IL PIANO

 


I’m wondering I ever see you again…


DISCLAIMER: L’autrice non scrive a scopo di lucro e non intende violare alcun copyright.
La storia è breve, ispirata al fandom di Supernatural ed è narrata in prima persona dal punto di vista di un personaggio originale che non è una MarySue. Se però questo genere di fanfiction non vi piace, astenetevi.
L'ambientazione è pre-series. Sam è appena andato a Stanford, e Dean è un po’ fuori di testa. Il personaggio di Maggie è di mia invenzione. Il titolo è su suggerimento di Franca/Dreamhunter.

RATING : Pg13.

FEEDBACK made my day : pedistalite@libero.it



Non ho mai visto il locale pieno di gente come stasera.
Non mi era mai stato permesso entrarci al sabato, quando è affollato di ragazzotti da tutto il circondario, pronti a lanciarsi su quelle che sembrano più disponibili e a scatenare la rissa per una partita a biliardo finita male o per una bottiglia di birra.
Beh, quando si ha meno di diciassette anni in una cittadina dell’Illinois piena di maschi arrapati e si è mediamente guardabile, con un fratello maggiore schifosamente protettivo, non viene permesso di fare un sacco di cose.

Al diavolo… penso lanciando un’occhiata furtiva al barista e poi al buttafuori, Vince. Diciassette anni adesso li ho, e mio fratello è fuori città. Posso fare quello che voglio.

Vince è amico di mio fratello. Frequenta casa nostra da che avevo nove anni. Ma non ha mai guardato nella mia direzione, se non per chiedermi una birra. Non sa neppure come sono fatta. Probabilmente se e quando pensa a comesichiama, la sorellina del suo amico, mi identifica con una brufolosa tredicenne alle soglie della pubertà, troppo secca per sembrare già una femmina.
Ma in compenso io conosco lui e, come tutti i maschi, i suoi punti deboli. Benefici dell’educazione impartitami a casa.
Noi vogliamo solo una cosa, dalle ragazze. Più sono belle e più la vogliamo. Soprattutto se loro sembrano disponibili e non troppo sveglie. Tu perciò, mi dice sempre mio fratello, accompagnando la cantilena con uno scappellotto dietro al collo, fatti furba.

Già, senza dubbio sa di cosa parla. Lo sa dai quindici anni, quando papà lo beccò nel furgone mentre Susie Mandock gli stava facendo un lavoretto sotto la cintura. Io all’epoca dovevo avere si e no dieci anni. E non ho capito per parecchio tempo perché quella sera a cena papà gli offrì un bicchiere del vino rosso che a noi fino a quel momento era sempre stato proibito.

Vince mi guarda di sottecchi. Io, abbassando le ciglia per sembrare timida ma incoraggiante, gli dedico un mezzo sorriso. Per entrare ho dovuto flirtare con lui. In nessun modo avrei potuto convincerlo che ho già ventun’anni. E poi, niente documenti falsi. Costano cinquanta sacchi, e ancora non me lo posso permettere. Ma sto risparmiando.
Mentre sorseggio la mia prima birra nel mio primo locale notturno, arrampicata sullo sgabello in una posa scomoda ma che mette in evidenza le mie gambe nude, controllo in giro se è già arrivato il ragazzo giusto. Perché questa, ovviamente, non è una serata qualsiasi.
Non da sprecare nell’euforia della prima uscita con una sbronza che, se dovesse accorgersene Robbie, mi causerebbe una punizione a vita.
Stasera sono qui con uno scopo ben preciso.
Per questo ci sono da sola. Solo Lory, la mia migliore amica, sa cosa mi appresto a fare. E così deve essere. Nei posti piccoli la gente chiacchiera. E spesso sei additata come puttana anche se non hai mai baciato un ragazzo, ma ti piace indossare le gonne.
E così ho investito in un bel top scollato e ho lasciato in posa i bigodini per tutta la mattina, in modo che i miei capelli castani scivolino sulla schiena in perfette ondate di calda cioccolata. Lory è passata da me, prima. Mi ha truccato come sa fare lei, con la matita nera sopra, sotto e dentro l’occhio. E mi ha prestato il suo lucidalabbra rosa. Mi fa la bocca più grande, invitante. Anche Vince, quando all’ingresso gli ho detto che volevo entrare per un drink, perché non volevo passare la serata da sola, me l’ha guardata.
Mi aggiusto la bretella del reggiseno e controllo che la gonna non si sia sollevata troppo sulle cosce, prima di passare in rassegna i ragazzi più vicini. Alcuni non sono male.
C’è un tipo in particolare, che si sta giocando bene una partita a biliardo, chiaramente imbrogliando per intascarsi i soldi del suo avversario già pronto per vomitare. È biondo, molto alto. E ha le fossette sulle guance quando sorride.
Questo lo so perché mi ha appena sorriso. Ha inclinato la testa e si è sfiorato le tempie, come se avesse in testa il cappello da cowboy.
E, come sempre quando capita che un essere umano di genere maschile mi noti, il primo istinto è quello di voltarmi per vedere chi c’è dietro di me.
Stavolta, per fortuna, desisto.
Questa è la mia sera. Ho i tacchi alti, che sono scomodi, ma tirano su il mio sedere sotto la gonna. Ho una scollatura mozzafiato e il wonder-bra, che sembra un miracolo per le mie tette.
E soprattutto ho un piano.

