“Lo
sai?” le dico, puntellandomi sul gomito poggiato al cuscino, “Credo che questo
sia un sogno…”
Sento
le sue piccole, tenere mani stringersi alla curva solida del mio avambraccio.
“Che
cosa te lo fa credere?” mi chiede in un bisbiglio soffiato sulla pelle del mio
zigomo sinistro, prima di baciarmi la tempia.
“Non
lo so. Non ne sono poi così sicuro…” mormoro, in effetti dubbioso. “Dov’è che
siamo, qui?”
Grace,
piccola, morbida. Insolitamente dolce. Sotto di me sorride.
“Non
devi chiederlo a me. Questo posto è tuo.” continua a sfiorarmi in lente e pigre
carezze ipnotiche.
“Ah,
allora vedi che è un sogno? Ho ragione io!”
Lei
si fa più vicina. Insospettabilmente sembra avere freddo. Struscia le labbra
contro le mie e poi mi bacia.
“Angel…”
mi chiama, ancora dentro la mia bocca. “Vorrei che tu non avessi ragione.”
Parla
con un tono basso e, forse, triste. “Ma credo che sia proprio un sogno questo.”
Non
oso risponderle.
La
guardo.
La
tocco.
Sento
sotto la pelle spessa delle mie dita, le curve, i segni, le piccole rughe, i
nei, le cicatrici. Sue.
Mi
chino sull’incavo sottile e niveo del collo.
Solo
per aspirarne il profumo, mi dico.
Nient’altro.
E
così le carezzo il centro esatto in cui la morderei con la punta della lingua.
E la sento inarcarsi. E mugolare piano.
È
più forte di me.
Devo
aprire la bocca. Devo passare i denti sopra quell’arteria tanto attraente.
“Grace…”
Come
dovrei proseguire questa frase?
Grace
lasciami sentire nella verità del tuo sangue che non mi stai mentendo?
Grace
permettimi di entrarti dentro in tutti i modi possibili?
Ovviamente
non dico nulla di tutto questo.
Lei
ansima più forte. E poi mi scosta. E si rannicchia su un lato. Lontana.
Sempre
così lontana.
Scendo
dal letto.
Nudo
come sono.
C’è
una finestra.
Fuori
vedo la notte. Quella chiara, estiva.
Quella
con la luna alta nel cielo e le stelle, così tante che non puoi contarle, a
rischiarare le foschie basse e nebbiose.
Non
sono sicuro del tempo in cui rimango fermo qui.
Una
mano appoggiata allo stipite, accanto alle crepe del muro, sul legno che odora
di antico. E l’altra alla fronte, a tormentarmi pensoso l’infinitesimale neo
bruno che da sempre ho vicino all’occhio.
Perché
dovrei raccontare quello che sto pensando?
A
che servirebbe?
Naturalmente
sto pensando a lei. A quello che mi nasconde. A quello che prova.
Sempre
che provi qualcosa.
Naturalmente
sto pensando a quello che provo io.
Buffo.
Non
mi sono posto molti problemi.
Mi
sono detto che la voglio.
E
me la sono presa.
Ma
non mi è bastato.
Mi
basterebbe il sangue a rassicurarmi?
E
se lei si lasciasse mordere e mi dicesse che è mia? Le crederei?
Non
lo saprò mai.
“Grace…”
ho bisogno di chiederglielo. Devo.
“Mi
vuoi Grace? Mi vuoi come ti voglio io?”
Non
mi volto verso di lei. Sono stanco di darle fiducia e vedermi deludere.
La
sento scendere dal letto, facendo scrichiolare le mattonelle sconnesse.
Sento
i suoi piccoli passi in punta di piedi.
Si
insinua, con un movimento fluido e femminile, sotto il mio braccio alzato. E si
appoggia alla finestra fredda dietro di lei.
Si
è raccolta nella mia camicia. E ne ha appuntati tre bottoni.
Ora
le pende artisticamente da una spalla. E scopre proprio…
“Angel…”
Mi
chiama. Si accosta a me, passandomi un braccio dietro la schiena.
“Se
questo è un sogno…” bisbiglia, portandosi da un lato i lunghi capelli neri
dalle sfumature azzurrine sotto questa luce lunare.
Vorrei
disegnarla.
E
fotterla fino a morire.
Vorrei
essere il suo schiavo per l’eternità.
“Se
questo è un sogno…” ripete, allungandosi in punta di piedi, “Allora possiamo
fare quello che desideriamo. Possiamo
fare tutto…”
Mi
guarda. Con quei suoi inafferabili occhi di sottobosco.
E
mi sembra, per la prima volta, innamorata.
“Mordimi
Angel” mi invita. E mai come ora l’ho sentita convinta.
Mai
come ora l’ho sentita mia.
“Perché
Grace?”
Non
risponde subito, un sottile velo di stupore le appanna gli occhi.
Oh
no, piccola mia. Naturale che non ti renderò le cose facili…
“Perché
Grace vuoi che ti morda…” insisto. E suono un po’ troppo implacabile alle mie
stesse orecchie. Ma deve dirmelo. Deve.
“Perché
se questo è un sogno…” accenna lei, mantenendo gli occhi nei miei.
Scuoto
la testa. La risposta non è quella che mi aspetto.
E
non sorrido più.
“Non
funziona così Gracey. Anche se questo è un sogno io mi merito la verità.”
Lei
sospira, sembrando divertita. E la cosa, mio malgrado, mi irrita.
Mi
irrita che non sia mai in grado di capirla. Di afferrarla completamente. E
tenermela stretta.
Sembra
essere sempre due passi avanti a me. E poi, di tanto in tanto, sembra
rallentare e permettermi di raggiungerla.
“La
verità… la verità è il minimo di cui puoi accontentarti, vero…”
Non
è una domanda. Non le rispondo.
“Mordimi
Angel.” Mi chiede. Implorando quasi. Offrendomi il collo e stringendosi a me.
“Non te lo chiederò di nuovo. Non te lo
chiederò mai. Perciò fallo ora che è la tua unica occasione…”
Dio,
diavoli dell’inferno, che altra scelta mi resta?
La
mordo. Lo faccio.
Ed
è quello che immaginavo. E mille cose ancora.
E
sento la verità, la vita, le menzogne e il futuro.
In
quel morso, in quel sangue, nella mia bocca, sento tutto.
E
poi, naturalmente, mi sveglio.