Al mio gruppo.
Perché, come ho già scritto da qualche parte, è la mia pillola della felicità.
E a Benedetta.
Per qualcosa che mi ha detto sui limiti da superare.
LA SONG
"If this is a trick, just know that I'll be coming back for you.
Hell, I just might be coming back for you anyway."
Angel. “Darla”
Il ragazzo era bello.
Giovane.
Muscoloso.
I capelli lunghi avevano riflessi rossicci sotto le luci al neon.
Li spostò tutti all’indietro. Con un solo, scattante, gesto del capo.
Sospirò. “Sapevo che mi avresti trovato”
Disse quietamente.
“Hai riconosciuto il mio odore?”
“E l’ho seguito” gli confermò la voce alle spalle.
Si voltò. Trovandosi faccia a faccia con lui.
Esattamente come se lo ricordava. E molto altro.
“Ti avevo detto che non saresti dovuto tornare.” Gli disse lui.
“Era un buon consiglio.” Confermò il ragazzo, abbassando lo sguardo sugli speroni dei suoi stivali. E poi sulle mani dell’altro.
Mani grandi. Ruvide. Segnate da molti scontri.
Come le sue.
Eppure, in un certo deviato modo, mani morbide.
“Avresti dovuto seguirlo.” Lo sentì dire.
“Avrei dovuto? Sicuro? Forse.” Abbassò la testa di lato, consentendo a quell’altro, dalla sua angolazione, di vedergli il profilo netto della giugulare pulsare sotto pelle.
“Eppure non potevo stare lontano Angel.”
Angel sorrise. Un sorriso sfumato. Obliquo. Gli increspò la bocca.
“Che problema hai McDonald? Sapevo tu fossi senza morale, ma avevo idea che avessi un cervello”
Lindsey scivolò più lontano dall’altro. Al sicuro. Nel getto di luce abbagliante della lampada al neon sopra le loro teste.
“Ce l’ho. E ho sempre saputo come usarlo. Sfortunatamente non mi sono mai accontentato delle mezze verità. Ho sempre voluto avere le risposte giuste. Anche da te.”
“Da me?”
“Come quel giorno, te lo ricordi Angel? Volevo sapere esattamente quello che le avevi fatto. Volevo che fossi tu a dirmelo.”
Angel sospirò teatralmente. Posandosi le mani sui fianchi.
“Ah ragazzo mio, tu non impari mai! Te lo dissi, una volta. Ricordi? Sei giovane. Vivo. in salute.” Gli enumerò. Girandogli attorno. Costringendolo a seguirlo con gli occhi. Per fare attenzione alle sue mani. Alle sue mosse.
“Eppure sembra proprio che più riesci ad ottenere ciò che desideri e meno ne sei appagato.” Continuò.
Scosse la testa. Parodicamente annoiato.
“Sono davvero insoddisfatto di te.”
Lindsey sogghignò. “Ci devono essere parecchie cose di cui non sei soddisfatto. Ho sentito dire in giro che sei diventato papà. Oh… non vedo molti allegri picnic nel verde nel futuro del tuo bambino…” sorrise.
“Chissà la madre… chissà se sta bene. O se ha freddo…”
La velocità con cui gli fu addosso non lo sorprese.
Lo sorprese il dolore.
Impetuoso. Violento e intermittente.
Alla schiena.
“Adesso ho proprio bisogno che tu me lo dica Lindsey. Perché sei tornato?” ringhiò Angel dopo averlo fatto affondare di un palmo buono nel calcestruzzo della parete.
Lindsey tossì un grumo di sangue.
Sputò.
Fece per chinarsi in terra.
E il corpo di Angel glielo impedì.
Braccandolo. Rispedendolo al muro.
“Ti ho fatto una domanda” gli ringhiò nelle orecchie. “Ora se fosse vero che hai un cervello, l’avresti usato per rispondermi!” gli disse ancora.
Lindsey sgranò gli occhi annebbiati. “Io ho una domanda” tossì. E qualche schizzo di sangue finì sulla guancia di Angel.
“Ho una domanda per te. Non potevo continuare. Non potevo lasciarti questa città senza sapere la risposta.”
Angel gli strinse la gola.
“E allora fammela. Ti ho lasciato appena il fiato per parlare. Fallo!”
Gli ordinò.
E la bocca di Lindsey fu sulla sua.
“È questo. È questo che vuoi sapere? Come sarebbe farti fottere da un vampiro?”
gli chiese Angel spingendosi indietro.
