DISCLAIMER: L’autrice non scrive a scopo di lucro e non intende violare alcun copyright. I personaggi non mi appartengono e la storia è frutto di una mia speculazione.


- Incuranti, Beffardi, Violenti -
Così ci vuole la Saggezza: è una Donna,
Ama sempre unicamente un Guerriero.

“Così parlò Zarathustra” – Nietzsche


PITCH BLACK

Nuvole enormi di vapore si innalzavano dal terreno, fuoriuscendo da larghi crateri cuneiformi.
Il cielo di un rosso vinaccia, era attraversato, la dove i raggi dei tre soli facevano capolino tra le masse alte e nebbiose di umidità, da screziature aranciate.
Cumoli di mattoni grezzi si ammassavano nei pressi delle mura dell’unico villaggio. Unico e ultimo di tutto il pianeta Cronos, sconosciuta frontiera militare della Galassia Omega.
Nonché sede della più estesa e controllata struttura penitenziaria che mai mente umana avesse concepito.
Anche se sappiamo che gli umani occupano una zona ben limitata del nostro universo.
Tra quel pallore soffocante si poteva a tratti intravedere una nuvola ben più concreta della sola condenza. Una macchia di colore scuro che veloce avanzava tra i getti d’acqua bollente di quei gayser.
Una macchia, umana. Si sarebbe detto. Se non fosse stato per l’eleganza felina di quei movimenti così affascinanti per l’occhio di un comune osservatore da sembrare null’altro che un miraggio.

Il caldo soffocante non rendeva la respirazione agevole neppure per un umano abituato alle celle di Crematoria.
Riddick sollevò il panno pesante che portava avvolto attorno alla testa per proteggersi dall’intensità dei raggi solari appena entrò nell’antro afoso che aveva scelto come suo rifugio da due giorni.
Un movimento fluido e un contrarsi di muscoli lucidi di sudore furono seguiti da un’esclamazione sorda e dall’aumentare di un battito cardiaco che sembrò rimbombare contro il basso soffitto.
“Sta calmo amico. Se avessi voluto ucciderti saresti morto…”
Una figura, una figura irriconoscibile perché drappeggiata in un ampio mantello color cremisi e un cappuccio che celava i lineamenti, era stretta nella forza metallica delle sue braccia.
“Tu credi?” gli risposse una voce fredda e suadente.
Una voce che le sue orecchie non seppero attribuire a un uomo. O a una donna.
Un istante solo. Un unico, banale momento di distrazione.
E il coltello, che Riddick voleva affilare sulla guigulare dello sconosciuto che aveva trovato nel suo rifugio, fu gettato con un guizzo luccicante nel sole.
Gli occhialini di Riddick, quelli che oscuravano le sue preziosissime iridi perlacee, in terra.
“Non mi servono quelli per vederti.” Gli disse con una smorfia facendo guizzare il bicipite sinistro mentre si liberava del suo mantello con una mossa veloce.
“Se cerchi soldi, non ne troverai. Se sono i guai invece, che cerchi, allora sei nel posto giusto, amico!”
Con uno spostamento quasi invisibile per la velocità comune di un maschio medio adulto, Riddick fece abbassare la pesante pelle di yack che fungeva da porta del suo antro, rendendolo di un buio impenetrabile.
La frequenza del battito cardiaco dell’intruso aumentò ancora.
Il cuore pompava aritmicamente in modo incontrollato al centro del petto della figura di spalle davanti a lui.
“Oh… non dirmi che hai paura del buio…” Disse con la sua voce bassa e sibilante.
Quella che usava per confondere e terrorizzare i nemici. O per ammaliare le sue vittime.
Afferrando un collo alto e sottile tra le dita di una mano sola.
“Se hai così paura dovresti tornare a fare l’agricoltore invece di sperare di guadagnare soldi facili dando la caccia a un evaso. Se anche non ti vedessi, basterebbe il tuo rumore a portarmi da te…”
Ebbe in risposta soltanto un lieve gemito gutturale mentre le contrazioni di quel muscolo al centro del petto continuavano ad aumentare come se stesse per scoppiare.
Riddick sollevò l’intruso davanti a lui fino all’altezza del suo viso, mantenendolo saldamente per il collo come un cucciolo da punire.
Voleva vedere la faccia di quelli che uccideva.
Lo osservò per qualche secondo con aperto interesse.
Oltre il buio della grotta e del mantello che gli celava la figura, intravedeva chiaramente una conformazione delle ossa del volto decisamente inusuale.
Alcune creste rimodellavano la fronte. Gli zigomi sporgenti sempre più affilati, come se potessero aumentare di spessore.
Per niente impressionato da uno scherzo della natura senza troppa voglia di vivere, gli parlò “Facciamo un’accordo: ora ti rimetto coi piedi per terra. E vediamo di chi di noi due è più veloce ad arrivare alla porta. Se vinci tu, sei libero. Se vinco io” lasciò la frase in sospeso, fingendo indecisione “Mi verrà in mente qualcosa da fare di te…”
Quando la mancanza d’aria divenne intollerabile e la frequenza dei battiti cardiaci era pressochè triplicata, il cuore dello sconosciuto parve finalmente arrendersi ai limiti del corpo di un umano.
E si fermò.
Riddick non ebbe nemmeno il tempo di gettare, disgustato, il corpo in un angolo che si sentì spostare di peso e fracassare la parete di roccia del pavimento, aprendo una larga ovale polverosa.
Soffocò un risolino “Chi sei amico? Il tuo stile mi piace!” esclamò rialzandosi.
Lo sconosciuto provò a rispondere. Ma dal lungo viso deformato da un’ossatura prominente non venne che un sibilo fastidioso.
Lo sconosciuto fece cadere a terra con un fruscio costruito l’ampio mantello.
Riddick potè vedere chiaramente nel nero della capanna il profilo dello sconosciuto: aveva strane scapole sporgenti dalla colonna vertebrale.
Come… ali.
Questo lo disorientò.
Questo. E il sibilo fastidioso e pressochè impercettibile che l’altro continuava a emettere.
La sua visione a infrarossi fu l’unica cosa che gli permise di mantenere l’equilibrio.
E una rabbia cieca l’invase.
“Cosa sei tu?” disse con decisione afferrandogli le braccia e immobilizandogliele dietro la schiena, serrando lo strano individuo contro il suo corpo solido.
E allo stesso tempo aspettandosi una reazione che non venne.
“Hai già dimenticato i vecchi nemici Riddick? Come mi deludi…”
E davanti a lui, sotto le sue mani si compì il prodigio di vedere quelle ossa prominenti rientrare in sede, confondersi con quelle di un normale scheletro umano.
“Tu.” Disse solo.
E per Carolyn Fray bastò.

