"Questione di privacy" di Pedistalite

Napoli, 22 Giugno 2005

Sperando di fare cosa gradita, mi accingo a toccare un argomento, controverso e attuale, come quello della privacy in internet.
Recentemente, e quando dico recentemente intendo poche ore fa, ho appreso di essere stata identificata tramite il mio nick.
Molto interessante.
A cosa serve un nick?
C’è chi preferisce usare il proprio nome e cognome e venire associata direttamente alle pagine che occupa in rete. Non è tanto raro.
E c’è chi, come me, preferisce avere uno pseudonimo.
Non perché ci si vergogna di ciò che si scrive o di ciò che si possiede. Ma semplicemente perché l’anonimato consente sia una libertà che esula da quella di espressione, di pensiero e di una parte di se stessi, sia l’esasperazione di certe fantasie.
Ovviamente pubblicare on line significa essere coscienti che chiunque possa leggere e farsi un proprio pensiero. Questo è tollerabile.
Ma quando una persona della tua famiglia cerca di te, cerca del tuo sito, legge le tue storie e t’informa solo a fatto compiuto, non ritengo che possa più essere tollerato.
Peccato. Peccato perché non mi secca il fatto che le mie storie siano state lette. Mi secca che sia stato fatto alle mie spalle.
Se non ho mai informato la mia famiglia di avere un sito, di pubblicare storie da due anni ormai e di essere piuttosto conosciuta (e lo dico con stupore e senza falsa modestia) non è stato per nascondere qualcosa di me. Qualcosa di scabroso e/o di cui potessi vergognarmi. (del resto chi mi conosce questo già lo sa)
È stato perché consideravo il mio sito una piccola isola preziosa.
Irraggiungibile.
Da poter ‘usare’ come valvola di sfogo.
Come territorio neutrale estemporaneo.
Sacro, quasi.
E così ho avuto un momento di grande nevrosi.
Violazione della privacy?
Si. Secondo me si.
Anche se è pubblico, anche se è a disposizioni di tutti, se una persona che ti conosce sa della tua identità e la sfrutta per trovarti, per me è una mancanza di rispetto.
È come frugare in un cassetto, leggere un diario, aprire la corrispondenza altrui.
Non è bello.
Forse, dico forse, l’avrei detto io, prima o poi. Se e quando l’avrei ritenuto opportuno avrei comunicato di avere un sito e di scriverci.
Peccato, peccato che non abbiano avuto la pazienza di aspettare.
O l’accortezza di dirmelo *prima* di leggere.
A questo punto, sentendomi un po’ spiata e un po’ controllata e, si, pure un po’ violata, ho vagliato insieme a Elisabetta, che si è sorbita i miei deliri, tutte le possibilità. E poi ho deciso che non farò un bel niente.
E poi ho deciso di scrivere quest’articolo.
Breve, conciso, magari da cestinare senza sottoporlo a seconda rilettura.
E magari da usare come sfondo a una riflessione.
Done is done.
Ma in certi casi, effettivamente, è meglio non sapere.


Michela.