Il sogno appariva e scompariva durante le notti solitarie e incondivisibili.

Rischiarava la sua tristezza circondandolo di un calore dorato e di un vago accenno di profumo di fiori.

Gigli e gardenie.

E miele.

E spezie. E vino.

 

Aprì gli occhi, destandosi nella convinzione di ritrovare il comodo giaciglio che accoglieva il suo riposo. E invece nell’attimo in cui schiuse le palpebre colse attesi baluginii.

Si guardò intorno. Provando ogni singola volta la stessa meraviglia.

 

La camera bianca. Dalle pareti invisibili. I riflessi splendenti che filtravano da ogni dove senza che se ne indovinasse la provenienza. Il suono dolce e indistinguibile che faceva da sottofondo. La morbidezza sulla quale le sue membra erano premute…

Una leggera nebbiolina di un rosa pallido si condensò sopra il suo corpo.

 

E come sempre, finalmente, apparve lei.

L’ombra indistinguibile, la sagoma luminosa dai contorni perfetti e senza volto.

Un bagliore latteo.

Una pozza di luce argentea.

 

“Alzati Uomo.”

 

Come sempre la voce parlò.

Eppure lui non ebbe la forza di fare quanto gli era stato comandato, perso nella contemplazione di quella meraviglia.

 

La nebbiolina finissima si diradò nei pressi dell’ombra. Disegnandone i contorni.

Il corpo snello, la vita sottile, la fronte alta, le spalle dritte, le gambe lunghe.

 

“Uomo…”

 

I contorni della sua bocca balenarono a quel nuovo comando.

Una bocca dolce. Piccola. Rosea.

La bocca di un amante adorante.

 

Oh Legolas…

 

La consistenza di uno spettro.

Le fattezze celate da una lunga tunica d’alabastro. Brillante. Eppure così fredda.

Il volto… proibito alla sua vista dal cappuccio ricamato che si richiudeva su di esso, sui suoi capelli…

 

Erano ciocche dorate che gli era parso di cogliere?

 

Come la corolla di un fiore sul pistillo.

 

“Chi sei?” gemette. In preda allo stordimento.

“Alzati Uomo.” La voce ripetè. E non rispose.

 

E finalmente lui si alzò.

E si sentì avvolgere da stoffe morbide, velluti e profumi muschiati. Lasciando che attorno alla beltà regale del suo corpo bronzeo si drappeggiasse una tunica di fattezza squisita.

 

E sentì sul suo capo il peso di una corona.

E al suo dito la freddezza metallica di quell’anello che rappresentava la purezza della sua stirpe.

 

“Sei un Re.” Sospirò la voce.

 

E lui si tese. Ignorando ciò che sarebbe avvenuto. E allo stesso tempo riuscendo a immagginarlo.

 

Intravide l’ombra avvicinarsi. E posare una mano fantasma sul suo viso.

Tutta quella luce lo accecava.

Tutta quella freddezza lo atterriva.

 

Attese di vedere l’ombra lasciar scivolare il cappuccio sulle spalle nude.

Attese di sentire quelle labbra toccare lievemente le sue.

 

E riconobbe il suo sapore.

Il suo volto.

E ne fu certo.

E lo dimenticò.

 

“Chi sei, dimmi chi sei.” Pregò.

Come sempre quando l’incontro delle loro bocche terminava.

 

Non ottenne risposta.

 

“Che cosa vuoi da me?” gemette ancora.

 

Non ottenne risposta.

 

Una frenesia improvvisa lo colse.

Come pazzo agitò le braccia, strinse le mani, conficcandosi le unghie nei palmi. Le gambe tremolanti ressero il suo peso fieramente e avanzò verso la figura ammantata che si era ritirata sul fondo di quella stanza incolore.

 

Osava toccarlo?

Poteva, lui, permettersi di sfiorare in punta di dita quel misterioso prodigio?

Poteva, alfine, rinchiuderlo nella cerchia delle sue braccia e ricoprirlo di baci?

 

“Fermati!”

Gli comandò la voce, imperiosa.

 

E lui dovette fermarsi.

 

“Dimmi chi sei se vuoi che mi fermi, dimmi cosa vuoi!” esclamò in preda all’ira. All’eccitazione e allo sbandamento.

 

E nuovamente dita sottili e morbide si chiusero attorno alle sue guance. Regalandogli una lucidità di mente, una pace del fisico che lo ritemprarono.

Iniziò a tremare convulsamente, tra quelle braccia sconosciute.

Eppure oscuramente tanto amate.

 

“Eldarion. Figlio di Aragorn, erede di Isildur, Re di Gondor…” sussurrò la voce. “Ferma il tremito delle tue membra. La frenesia cieca del tuo cuore. E ascoltami.”

 

“Che cosa vuoi?” riuscì a domandare, rabbrividendo.

 

“Raccontarti cosa sarebbe dovuto essere di noi.”