A UN'OMBRA
Fratello notturno,
bevitore d’oppio
…
m’odi, amico non visto, mi odi
attraverso quelle cose insondabili
che sono i mari e la morte?
A un’ombra, 1940 – J.L. Borges
Almost New York - 1902
L’aria era fredda.
Avevamo viaggiato quasi tutto il giorno con un tempo pessimo.
E io per distrarmi avevo cominciato a passeggiare sul ponte della nave.
Osservavo le persone, guardavo i loro cappotti, i loro visi. Quando questo non era più una distrazione sufficiente guardavo le onde. E cercavo di scorgere la terra. Là, davanti a noi. Da qualche parte tra quelle ombre e la nebbia doveva esserci New York.
Il sole brillava luminoso per pochi secondi quando faceva qua e la capolino tra le nubi scurissime. Io mi divertivo a contare i grandi bottoni di madreperla del mio cappotto beige.
Poi qualcuno ha gridato: “Eccola la! Si vede terra!”
E io mi sono girata.
È stato allora che l’ho visto.
Appoggiato di spalle alla ringhiera. Come se il resto del mondo non facesse per lui. O come se volesse nascondersi da esso.
Mio dio… avevo mai visto un uomo più bello?
Eppure ero sicura che pochi istanti prima non fosse stato li. Giurerei anzi di averlo visto venir fuori dalle stive, dove viaggiavano gli animali…
Un clandestino?
Come mi sono incuriosita!
Mi avvicinai, per guardarlo meglio.
Aveva questa apparenza dimessa, questo strano pallore. Degli orribili vestiti, una giacca marrone in pessimo stato oltre che di cattivo gusto.
E, cielo, che odore sgradevole emanava!
Eppure non riuscivo a staccare gli occhi da lui!
Mi guardò. Forse m’illudo che l’abbia fatto. Ma sono quasi certa che per un attimo i suoi occhi neri si siano fermati sulla mia figura.
E che dopo siano ritornati a prestare attenzione all’oggetto che aveva in mano.
Cos’era?
Mi avvicinai ancora mentre la gente mi spintonava e lo spintonava per guardare la grande statua della libertà che ci dava il benvenuto nel nuovo mondo.
Mentre lui rimaneva impassibile a tratteggiare linee meticolose.
Aveva in mano un’agenda. Forse un diario.
Riuscivo a intravedere la copertina di pelle marrone e le pagine gialline ocra erano coperte di una calligrafia elegante e fitta.
Solo che ora non stava scrivendo, no!
Mi ero avvicinata talmente che un fiato di due bocche ci separava.
Mi sentii incredibilmente sfacciata mentre sbirciai le sue lunge e grandi dita accarezzare la pagina con la penna come un uomo accarezzerebbe una donna.
Il rosso m’imporporò le guance. Ma non smisi di guardare. Ipnotizzata.
Stava facendo uno schizzo.
Doveva essere la statua della libertà, l’isola davanti alla nave. La folla.
Ombre e chiaroscuro.
Non rispecchiava esattamente la realtà. Probabilmente era come lui, voltato di spalle, la immaginasse. O l’avesse scorta per un momento.
Era un bel disegno.
E, non so spiegarmi come mai, era un disegno triste.
La nave stava già attraccando. Le grandi cime che venivano calate mi mettevano paura.
Mi distrassi solo un attimo, lo giuro!
Chi sei veramente straniero?
Mi sono chiesta con rimpianto e angoscia quando poi sei sparito per sempre dalla mia vista.