Pulendosi la bocca con il dorso della mano.
Lindsey sorrise. Gli occhi gli luccicavano di un’inattesa luce di trionfo.
“Ho già fottuto un vampiro. Non sarebbe una gran novità. Ma come mi ha fatto notare una volta, non era lei che volevo fottere veramente.”
“Stiamo ancora parlando di lei? Non ti avrebbe amato mai. Ti ha lasciato. E non ti ha ucciso. Per come la vedo io sei stato fortunato.”
“No. Stiamo ancora parlando di noi. Quando ho perso Darla, ho perso anche te.”
“Mio dio” disse Angel, congiungendo le mani “Mi commuoverò? Stai per farmi una dichiarazione accorata su quanto mi hai segretamente amato?” sussurrò riguadagnando lo spazio vitale di Lindsey. Soffiandogli addosso le parole.
Lindsey sorrise. E poi rise di gusto. Una di quelle gustose risate roche da ragazzo di provincia.
“Sei spassoso vampiro! Io innamorato di te? E come potrei? Solo i narcisisti si innamorano della propria immagine riflessa. Liam.”
“Tu non sei come me, caro ragazzo. Non vantartene.”
“Io sono esattamente come te. Io sono quello che tu saresti diventato senza di lei. Be’ certo… nascendo nel ventesimo secolo!”
Rimase fermo. Mentre Angel tornava indietro di qualche passo. Continuando a fissarlo. A mantenere i suoi occhi incatenati ai suoi. A contare i battiti del suo cuore.
“Hai perso anche me, Lindsey? Quando mai mi hai avuto?” gli chiese. Tornandogli addosso. Abbassando la testa. Abbassando la bocca sulla sua spalla.
“Tu. Tu eri il punto di riferimento su cui sfogare la mia rabbia. Tu eri il motivo per cui lei non poteva stare con me. Tu eri la risposta a ogni cosa sbagliata che accadeva nella mia vita.” Gli disse Lindsey.
E la pelle scoperta del collo di Angel assorbì il calore di quelle parole.
“Sono venuto da te più di una volta. E tu non ci hai mai provato abbastanza. Quando me ne sono andato mi hai perfino detto che ti dispiaceva di non avermi salvato. Perché?”
“Perché non ti ho preso più a cuore? Perché non sono riuscito a salvarti?” Angel bisbigliò “Ma non è questa la tua domanda…” bisbigliò ancora.
“No, infatti. Di questa ho già la risposta campione. Non volevo essere salvato.”
“Non volevi essere salvato.”
“Ma volevo che tu mi volessi. Volevo dimostrarti che potevo essere uno di loro. Uno di quelli a cui regalavi un’occasione. A me mai nessuno ha regalato niente.”
Angel si allontanò. Sopprimendo il desiderio di toccarlo.
Per fargli male.
“Credi che a me sia andata più facile? Credi che ci sia stato qualcuno ad allargare le braccia? Ad afferrarmi quando cadevo? Nessuno mai.” Ringhiò.
Lindsey gli arrivò alle spalle. Gli circondò la vita con un braccio, posando la guancia sulla sua schiena. Con un movimento di conturbante, maschia sensualità.
“Io ci sarei stato. Se tu mi avessi voluto. Io ci sarei stato.”
Angel strinse le sue mani sul polso che l’altro gli teneva sul petto.
Lo strinse.
“Io non ti volevo. Non ti voglio tutt’ora”
E lo fratturò.
Lindsey non emise un solo gemito. Si staccò da Angel. Lentamente.
Si controllò l’angolo innaturale dell’articolazione. E una lacrima inconsapevole gli scivolò sulla guancia per il dolore fisico.
“Oh si. Tu non mi volevi. Ma lo sappiamo tutti e due che se tu mi avessi voluto, se mi avessi trasformato, io sarei stato il childe perfetto per te.”
Angel balzò su di lui, schiacciandolo, immobilizzandolo.
Come per ucciderlo.
“Zitto. Stai zitto.”
“E perché? Altrimenti la bocca me la chiuderai tu? Magari con qualcosa di grosso…
Andiamo… sarei stato perfetto per te, non è vero? Non avevo anch’io quel fuoco nero? Non ero anch’io nato sporco?” chiese ansimando.
Tendendosi sotto di lui con la forza di un uomo.
E soccombendo alla superiorità di un vampiro.
“Sappilo.” Lo avvertì Angel.
“Sappi che non mi fermerò. Adesso è troppo tardi. Anche se tu volessi chiamartene fuori.”