“Si, io” disse piegando la testa e dando al suo collo un’inclinazione quasi innaturale. “Proprio io, Riddick. Sorpreso? Non mi dirai che hai paura del buio?” sibilò, riferendosi all’artificiosa oscurità.
Riddick rise. Schiarendosi la gola.
“Che ne è stato di te Fray?” le chiese riposandola in terra, senza staccarsi da lei. Vicino. Ancora troppo vicino.
Osservandola come se fosse ancora la donna di panna e terra e sudore e capelli dorati che gli aveva suo malgrado salvato la vita.
“Che ne è stato di me? Dopo che ve ne siete andati lasciandomi in quel pianeta di merda, vuoi dire…” la sua voce era un sibilo stridente. Roco. Fastidioso.
Era come se emanasse degli ultrasuoni.
Come se lei potesse vibrare.
“Esatto Fray, come sei riuscita a sopravvivere?” le chiese lui, sorridendole con quel suo modo beffardo, alzandole il mento con le dita e scorgendo antiche cicatrici sulla sua lucida, morbida, bellissima pelle.
La guardò negli occhi azzurri e stranamente freddi. Privi di qualunque scarso residuo di umanità. Occhi come i suoi.
E la desiderò.
“No.” Carolyn rise. “Non è questo che vuoi sapere…”
“Ah no?”
“No. Non vuoi sapere come ho fatto a sopravvivere. Non è la domanda giusta. Quello che dovresti chiedermi Riddick…” disse piegando le ginocchia, spostando il peso e facendo forza per sollevarlo sopra la sua testa con una forza fisica assolutamente anormale “E’ come Carolyn Fray è morta. E soprattutto cosa è rimasto di lei.” Sussurrò aspramente, scagliandolo contro la parete.