Perché non vedo l’ora di farla finita con questa storia.

*§*

Allora, ascoltami bene. Non farti prendere dal panico. Quando sarai al locale ti capiterà di voler rinunciare. Di scappare via. Incomincerai a pensare che è tutta una stronzata. La peggiore delle peggiori idee che potevi avere. Che sei una stupida e che giocare così d’azzardo con la sorte, se non sei davvero preparata, è un rischio troppo grosso. Che non hai ancora fatto nulla di male e puoi sempre tornartene nel tuo lettino e fare finta che non sia mai successo. Fare finta di non averlo mai neppure pensato. Ma la verità è un’altra, Maggie. Certo, non sarà la migliore delle scelte, ma se vai fino in fondo, non te ne pentirai. Guarda me, io l’ho fatto e penso ancora che sia stato fantastico. Certo, lui non l’ho più rivisto, ma con uno di qui… non avrei mai potuto. È così che deve essere. Lo capisci, Maggie? Niente illusioni stasera. Fai attenzione, scegli bene. E valuta il ragazzo con cui lo fai. Perché anche se non lo rivedrai più, gli regalerai qualcosa che non potrai riavere indietro.

Nel cervello mi ripeto per l’ennesima volta le parole di Lory.
E decido, al diavolo. Lo faccio sul serio. Lo sto facendo.
Finisco in un’ultima sorsata la mia birra. E devo ammettere che quando inarco indietro il collo per ingoiare e poi mi lecco le labbra almeno tre teste sono voltate nella mia direzione. Scivolo via dallo sgabello, sentendomi all’improvviso un po’ incerta sulle gambe. Non ho mai bevuto una birra intera in venti minuti. Di sicuro è l’alcol che inizia a farmi effetto. Ma non ho di che preoccuparmi, la prossima mi sarà offerta e non intendo finirla da sola.
Ondeggio, cercando di sembrare sicura, fino al bagno, per controllare il trucco e darmi una sistemata ai capelli. Iniziano a incresparsi perché fa caldo e sto sudando.
Nello specchio ho le guance rosse, gli occhi un po’ vitrei.
E per la prima volta, evidentemente stasera è la notte delle prime volte, mi sento di pensare a me stessa come sexy. Non carina, non dolce, non passabile.
Sexy. Sì, mi si addice. Non è solo un ruolo che mi sono cucita addosso perché l’ho deciso. È una parte di me che ho fatto venire fuori. Sono io. Sexy. Sghignazzo al mio riflesso. Perché, anche se inizio a crederci, è un pensiero così assurdo che riderci sopra è il minimo.
Ed esco, un po’ ansiosa. Magari mentre perdevo tempo a pensare stupidaggino allo specchio di un cesso, lui potrebbe essere arrivato.
E così è.
Quando lo vedo occupare lo sgabello su cui poco fa sedevo io, intento a ordinarsi da bere per poi rilassarsi e controllare il territorio, non ho più dubbi. È lui quello che aspettavo.

*§*

Deve avere sicuramente più di vent’anni. Direi che all’incirca avrà la stessa età di mio fratello. E questo pensiero, stupidamente, mi rassicura. È bruno. L’aria un po’ sfatta, un velo di barba. Da seduto non gli vedo la schiena, perché è rivolto verso di me, ma a giudicare dalla sua struttura fisica e dall’ampiezza delle spalle, deve essere anche alto. Non troppo, nella media. Un bel viso, un naso dritto, degli zigomi cesellati e la mascella ben disegnata. Gli occhi chiari, credo. Verdi, ma non lo giurerei. Sono ancora troppo lontana per guardarlo bene e deve essere lui ad avvicinarsi. Anzi, mi rendo finalmente conto che sono imbambolata in mezzo al locale, tra il bancone e l’ingresso.
E non è assolutamente un posto figo in cui stare.
La cosa migliore sarebbe sistemarmi dalla parte opposta, per essere sulla traiettoria del suo sguardo. Non posso sedermi a uno dei tavolini, in solitudine sembrerei una sfigata. E non posso nemmeno andare al bancone, troppo vicino a lui. Mi deve notare, mi deve volere. Cazzo, non posso nemmeno appoggiarmi alla parete con le mani incrociate dietro la schiena. Cosa diavolo faccio?
Sorrido tra me al lampo di genio e vado a seguire la partita al tavolo da biliardo.
Il cowboy biondo ha fatto fuori la vittima di prima e se ne sta lavorando un altro con la storia del ‘ma si, solo un’altra partita, poi chiudo la serata perché ci vedo doppio, amico’.
È quasi commuovente come lo studentello ci stia cascando.
“Vuoi portarmi fortuna, tesoro?” - mi chiede, notandomi, con un sorrisetto inclinato, bello come un divo dei film degli anni cinquanta.
“Sicuro,” replico un po’ distratta.
Lui non mi sta guardando.
“E allora perché non mi dai anche un bacetto? Sai, per ingraziarmi la sorte” continua Hollywood, convinto di essere irresistibile. E in effetti, lo è. Se non avessi già deciso per lui, lo sconosciuto al bancone, sarei stata d’accordo.
“Vinci la partita e poi vediamo,” lo provoco. E lui se la ride. “Allora è cosa fatta, dolcezza.”

