Fratelli

 


La lunga tunica di cotone grezzo color del grano gli sfregava contro la pelle.
Il cappuccio gli copriva la fronte e scendeva, sbilenco, sugli occhi, impedendo che la luce forte della tarda mattinata glieli ferisse. Ma soprattutto evitava che qualcuno potesse riconoscerlo.
Ettore camminava disinvolto tra i banchi del mercatino della sua città. E aveva voglia di essere solo quello che si sentiva in quel particolare momento: un ragazzo qualunque. Non il Principe di Troia, il primogenito del re e futuro sovrano a sua volta.
Solo un ragazzino di sedici anni e poco più che sbirciava curioso tra le cianfrusaglie e toccava ogni cosa, meritandosi sguardi corrucciati o sorrisi di incoraggiamento.
E per una volta tanto poteva essere sicuro che fossero reazioni autentiche…
Passò davanti un banco di cestini di paglia e fu tentato di sollevare il cappuccio e sorridere alla graziosa ragazzina che sedeva accucciata su uno sgabello a tre passi da lui. Molto più che graziosa… grandi occhi verdi e lunghi capelli castani, un viso dai lineamenti aggraziati che preannunciava la bellezza che sicuramente sarebbe sbocciata di li a pochi anni.
Sorrise mesto. E fece per andarsene.
“Comprate uno dei miei cesti, bel signore!”
Ettore sorrise.

Signore… da quanto comincio a sembrare un signore?

“Quanto costano?” chiese avvicinandosi alla ragazzina che nel frattempo si era alzata in piedi.
“Dipende dalle misure: il più piccolo mezzo denaro. Quello laggiù…” disse indicandogli il cesto più grande che era esposto “Quindici” azzardò
Ettore sollevò un sopracciglio. E rimase incantato a fissare la ragazzina mentre grandi ombre di emozioni si disegnavano sulla sua carnagione ambrata.
“Ma se… se vi sembra un prezzo troppo caro possiamo farvi un piccolo sconto…” disse, scambiando il suo silenzio per esitazione. Decisa a non perdere il cliente.
“Quanto costa quello la?” chiese Ettore alla fine indicando un cesto di media grandezza. “Otto tondi tondi!” rispose lei.
“Mi sembra un prezzo onesto!” sorrise sganciando il sacchetto di cuoio tintinnante dalla cintura della tunica.
Gli occhi della ragazzina si illuminarono e Ettore pensò che sarebbe stato proprio bello baciarla.
“Come… come vi chiamate signore?” gli chiese lei allungandogli il cesto.
Ettore sorrise, in imbarazzo.


Già… come mi chiamo?


“E…ric” disse. Decidendo per il meglio di non rivelarle il suo vero nome.
“Posso… posso sperare di vedervi ancora signore?”
“Non sono un signore. Sono solo Eric”
“Eric?” chiese di nuovo lei, timida. Abbassando un po’ il capo per l’incertezza e facendo luccicare di sole i capelli scuri.
Ed Ettore stava per dirle che si, l’avrebbe rivisto sicuramente perché lui sarebbe ritornato da lei, e l’avrebbe convinta a fare una passeggiata sotto le stelle, e l’avrebbe baciata…
Fece per dirle questo e molto altro quando fu distratto dallo sguardo di lei che correva alla strada poco distante. Attirata dal mormorio che diventava un vociare sempre più incessante
“Il principino… il principino…” Dicevano.

O no! No fratellino, non ora!

Il principino, scarmigliato, sudato, pieno di terriccio dalla testa ai piedi.
“Ettore, Ettore!” gridava
E la preoccupazione fu più forte di qualsiasi altro pensiero.
Il ragazzo si tolse la tunica con un impeto di regalità fiera che tutti quelli nei pressi trattennero il fiato, e la gettò in terra. Abbandonò il cesto il un angolo.
E si trasformò nel Principe.
“Paride! Eccomi. Sono qui. Che c’è fratello? Cosa è successo?”
E fu come se gli occhi di tutto il mercato si focalizzassero su di lui.
Paride piangeva. Grandi lacrimoni rotolavano sulle guance rosse. E il suo corpicino veniva scosso dai singulti.
“Oh Ettoree” belò.
E gli gettò le braccia al collo.
“Paride, su fratellino… cos’hai?”
“Ho fatto una cosa…” cominciò l’altro sniffando. “una cosa davvero stupida”
Ettore subito cambiò espressione, ferma. Ma non dura.
“Dimmi” disse in una sola sillaba.
“Non posso fratello. Devo prima sapere una cosa.”
Se la situazione non fosse stata così paradossale Ettore avrebbe voluto ridere.

Oh Paride… cos’hai fatto stavolta, fratellino?

“Mi vuoi bene fratello? Mi proteggerai da ogni pericolo?”
Quell’esserino tutto pelle e ossa, dall’alto dei suoi dieci anni aveva già imparato i ricatti psicologici…
Eppure lo chiese con tanto di quell’ingenuo candore che Ettore non riuscì ad arrabbiarsi.

Certo. Certo che ti proteggerò fratellino.

“Guardami.” Gli disse chinandosi sui talloni e lo afferrandolo per le spalle minute.
“Io sarò sempre al tuo fianco. Mi occuperò di te e ti proteggerò contro ogni male. Perché siamo fratelli. E questo va oltre il sangue. Oltre la morte. Perciò dimmi, Paride, cosa hai fatto stavolta?”
“Io ho” cominciò Paride più convinto. Ma poi sniffò di nuovo e si asciugò gli occhioni con il dorso della mano “Ho fatto scappare il cavallo di nostro padre!” disse in un solo respiro, conscio che altrimenti non sarebbe riuscito a confessarlo.
“E hai già ammesso il tuo crimine?” gli chiese Ettore con una punta di divertimento nella voce.
“Non ho avuto il coraggio… Cosa possiamo fare Ettoree?” gli disse di nuovo gettandoglisi in braccio. Ed Ettore poté notare, a dispetto della sua indole pressoché inesauribile, quanto fosse esausto quel suo troppo viziato e troppo solo fratellino.
Lo strinse a sé e gli carezzò i lunghi riccioli lucidi.
“Tu niente. Va a palazzo. E di alla nutrice di farti un bagno.”
“E tu?” chiese Paride con grandi occhi tondi e bagnati.
“Io farò il possibile per ritrovare il cavallo. Adesso va!”
E quando si voltò per uscire dal mercato con passo sicuro e cipiglio fiero Paride notò l’ammirazione negli occhi dei suoi sudditi, il rispetto. L’amore. E ne fu, inconsciamente, invidioso.
Ettore non era più un semplice ragazzo. E non era più nemmeno il Principe.
Ettore agli occhi dei suoi sudditi era già un Re.

THE END