“Allora?” avanzò verso di lui, stupito e colto di sorpresa, ancora a terra “Sei proprio sicuro di voler sapere che ne è stato di me? Ne sei sicuro Richard?” chiese ancora premendogli il piede, ricoperto di una specie di scurissima seconda pelle, dura come roccia, contro la gola. “O preferisci sapere invece quando ti ucciderò? E come.
Riddick le afferrò le gambe, provando a ribaltare le loro posizioni. Si rialzò con uno scatto di reni e la imprigionò con le braccia. Strinse fino al momento esatto in cui i polmoni di un essere umano, ormai completamente svuotati, avrebbero dovuto procurarle la perdita dei sensi.
“Non hai ancora capito? Possibile? Credevo tu fossi sveglio. Io non sono più di quella razza. Io, adesso, sono oltre.
Quando parlò di nuovo, Riddick fu preciso e veloce. “Che cosa sei tu?” le chiese afferrando un coltello legato al polpaccio e puntandoglielo alla gola “Non sei umana ma scommetto che senza testa sarai morta lo stesso! Vogliamo provare?”
Lei rise. “Si.” sussurrò contro la pelle sudata della gola di lui. “Sii…” ripetè contro la sua guancia e la sua bocca.
“Se ti ho cercato tanto è perché voglio che tu finisca quello che è cominciato nel buio.”
Riddick rise, staccandosela brutalmente da dosso e mantenendola ferma con le braccia. “Vuoi che ti uccida?”
“Si.” gridò lei, premendo i pugni contro il suo petto. Graffiandolo. Mordendo la sua carne come una belva feroce.
“Vuoi che il cerchio si chiuda?” la strattonò ancora lui, impedendole di staccargli un lembo di pelle dalla curva solida della spalla con i denti.
“Si!” gridò ancora lei più forte.
E lui le prese il collo con le mani, pronto a spezzarglielo. A sentire sotto le dita il leggero rumore di uno schiocco. E poi più nulla.
“Veramente Fray, lo vuoi?”
“Si. Si! Si!”
Gridavano entrambi.
Ansimanti.
“Vuoi morire Fray, è questo che vuoi, morire?”
le portò le mani alla gola, la sollevò di peso mantenendola per il collo come se fosse un’impiccato. “Io non ho niente contro di te. Ma non sarai né la prima né l’ultima creatura che ucciderò. Non esiterò. Non m’interrogherò su di te. E quando sarà finita nemmeno più ti penserò. Allora Carolyn, vuoi morire?”
“Si.” mormorò stavolta lei. Senza voce.
“Più forte!” gridò lui, mantenendola per le anche sopra la sua testa, appoggiata alla parete. Facendola respirare ancora.
Lei tossì.
“Credi che morire risolverà la tua sofferenza? Credi che una volta morta sarai capace di accettare quello che sei diventata? Cosa ti aspetti, una grande luce, il perdono e l’eternità della pace? Sei un’illusa Fray. E spiacente; credi di essere qualcos’altro. Ma dentro sei ancora pateticamente umana!”
Sputò, gettandola contro l’opposta parete. Sentendola gemere per via dell’impatto.
“Allora freak, sapendo che non c’è pace, vuoi ancora morire?”
Lei si risollevò in piedi molto lentamente.
Le pupille completamente oscurate da una patina nera.
La sua visione a scansione termica gli rivelò che lei aveva un’anca fratturata e una slogatura alla spalla.
“Non hai più niente da dire, eh?” la derise, riapproppriandosi dei suoi occhialini e indossandoli per aprire la tenda che oscurava l’antro della grotta.
“Tra noi Riddick non è finita.”
“Fray, tra noi è appena cominciata.”
“Oh no, ti sbagli. Fra noi è cominciata su quel pianeta. Nel buio.” Gli rispose lei, avanzando fino all’uscio. Voltandosi, pur mantenendo nascosto il suo profilo “Ti ricordi cosa ti dissi?”
Lui la fissò. Un lampo di memoria gli passò negli occhi.
“Che non saresti morta per me.”
“No. Non quello. Io volevo che tu vivessi. Te lo ricordi?”
Si, quel momento di buio, sangue, pioggia e disperazione.
“Si.”
“E’ ancora così. E’ ancora come su quel pianeta. E’ come se non avessi mai rivisto la luce. Come se vivessi nel tuo buio.”
“Carolyn…”
“Zitto! Non parlare. Non dire niente. Ci rivedremo…”
Lo disse davvero. O forse Riddick l’immaginò.
Però le rispose.
Aspettando quel momento.