel annuì. “Bene, ancor meno cose da spiegare, allora. Voi avete la vostra missione. Noi anche. Qualche volta ci diamo una mano a vicenda senza saperlo.”

Ecco.
Settimane di ricerche e indagini riassunte in un paio di frasi e qualche punteggiatura.

A Dean venne il nervoso. Perché, si, diavolo, che cazzo significava?

“Che cazzo significa?”

Spike annuì, con comprensione. “Si, si, Angel fa quell’effetto. È … sintetico. Io sono il chiacchierone, in famiglia.”
Dean riportò la sua attenzione su di lui, - “Tu… chi cazzo sei tu? Lui ha l’anima? Scommetto che pure tu ce l’hai!” provocò, tirando fuori le parole come se fossero spine.

Spike gli fece l’occhiolino. A Dean venne voglia di fargli sputare i denti.
A quanto pare quel suo fottuto buon umore era incrollabile.
Che coppia.

“Non vorrai mica che io sia da meno? Ovvio che ce l’ho anch’io!”

Dean si voltò verso Sam, per avere conferma - “Ce l’ha anche lui?”
Sam sembrò incerto, “Non… non lo so. Il libro che ho letto io non ne parlava…”

“No, no. No che non ne parlava.” – Spike gli posò una mano sulla spalla, con fare cospiratorio. – “Il mio è un fatto recente. Pochi anni. Ho avuto a stento il tempo di abituarmi…”

“Sam, andiamo!” – esclamò Dean esasperato, “Ma sono un branco di stronzate!”
“No.” – Angel rispose pacato. – “Non lo sono. E, in fondo, tu lo sai.”

“Dovrei credere che non uccidete, salvate la gente, che siete degli eroi?”
“Nessuno ha mai parlato di eroi. Non ci piacciono le definizioni stereotipate.” – s’intromise Spike, adocchiando il vicolo, con le sue ombre e le sue miserie. “Siamo quello che siamo. E tu e tuo fratello l’avete visto. Ne avete le prove.”

“Non dovete credere alle nostre parole. Bastano i fatti. Ne avete collezionati parecchi finora.” – considerò Angel, riportando la conversazione su toni meno esasperati. Però, quel Dean Winchester, ne sapeva un mucchio… che repertorio colorito.

Fu allora che Sam ebbe un’intuizione. – “È per questo che vi siete fatti vivi ora? Perché avete aspettato che radunassimo abbastanza prove per essere costretti a credervi?”

Spike approvò, con una smorfia. – “Lo spilungone è sveglio. Che ti avevo detto?”

Angel non commentò. “Non siamo nemici Winchester. Percorriamo strade parallele. Potremmo perfino incontrarci di nuovo, prima o poi.”

“Già,” sputò Dean poco convinto, ma meno belligerante, - “Che quartetto infernale.”

Spike ed Angel si voltarono, allontanandosi. Si erano detti tutto ciò che dovevano.
E nessuno di loro era tipo da convenevoli.
Le loro sagome scure risaltarono in controluce verso l’uscita del vicolo. Le loro voci si accavallarono, in una sincronia perfetta.

“Ci puoi giurare, proiettile.”
“Ci puoi giurare.”

Sam si appoggiò al muro, la testa inclinata a guardarli. Poi lentamente gli passò un braccio attorno alla schiena.
“Che coppia.” – considerò, ancora incredulo.
Dean rilassò i lineamenti in un sorriso che divenne subito accattivante.
“Che dici? Noi non siamo meglio?”


18 Dicembre 2007


… c'è ancora un'auto nera sulle strade della lotta contro il male.
Una forma di giustizia poetica, probabilmente.