“Non voglio tirarmi indietro.” rispose, inespressivo, Lindsey
E Angel gli prese la bocca.
E gli strappò la patta dei pantaloni.
“Sarebbe cominciata così? Mi avresti baciato. Mi avresti scopato. E poi mi avresti morso. Prosciugato. Mi avresti lasciato morire? Cosa mi avresti fatto, eh Angel?”
“Ti avrei fatto godere.” Gli disse tenendogli ferma la nuca.
Entrando nella sua bocca con la lingua. E sentendolo sotto di lui con uguale impazienza.
“E poi avrei voluto sapere se fossi stato all’altezza.”
“Scopriamolo” gli disse Lindsey.
E gli morse la bocca.
“Ci hai pensato per molto? ‘Chissà come sarebbe averlo dentro’ Dì. Ci hai pensato…”
Angel gli sollevò la testa e le braccia per sfilargli la maglietta.
Gettò la sua, strappata, via.
“E tu ci hai pensato?” gli chiese Lindsey, sbottonandogli i pantaloni.
Contorcendosi nella fretta di agire. Prima di venire fermato dal pensiero.
Cercando, con quella domanda, una conferma che non sperava di poter avere.
“Saremmo qui, altrimenti?”
“Passa all’azione” gli disse, gettando nell’angolo più nascosto dalla luce i suoi pantaloni.
“Non mi chiederai il permesso, vero?”
Ed Angel entrò dentro di lui.
Con un’unica, fluida spinta.
“No Lindsey. Il permesso per certi inviti non serve.”
Gridò
“La senti?” chiese ansimando Lindsey
“Questa è musica! Questa è la canzone di Los Angeles. E non smette mai di suonare. La senti mentre grido?” percorrendogli con la bocca la linea del bicipite
“Io la sento sempre.”
Gli disse Angel.
Tirandogli i capelli ispidi per sollevargli la nuca. Per baciarlo.
Chiedendosi se qualcosa di giusto, per loro, si sarebbe mai potuto trovare.
Lo ribaltò di lato.
Lasciando andare un basso mugolio gutturale.
Fece in modo che lui avesse il suo stesso potere sull’angolo di penetrazione che subiva.
Fece in modo che si prendessero a vicenda.
E lo sentì.
Cuore. Polmoni.
Tutto in lui accellerava.
E le spinte divennero più lente. E più lunghe.
Le sue mani, rigide, ma calde.
Gli afferrò le mani. Se le portò sul petto.
Il polso. Gli strinse il polso che gli aveva fratturato.
Gli strinse il polso nel momento dell’orgasmo. E mescolò per lui dolore e piacere.
E sentì i piccolo denti umani di Lindsey trovargli l’arteria del collo. E inciderla di poco.
Senza succhiare.
Baciandolo poi, con la bocca rossa del suo stesso sangue.
Mostrando di sapersi prendere quello che voleva come un uomo. E come un vampiro.
“Hai avuto la tua risposta?”
“Non ancora. Non più. Non serve.”
Si guardarono.
Quello poteva essere il loro degno finale.
Oppure una squallida conversazione post coitale.
“Volevi davvero sapere se eravamo uguali? Se ti respingevo perché mi somigliavi, perché ti percepivo affine?” gli chiese Angel.
In piedi. Uno di fronte all’altro.
Già rivestiti entrambi di quel poco che era rimasto intatto.
“Si.”
“Sei la mia nemesi Lindsey. Sei, come tutti i miei childe, qualcosa che non posso avere.”
Angel si chinò per guardarsi le mani.
E respirò su se stesso l’odore dell’altro.
“Come la purezza di Dru. L’umanità latente di Spike. L’indifferenza di Penn. Perfino la consapevolezza fatale di Lawson.”
“E che cos’è che farebbe di me uno dei tuoi childe? Cos’è che ci sarebbe in me che non puoi avere?”
Quella domanda, proprio ora, per Lindsey non aveva senso.
“L’unica cosa che ci divide, mio caro ragazzo.”
Angel s’infilò la giacca. Sentendosi lo sguardo dell’altro addosso.
Lo sguardo di quelli per cui è finito il tempo delle risposte.
Uno di quegli sguardi di consapevolezza preziosa.
Unico.
“La mia umanità.”
“La tua specie.” Lo corresse Angel.
“La mia vita.”
Sussurrò il ragazzo.
Era bello.
Giovane.
Muscoloso.
Era vivo.
Fine