Cosa fatta, sul serio.
Lo studentello è destinato a durare si è no mezz’ora. E Johnny, naturale che si chiami Johnny, gli sta svuotando le tasche. Io all’idea che voglia davvero concludere la serata portandomi nel suo furgone… non sono proprio intrigata. E non perché non mi piaccia, ma non è lui.
Non è quello che ho scelto. E non voglio cambiare idea.
Anche a costo di rimanere con un nulla di fatto. Visto che lui, invece, a parte qualche sporadica occhiata non mi degna di attenzioni.
Devo accelerare le cose. La serata non sta andando come previsto.
Forse non gli piaci…
Zittisco all’istante la voce delle mie paranoie e vado al bancone a ordinarmi la seconda birra.
C’è ressa. E ho la scusa adatta. Se sono fortunata ci scambierò perfino qualche parola. Anzi, apposta, lo urto. Gli sono abbastanza vicino perché possa sentire il profumo che indosso.
Si volta. Gli occhi sono curiosi, hanno un taglio particolare. Verde scuro, avevo visto giusto. Ed ha la pelle cosparsa di efelidi chiare. Una stranezza su un viso così incisivo.
Ecco, qui il cuore mi fa un brutto scherzo. Un particolare che non avevo considerato.
Mi sale la tachicardia.
Mi sta solo guardando, e mentre passano i secondi, il battito mi accelera sempre di più. E perdo qualunque idea su cosa dire, come inclinare la testa, se sorridere o scuotere appena i capelli. Niente, nada, zero.
Resto lì imbambolata. E lui si sta di nuovo voltando, riportando l’attenzione sulla folla e un paio di ragazze che schiamazzano al tavolino centrale, quando d’istinto gli poso la mano sull’avambraccio.
Ritorna con gli occhi su di me, l’espressione interrogativa.
Su, pensa, idiota.
Un battito.
Ancora niente.
Devo avere un accenno di panico nello sguardo, perché lui si protende. - “Va tutto bene, tesoro?” domanda con gentilezza.
Non ha l’aria di essere una tattica da rimorchio. Magari lo fosse.
Deglutisco e mi sforzo di sorridere, senza sembrare una decerebrata. - “Sì, ma il barman non mi sente…” dico, e per un qualche miracolo la frase ha senso. Velocemente gli passo un paio di banconote arrotolate. “Mi prenderesti una birra?”
Annuisce, dedicandomi un sorriso. Dio, denti bianchissimi e una bocca… morbida, carnosa. Non ho mai visto una bocca del genere sul viso di un uomo.
Al biliardo Johnny sta scucendo gli ultimi spiccioli alla vittima numero due, e io spero silenziosamente che il barista ci metta una vita. Invece dopo qualche minuto lui si volta di nuovo, con in mano la mia bottiglia. E i miei soldi. Si piega verso di me, per parlarmi quasi all’orecchio. Inclina il capo e indica Hollywood. - “Te la offro io, se mi dici che non sei con quello là…”
È per forza di volontà che le ginocchia mi tremano solo impercettibilmente. Sorrido, pensando che è fatta ormai. - “L’ho appena conosciuto,” replico e scuoto la testa, posandogli una mano sulla spalla.
Wow, che muscoli.
“Bene,” prosegue lui, l’aria più sorniona. - “Io sono Dean.”
Beh, è strano. Ma quando si presenta penso che è adatto. Gli si addice.
Un nome, un colpo di pistola.
“Piacere, Dean. Io sono…”. Esito. Vorrei dargli un nome diverso dal mio, sofisticato, magari esotico. Un nome che lui possa ricordarsi domani. Perché Margareth non mi rappresenta.
Margareth è il nome di una brava donna di casa, una massaia, una buona madre, una con la vita inquadrata e la testa sulle spalle. Io non sono così. Ma non posso neppure mentirgli.
Io, per lui, con lui, stanotte voglio e posso essere solo vera.
Dean si acciglia, e poi si forza a rilassarsi. “Niente nomi se non vuoi, non mi offendo piccola,” proclama spaccone, soffermandosi apertamente su un altro paio di ragazze.
“Non è questo,” rispondo io.
Non puoi capire, penso con un po’ di disappunto. E amarezza, all’idea che creda che io non voglia nemmeno dirgli come mi chiamo.
“Sono Maggie.” Faccio una pausa, e mi viene l’idea per mettere a posto le cose. “E con quelli…”. Gli indico le banconote, ancora piegate nel suo pugno. “Per farmi perdonare, ti offro da bere.”.
Torna con l’attenzione su di me, piacevolmente colpito. È un tipo sveglio, ha afferrato.
“Allora che prendi, dolcezza?” gli chiedo, per imitare il suo atteggiamento.
Mi sorride di nuovo, con un vago accenno di sarcasmo. “Scegli tu.”
Mi allunga la mia banconota. E io ne approfitto per spingermi contro di lui.
“Tequila,” dico al barista. Dean approva. E mi soppesa con l’aria di uno che ha appena trovato qualcosa che forse non stava cercando.
Bene, mi congratulo mentalmente con me stessa. Ho mantenuto i nervi saldi. Sono padrona della situazione. Le cose si stanno sistemando.
Dean si appoggia al bancone con un gomito e richiama il barista, lanciandomi uno sguardo sornione di sottecchi, insieme a una bella sfida inespressa.
“Amico, fanne due. Una anche alla signorina.”
… Merda.
Non ho mai bevuto tequila.

