Bruce Dogger si guardò le
mani.
Erano dure. Callose. Dalle
lunghe unghie nere e dalle dita enormi, sproporzionate.
Erano mani abituate a
maneggiare armi e cadaveri.
Se le pulì dal grasso del
motore a cui stava lavorando, con un unico movimento sulla stoffa ruvida dei
pantaloni.
Prima di tenderle con
rispetto alla figura del giovane che era appena entrato nella sua officina.
Timorosamente… avrebbe
detto chi non lo conosceva.
Perché Bruce Dogger era
uno che non aveva paura di niente. Uno che difficilmente si tirava indietro.
Uno a cui il mondo aveva cercato in tutti i modi di far paura, e che aveva
risposto gridando. Spesso senza aver realmente niente da dire.
Eppure… eppure…
Si sarebbe detto lo stesso
che nei suoi occhi lampeggiasse esitazione e paura nell’attimo in cui il
giovane rifiutò disgustato la sua stetta.
“Niente preliminari
Dogger.”
Bruce Dogger annuì senza
emettere fiato “Signore…” disse coraggiosamente “…ma i soldi?”
L’altro lo guardò
sprezzante come se l’enorme corpo di Bruce Dogger non fosse altro che un cumulo
ingombrante di immondizia.
“L’accordo è chiaro. Metà
ora. Metà a lavoro finito.”
Indicò la valigetta di
pelle nera che sembrava risplendere nel sudiciume del locale.
“Bene” grugnì il colosso, sentendosi
più sicuro, visto che si parlava di grana.
“Ricorda: la ragazza deve
rimanere illesa. Non è lei il tuo bersaglio.”
“Si, certo…Signore. Ma se
volessi… se volessi farci un giro,
potrei? Signore?”
Il colosso sembrò
restringersi fino alle dimensioni di un puntino, quando vide lampi di rabbia
dardeggiare negli occhi dell’altro. E poi spegnersi.
Calmandosi e riacquistando
le sue dimensioni allo scoppio di una risata.
“Si direbbe che le
chiacchiere sul tuo conto siano proprio tutte vere Dogger! Ho detto viva. Il resto… non mi interessa.”
“Il signorino se n’è
andato?”
“Sta zitto Shmit!” intimò
Bruce al piccolo afro-americano alto ma sottile che era scivolato dall’ombra in
cui si era nascosto.
Shmui Taren si diresse
verso il compare beffardo, “Si direbbe che il signorino ti faccia cagare sotto
bello! Ma non te li mangiavi a colazione quelli come lui?”
“Appunto.” disse solo
l’altro
“Già! E per questo a
momenti gli facevi l’inchino…”
“Non sai di cosa parli
piccoletto! E se non vuoi saperlo, ti consiglio di smetterla di portare il tuo
culo in posti come questo!”
“Ma di che cazzo parli
Bruce? Quello è uno dei soliti stronzi borghesi che viene qui ad affidare a
quelli come noi i compiti di cui non vogliono sporcarsi le mani! Non c’è niente
di diverso!”
“Guarda nella borsa.” intimò
al piccoletto nero.
Shmui Taren si accostò
velocemente al cofano su cui era poggiata. E la aprì.
Cominciando a sghignazzare
snudando i terribili denti cariati e ingialliti dal fumo della perenne
sigaretta.
“Mi sa che il damerino ti
ha fottuto alla grande Dogger! Qui dentro non si vede l’ombra di un quattrino!”
Il gigante andò verso di
lui minaccioso e gli strappò la borsa dalle mani.
Rivoltandone il contenuto
sul pavimento sporco.
Carte.
Giornali accartocciati. E
poco altro.
“Quel porco bastardo sta
cercando di fottermi.” Digrignò i denti, per sembrare più convincente.
“Ehy… ma quello cos’è?”
Shmit indicaò un involucro
di carta arrotolato meglio degli altri.
Dogger lo prese tra le
dita enormi esitando.
“Per l’inferno!...” esclamò
quando una pietra della dimensione di una noce, di un bellissimo colore
violetto, gli scivolò sul palmo “… Credevo che scherzasse …”
“Che vuoi dire Bruce?”
“Credo sia un diamante…”
“Ma che dici? I diamanti
sono trasparenti! E poi non hanno tutti quei bitorzoli! Ti sei fatto fottere
come un novellino e ci hai guadagnato una nocciolina!” lo sbeffeggiò uscendo.
Sicuro, Shmit, che almeno per il momento non avrebbe rischiato le fratture
multiple dell’ultima volta che aveva provato a sfotterlo. Il vecchio Bruce era
troppo occupato a rimirare la pietruzza che aveva tra le dita per fare caso a
lui.
“Ti stai proprio
rammollendo!” sputò.
E Dogger attese che
l’altro fosse uscito prima di scagliare in terra la pietra con violenza e di
abbattervi sopra un pugno con tutta la forza che aveva in corpo.
Sussultò di dolore quando
si accorse che la pietra era rimasta incagliata tra le ossa della mano e aveva
creato un piccolo foro nel pavimento.
Senza minimamente
scalfirsi.
Se la disincastrò come
ipnotizzato, ripulendola sulla maglietta logora, mentre il sangue gli scivolava
fin sui polsi.
Non sentiva il dolore
Dogger.
Bruce Dogger era felice.
La miseria era finita.
Dopo quel lavoro avrebbe
potuto vivere bene. Darsi alla bella vita.