*§*

Ha ventidue anni, si occupa del lavoro di famiglia e viaggia spesso con il padre.
Ma è tutto molto vago.
Beviamo insieme la mia birra e una volta finita attacchiamo la tequila.
Dean la manda giù come se fosse acqua fresca. Io provo a consumare la mia con la stessa nonchalance, ma al primo vago accenno a deglutire mi si riempiono gli occhi di lacrime.
Porca vacca, mi si scioglierà il trucco…
La tensione sale tra di noi mentre ci guardiamo, e io non so più che cosa dirgli e come controllarmi dall’istinto di saltargli addosso.
Johnny, non visto, si accosta al bancone per celebrare la sua vittoria e mi apostrofa, con aria divertita. - “Ho avuto fortuna anche se mi hai abbandonato, dolcezza,” proclama senza rammarico. Parla con me, ma guarda Dean. “Che ne dici, il tuo amico ci sta per una partita?”
“Dipende,” risponde lui, aperto alla possibilità. “Cosa ti vuoi giocare?”
“Per cominciare… da bere. Chi perde, paga,” suggerisce prontamente Hollywood, cambiando tattica rispetto a quello che gli ho visto fare con vittima numero uno e numero due. Vuole andarci piano. Probabilmente ha percepito che Dean non è un ragazzo che si fa fregare.
“Poi… Magari, chissà…” insinua.
Entrambi mi fissano.
Perdo un battito di ciglia per capire cosa passa tra loro.
Oh. Dean abbozza, evidentemente non contrario all’idea di giocarsi me come se fossi un trofeo impagliato. Hollywood sorride, serafico.
Divertente.
La serata non sta andando per niente come previsto.

Johnny, che sia un truffatore di professione, o semplicemente che lo faccia per arrotondare, ha trovato pane per i suoi denti. Dean vince le prime due partite senza troppo sforzo e Hollywood paga da bere a entrambi con fin troppa cordialità.
Io, così impegnata a guardare i muscoli delle spalle flettersi sotto la camicia quando Dean si china sul tavolo da biliardo, non mi accorgo di cosa sta succedendo se non quando ormai è tardi.
A metà della terza partita Johnny inizia la sua rimonta. Mantenendo il punteggio sempre sul filo e inducendo Dean a puntare le vincite della serata. Alla fine della quarta potrebbe accontentarsi di avergliele portate via, invece gli fa credere di avere la possibilità di rimontare.
La quinta partita risulta essere la decisiva.
Dean scuote la testa come per snebbiarsi. Non perde tempo in chiacchiere inutili e posa quanto gli deve sul tavolo. Mi guarda, ma è completamente inespressivo. E sbronzo, con quello che ha bevuto a più riprese.
“Bella partita, amico.” Johnny lo prende in giro, ma sta attento a non superare il confine. Perché tra due truffatori ci si capisce. E forse, in un modo del tutto contorto, ci si rispetta. Poi mi si rivolge. - “Tu che fai, dolcezza? Hai deciso?”

*§*

È caldo, la pelle della gola un po’ umida per il sudore. Deglutisce e sembra mettere a fuoco con fatica, appoggiato allo sportello di un camioncino fuori dal locale.
“Sei rimasta…” bisbiglia incredulo, “Ha vinto lui e tu sei rimasta…”
Lo dice come se fosse una cosa incredibile. Come uno abituato ad essere lasciato indietro.
E questo è male. Non posso iniziare a fare della psicologia spicciola. Né a intenerirmi.
Meglio concentrarsi sulle cose concrete. Gli passo le mani sulla nuca, i capelli corti mi solleticano il palmo. E scendo a carezzargli la schiena con una presa solida, per tenerlo dritto sulle gambe. Ha un buon odore. Di pulito, di sapone, di pelle.
“Già, sono una buona samaritana. Adesso cerchiamo queste benedette chiavi.”
Gli tasto le tasche dei pantaloni, con le dita un po’ tremanti. Sono riuscita a fargli sillabare qualche informazione. E sembra che abbia una Chevrolet nera, auto d’epoca per quel poco che ne capisco, parcheggiata non si sa dove.
Ovviamente non è in condizioni di guidare e io non saprei nemmeno dove portarlo dato che sembra non ricordarsi il suo nome, figuriamoci il suo motel… Senza considerare che se lo sceriffo mi dovesse beccare durante uno dei suoi controlli notturni, passerei almeno i prossimi dieci anni rinchiusa nel fienile in punizione. Magari vestita di iuta, non si sa mai… Certo, potrei portarmelo a casa… ma non sono ancora così audace.
E soprattutto non so se domani mattina avrò ancora voglia di vedere la sua faccia.

La macchina è un gioiellino dal di fuori. Un po’ polverosa, ma in ottime condizioni.
Dean la carezza con il palmo aperto, come se fosse una cosa viva. E il particolare mi colpisce.
“Ti sono mancato tesoro?” domanda abbassandosi verso la carrozzeria, con un accento strascicato.
Faccio fatica a raddrizzarlo prima che sia troppo tardi e finisca steso sull’asfalto del parcheggio, da dove di sicuro non riuscirei a sollevarlo in nessun caso. E sto per riconoscere la disfatta.
Il ragazzo che ho scelto è talmente ubriaco che non distingue nord da sud. E non ho tutta questa voglia di saltargli addosso a questo punto. Mi sembrerebbe quasi di molestarlo. Senza considerare che Lory mi ha detto che quando i ragazzi sono molto ubriachi non ce la fanno, anche se vorrebbero. E questa è una di quelle cose che non sono ansiosa di verificare.
Penso velocemente alle mie opzioni. Potrei farlo sdraiare sui sedili posteriori e restituirgli le chiavi per quando domattina si sveglierà con un cerchio alla testa, poca memoria e ancor meno soldi.
“Dean… su, andiamo, tesoro.” - Gli passo le braccia attorno al torace per indirizzarlo verso lo sportello aperto.
“Tesoro…” mi fa eco lui e ghigna.
Ok, è andato. È ufficiale.
Roteo gli occhi al cielo. Ma il modo in cui resiste alla debolezza, in cui cerca di tenere dritto il collo e di fare in modo che i suoi piedi obbediscano al suo cervello per non gravarmi troppo addosso, mi ricorda mio fratello. Le volte in cui ho dovuto aiutarlo a raggiungere il suo letto dopo una nottata fuori, per evitare che nostro padre se ne accorgesse e gliele suonasse.
Doppia merda. Se avessi le mani libere mi schiaffeggerei. Tipico di una stupida intenerirsi per dei particolari insignificanti… Ma non riesco proprio a impedirmelo.
“Su Dean, andiamo. Non ti lascio al freddo.”
Poi succede una cosa strana, la seconda che non avevo calcolato, che non avevo modo di prevedere. I suoi bellissimi occhi verde brillante si offuscano. Ed è come se i suoi lineamenti si induriscano, si ricoprano di una patina che ne cancella le emozioni confuse.
“Non mi lasci?” Suona amaro, incredulo e quasi… cattivo. Ride. Io sono in preda alla totale confusione. Mi scosta, e per poco riesce a stare in piedi da solo. Poi si appoggia con un tonfo al sedile e sono improvvisamente più alta di lui. - “Oh Sammy, come menti male…”
Ah… ovvio. Mi sta confondendo con un’altra.
“Come ti pare,” replico, costringendolo ad arretrare per rinchiudere nell’abitacolo anche le sue gambe, sbattere finalmente la portiera e chiudere la serata a piangermi addosso. Ma naturale che le cose non vadano come previsto.