Comprare una casa in
collina per sua madre. E finalmente prendersi l’affidamento dei suoi figli da
quell’arpia dell’ex moglie.
Perfida puttana smetterai di strillare su quanti
pochi soldi ti passo! La smetterete tutti!
E rise.
Rise fino a che non si
rese conto che quella non era la metà del prezzo del suo lavoro.
Se tutto fosse andato
bene, domani a quella stessa ora avrebbe avuto tra le dita un’altra di quelle
pietruzze!
Un altro splendido
diamante grezzo.
Del colore lilla più raro
al mondo.
***
Perfino una superstrada
come quella poteva sembrare infida a quell’ora della notte.
Ridicolo!
Non si poteva avere paura
di tutto!
Non si poteva avere paura
di svegliarsi di notte con una pistola
puntata alla gola, o di venire rapita nel sonno, non si poteva avere paura
della propria ombra mentre ci si avviava a casa camminando su un marciapiede
buio…
Ma la donna bruna dai
capelli lisci e spettinati che sedeva
tesa sul sedile posteriore della Bmw blu notte, aveva capito che spesso la
paura è un sentimento inevitabile… specie dopo quanto aveva visto e sentito…
Darren Bennet, l’autista,
la fissò dallo specchietto. I suoi occhi verdi rimasero incagliati un istante
in quelli acquamarina di lei, tanto che dovette respirare a fondo prima di
emettere fiato. “Stia tranquilla. Non le succederà nulla!”
La donna sorrise
nervosamente, “Hai ragione Darren, ma questo improvviso incontro mi sembra… un azzardo! Avete sempre insistito molto sul
controllo e la metodicità delle azioni mie e vostre, e ora…”
“Non possiamo essere certi
che lei non venga sorvegliata, e agire con rapidità è l’unico vantaggio contro
questi bastardi, col dovuto rispetto,
questo incontro era essenziale. Ed è essenziale che lei si fidi di noi”
“Ma…”
“Stia tranquilla…” ripetè
l’uomo, “Siamo quasi arrivati”
Bruce Dogger, accovacciato
tra le sterpi di una collinetta isolata, posò nella sacca nera impermiabile il
binocolo a raggi infrarossi dopo aver scrutato il percorso dell’autovettura dai
vetri oscurati. Quando fu sicuro che tutto stava andando secondo i piani si
sollevò in piedi per indossare il casco integrale della Ducati grigia
parcheggiata a pochi metri da lui…
Quando il motore della Bmw
blu notte si spense nella piazzola di servizio a duecento metri dalla pompa di benzina
della A37, il silenzio parve per un momento assordare i due abitanti
dell’abitacolo.
L’altra auto, quella che
stavano aspettando, non era ancora arrivata…
Bruce Dogger guardò
nervosamente l’orologio.
Dieci minuti.
L’altra macchina, quella
col suo bersaglio, aveva dieci minuti di ritardo.
Qualcosa stava andando
storto.
Per quanto siano stupidi,
i federali non commettono di questi errori!
Guardò timoroso il suo
cellulare.
Lui
aveva detto che poteva chiamarlo solo
in casi di effettivo bisogno…
Decise per il si.
E compose un numero di
telefono che sperò vivamente di non dover usare mai più.
“Signore…” mormorò
esitante, dopo la risposta al secondo squillo.
Mentre una voce non gli
permise di proseguire, anticipandolo. “Niente nomi.”
“Signore…” riprese Dogger
stordito.
“I piani sono variati.” comunicò la voce, aspettando di sentire Dogger
assentire.
“Il tuo bersaglio adesso è
la ragazza.”
La voce chiuse la
comunicazione.
E Dogger si guardò le mani.
SignoreDioOnnipotente, perdona tuo figlio…
***
Shmui Taren guardò
soddisfatto l’esplosione accidentale
dell’auto nella quale aveva trovato la morte il procuratore distrettuale Matthew
Hudson.
Prese la moto ferma li a
pochi metri e salì in sella.
Inserì la chiave e la fece
girare, innestando il comando di accensione.
Ancora non è finita…
Era stato sorpreso quando
il damerino bianco l’aveva fatto chiamare la prima volta.
Non voleva accettare
l’incarico e fare le scarpe al suo amico, ma quando aveva visto il bellissimo
diamante grezzo che quell’idiota stringeva nel pugno come una nocciolina i
dubbi erano evaporati.
Era rimasto un ghigno da
predatore sulla sua faccia ingiallita.
***
L’autista scese dalla Bmw
componendo velocemente un numero al suo apparecchio cellulare.
La donna lo vedeva parlare
dal sedile posteriore, senza riuscire a leggergli il labiale visto che le dava
le spalle.
Le era stato proibito di
lasciare l’autovettura.
Si tormentò i capelli neri
disperatamente.
E si guardò le mani:
tremava.
Quando guardò di nuovo
fuori dal finestrino dai vetri semi-oscurati fi agghiacciata dal panico vedendo
l’uomo gesticolare nervosamente ancora un istante e poi crollare al suolo.
Colpito da un proiettile
vagante.
Un grido isterico la
sconvolse mentre il piombo del proiettile che sfrecciava verso il cranio
dell’agente sembrava poterla ferire col suo solo rumore.
Il primo istinto fu quello
di rannicchiarsi sul tappetino di plastica dell’auto.
Mio dio, è finita.