*§*

La sua mano, in una stretta incredibilmente salda per il suo stato, sale sul mio avambraccio.
“Non andare… non andare,” bisbiglia. Lo ripete, come per convincersi di averlo detto davvero. E quel tono un po’ incerto, quasi implorante, non mi sembra adatto a lui.
I suoi occhi sono offuscati. E non credo proprio che si riferisca a me. Chissà cosa sta vedendo in questo momento… chissà cosa crede di vedere…
Mi chino, per riportarmi alla altezza della sua seduta. Le mani poggiate sulle cosce, le gambe piegate. - “Dean, mi riconosci? Sono Maggie, la ragazza del bar. Non sono Sammy.”
Scuote appena la testa, sembra snebbiarsi un po’. - “Maggie?” domanda confuso, mi guarda. Sembra vagamente in sé. Annuisco, carezzandogli la fronte. “Va tutto bene. Ricordi dove ti sei sistemato? Il nome del motel?”
Non che in zona ce ne siano molti, un paio appena non fanno parte della categoria dei buchi della peggior specie. Ma è tardi e io sono l’unica figlia femmina dell’amico dello sceriffo. Non posso rischiare di scarrozzarlo in giro, senza una meta precisa.
Fa cenno di no con la testa, ma tira fuori una chiave. Attaccato ad essa, il portachiavi di plastica ha il numero della camera e il nome del posto scritto a lettere rosse e consumate.
Meno male, lo conosco. E non è troppo lontano. Ok, so cosa fare, posso smetterla con le masturbazioni mentali e procedere con qualcosa di concreto. Questa serata deve decisamente finire.
“Va bene se ti ci porto io?”
Dean si fa improvvisamente rigido. E resiste con ostinazione fin che può ai miei tentativi di sfilargli le chiavi dell’auto dal pugno. Ho idea che non apprezzi che sia qualcun altro a guidarla.
Beh, pazienza. Stanotte per un breve tratto dovrà patire questa sofferenza. O così, o dormirà in un parcheggio.
Sembra afferrare al volo i termini della questione, mentre glieli espongo sinteticamente e senza veemenza.
Lascia che io prenda le chiavi senza dire nulla. Io, che sono entrata ormai in modalità-efficienza, chiudo lo sportello del passeggero dopo essermi assicurata che abbia la cintura di sicurezza. Faccio il giro e mi sistemo al posto del guidatore. Il sedile è troppo indietro, lo regolo insieme agli specchietti. Accendo e inserisco la prima, guido piano, non sono molto brava ed è veramente buio sulle nostre strade scarsamente illuminate. Per di più, l’ingresso del motel è una stradina secondaria che si apre in un piazzale sterrato, senza nessun’insegna. Se non faccio attenzione rischio di mancarla.
Quando posteggio nello slargo semideserto e spengo il motore, ho le mani che mi tremano e sento un freddo incredibile. Dean si è addormentato con la testa appoggiata al finestrino durante il tragitto e io ne approfitto per calmarmi prima di chiamarlo.
Slaccio le nostre cinture di sicurezza e disinserisco le chiavi dall’accensione. - “Ehi, siamo arrivati. Ce la fai a tirati su?” In un attimo, come chi è abituato a dormire con un occhio solo, Dean è lucido.
“Ehi,” mi saluta rauco, a sua volta. Poi si schiarisce la gola e scende. Io chiudo l’auto e lo raggiungo. Sono a dir poco terrorizzata. Non ho idea di cosa possa succedere, viste le circostanze. Ma se non dovesse lasciarmi dormire nella sua camera non saprei nemmeno come tornare a casa mia. E come una stupida mi rimprovero, visto che è una cosa a cui non avevo pensato.
“Ehi,” ripete Dean, “Meg, mi dispiace per… sai, come è andata la serata.”
Sapessi a me… Ma non infierisco. A che scopo dirglielo? Scuoto la testa, cercando di sembrare incurante e probabilmente finendo col mostrarmi insicura.
“Senti, non prenderla nel verso sbagliato, ma io…” sto per dirgli che ho bisogno di un posto in cui passare la notte, che non sto cercando di forzarlo, adescarlo o buttarmici addosso. Ho anch’io un briciolo di dignità, che miseria. Solo che non so come dirgli queste cose senza sembrare patetica. Vorrei dirglielo, davvero.
Ma Dean, forse, ha già capito.
E poi, comunque, mi bacia.

*§*

Si, mi avevano già baciato. Ma il modo in cui può baciare un ragazzino frettoloso è tutto diverso. Non credevo che potesse essere così. Eppure Dean mi bacia come se fossi la sua ragazza, come se fossi importante, perché in questo momento, io, qui, esisto. Sono io, in questa stanza, con lui. È il mio corpo sotto le sue mani, dentro il suo abbraccio. Non una generica ragazza rimorchiata in un bar. Io, Meg. E Dean mi bacia come se ci credesse. Come se fosse vero. Come se dovesse ringraziarmi di qualcosa. Come se io fossi speciale.
“Meg… letto,” biascica, togliendosi il giaccone di pelle consumata e continuando a baciarmi. Mi spoglia lui, con una mano sola. Non so come faccia, ma è veloce e preciso. Mi slaccia il reggiseno con una destrezza che la dice lunga su di lui. Anche se non sembra il tipo da tacca sulla cintura. E io non so che altro fare se non godermi il momento. Sono troppo inesperta per azzardare qualunque suggerimento. E ho l’impressione di sgretolarmi mentre dibatto con me stessa. Una parte di me, quella razionale, mi sta dicendo di afferrare la giacca e semplicemente darmela a gambe. Ma è una vocina sempre più mite, sempre più lontana. Perché Dean mi spinge sul letto, mi sale sopra e mi infila le mani dentro le mutandine. E se prima non ero certa di voler restare, ora sono più che sicura di non volermene andare.
“Meg… tu vuoi…?” mi chiede, con brevi sillabe strascicate. È nudo, è sopra di me e io ho le gambe aperte. Non credevo fosse necessario chiedermelo, ma il fatto che non lo dia per scontato confusamente mi lusinga. Sono fortunata. Questo ragazzo mi sta trattando con rispetto. Mi sento un po’ meglio, più al sicuro. Mi rilasso. Apro di più le gambe, e lo bacio, per fargli capire. Perché a parole non posso dirglielo.
Dean annuisce e mi bacia ancora. E dentro di me un desiderio liquido, un calore, un bisogno di contatto divampano come non immaginavo potesse accadere.
Poi non riesco a pensare più nulla. E so che dovrei preoccuparmi di cose pratiche, che dovrei dirgli che per me è la prima volta, che dovrei fargli usare un preservativo. Lo so.
Ma semplicemente non me ne importa. Anche se non è un comportamento saggio. So anche questo.
Non ho mai fatto un colpo di testa in vita mia. Ma stasera ho cambiato le cose.

Averlo dentro è una sensazione che non riconosco. Non so descrivere.
È strano, diverso da come pensavo. Dopo averci pensato tanto a lungo credevo di conoscere perfettamente la dinamica e le sensazioni che avrei potuto provare. Ma quando sei da sola, a sognare nel tuo letto o nella vasca da bagno non puoi immaginare anche il peso di un corpo sopra di te, il suo odore, lo spazio che condividete e il modo in cui vi prendete cura l’uno dell’altro. Quando fantastichi da sola è tutto basato sul controllo. Nella tua fantasia tu decidi tutto. Hai potere, e sei al sicuro. Sai già cosa succederà, cosa proverai, quanto ti appagherà.
Quando sei con il ragazzo che ti piace, sei davvero nuda, quel controllo della tua fantasia è perso. Non hai la più vaga idea di cosa stia per accadere. E sei terrorizzata ed eccitata. L’unica scelta che ti rimane è abbandonarti.

Questo però posso dirlo solo con il senno di poi.
Mentre sono con Dean, mentre lui ansima e mi permette di capire quanto gli piace stare dentro di me, la mia testa è vuota. E anche se è buio, posso vedere solo un’accecante calore bianco.

*§*

Quando mi sveglio, la mattina dopo, Dean dall’altro lato del letto mi sta fissando.
Io sorrido automaticamente, perché è stata una notte fantastica. Ma lui è serio.
“Qualcosa non va?” gli chiedo, rigirandomi sul fianco per continuare ad osservarlo.
“Perché non me l’hai detto?” mi domanda a sua volta, con la mano sale a carezzarmi la spalla nuda che sbuca dal lenzuolo.
“Come?” Faccio finta di non capire, per raggranelare qualche secondo di tempo. Devo raccogliere le idee. Il sogno è finito. E devo rientrare nei ranghi.
Dean non è il tipo di ragazzo che si lascia ingannare da un paio di innocenti occhioni sgranati, a quanto sembra.
“Ieri notte io ero piuttosto andato, ma non così tanto da non sapere cosa è successo. Accidenti Meg, perché non me l’hai detto? Io ci sarei andato piano, l’avrei reso… migliore per te.”
Sollevata, rido. È di questo che si tratta. Crede che non mi sia piaciuto? “Ovviamente non ho esperienza, ma per quello che vale, credimi Dean, è stata la notte della mia vita.”
Annuisce, sollevato anche lui. E si rilassa, alzandosi. Filtra la tenue luce mattutina dalla finestra. E riesco a vederlo nudo. Mi permette di guardarlo, senza essere imbarazzato. Chissà, forse in futuro riderò di questo pensiero, ma per ora sono convinta che sia il ragazzo più bello io abbia mai visto.
E anche il più impunito. Mi fa l’occhiolino e dopo una pausa interminabile durante la quale si stiracchia senza pudore, finalmente il senso di praticità ha la meglio sul suo egocentrismo e cerca a tentoni pantaloni e camicia.
“Usa pure il bagno, fatti una doccia se ti va. Io vado a prendere dei caffè. Poi ti riaccompagno dove vuoi.”
Dove voglio… Lascio che esca senza dire altro, ma non ho nessuna intenzione di muovermi, almeno per i prossimi minuti.
Sono esattamente dove voglio stare.

Quando ritorna, le guance arrossate da un venticello freddo e le mani occupate da caffè e pancake, penso che è esattamente il ragazzo di cui potrei innamorarmi. Poi scaccio quello stupido pensiero.
Non so niente di lui.
E ci sono andata a letto.
Per la prima volta.
Cristo, meno male che sono una ragazza pragmatica.
“Ehi,” mi saluta, un po’ impacciato, mentre mi riallaccio la giacchina che avevo sul top di ieri sera. Mi sono lavata la faccia, perché era tutto un mascherone di make up sciolto, ma per il resto vorrei conservare ancora un po’ il suo odore su di me.
Mi porge il caffè e io lo prendo, grata del pensiero. In effetti ho anche fame. E per un po’ sediamo al tavolino di legno nell’angolo sotto la finestra e mangiamo i nostri dolci chiacchierando del più e del meno. Sospetto che più della metà delle cose che mi dice non siano vere. Ma non so perché, ho anche l’impressione distinta e concreta che Dean sia un bravo ragazzo, che mente per le sue ragioni.
Non gli chiedo nulla, non posso permettermelo, chi sono io per pretendere che sia più che onesto? Eppure ho una piccola curiosità da togliermi.
“Dean, se non vuoi non mi rispondere, ma tu ieri mi hai chiamata in un altro modo. È successo solo una volta, e sembravi così triste… Dean, chi è Sammy?”

*§*

Alla mia domanda diretta non ha risposto. Ha deviato il discorso ad arte sfruttando al massimo quel fascino naturale di cui dispone in abbondanza.
Non insisto, perché non sarebbe carino. E lui si è comportato bene con me. Dopo tutto non sono affari miei.
Entrando in auto mi chiede dove devo andare e io gli do il mio indirizzo. I miei sono ancora fuori, e mio fratello passava l’intero week end con gli amici. In nessun modo posso essere scoperta.
“Quanti anni hai veramente?” mi chiede all’improvviso, come se si rendesse conto solo adesso che gli è sfuggito il particolare.
“Diciassette,” rispondo tranquilla. Perché dovrei mentirgli? - “Problemi?”
“Diciassette, cristo!” mormora tra sé, quasi imprecando. Non risponde alla mia domanda. Mi getta un’occhiata, come se volesse dire qualcosa mi si stesse trattenendo.
“Cosa?” lo incito io.
“Niente, sei un bel tipo, tutto qua. Sveglia per l’età che hai. E molto bella. Te lo dico ora così sai che non lo faccio per portarti a letto. Sono sincero.”
Sono colpita. Una frase del genere, detta da lui, è un gran complimento per una ragazza come me.
Mi viene la ridarella per l’emozione. E non riesco a trattenermi.
“Ragazzine…” commenta Dean tra sé e sé, scuotendo la testa.

Il tragitto fino a casa mia è breve.
Arriviamo fin troppo presto.
Dean si schiarisce la voce, “Senti… Meg… io sto partendo, devo raggiungere mio padre e l’affare di cui dovevo occuparmi qui è stato un buco nell’acqua, per cui non…”
“Non sai se ci rivedremo. Tranquillo, non è un problema. Ci siamo conosciuti in un bar, sapevo quello che mi aspettava.”
Dean mi guarda con un sorrisetto intrigante e l’aria da saputello. - “Sì, ma volevo dirti, semmai dovessi ripassare da queste parti, mi assicurerò di venirti a trovare.”
Sorrido. È dannatamente presuntuoso.
“Sei così certo che ti vorrò rivedere?”
Sorride anche lui. Mille watt di denti candidi e bocca voluttuosa. Dannazione! Ha tutti i motivi per essere presuntuoso.
“Ovvio che mi vorrai rivedere! Sono la cosa più bella che potesse capitarti.”
A modo suo, in un universo del tutto disfunzionale, è vero.
Ma devo chiudergli quella bocca prima che ne dica un’altra delle sue.
“Voglio un ultimo bacio, Dean, me lo daresti?”
“La damigella va sempre esaudita,” replica lui. E accenna un piccolo inchino.


20 Ottobre 2007