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DISCLAIMER: Liberamente ispirato al film di Ang Lee ‘Brockback Montain’. Tutti i diritti appartengono a quanti li detengono. L’autrice non scrive per scopo di lucro e non intende violare copyright. All right riserved. Every infrangement is not intended nor implied. NOTE: Ho visto il film due giorni fa. E ho capito che non mi sarei mai liberata dell’inquietudine che mi ha provocato se non l’avessi sfogata scrivendo. A Heath e Jake. Perchè sono stati bravissimi a farmi credere in una storia. E a Ennis e Jack. Perché quella storia l’hanno vissuta.
La bambina corse sgambettando sul vialetto lastricato. “Ennis! Ennis Del Mar! Vieni qui, ho detto vieni qui!” La mano gli afferrò un polso e un avambraccio robusto gli si chiuse attorno alla gola. Dietro la schiena Ennis sentì i muscoli di un petto contrarsi. Sorrise, abbassando la testa sotto la tesa del cappello. “Mi hai preso al lazzo cowboy.” Disse sfilando la sigaretta dalla bocca dell’altro e aspirando un tiro. Rimanendo così. Appoggiati l’uno all’altro. Sorridenti. Felici. “C’è tempesta. Si sta alzando il vento. Meglio se ci chiudiamo nella tenda.” Disse Jack, posandogli la gola sulla spalla e chiudendogli le braccia attorno alla vita. Ennis sorrise a mezza bocca, liberandosi dall’abbraccio. Atterrando Jack nell’impeto. Bloccandogli i polsi. Salendogli sopra. Ansimando. Aggredendogli la bocca. “Sarà meglio.” Disse. “Nonna, sei sicura di voler restare? Sta per venire a piovere…” La ragazzina si strinse meglio la sciarpa attorno alla gola. Soffocando uno starnuto. “Nonna. Sei sicura? Fa freddo.” “Si tesoro. Ancora un minuto.” Disse la donna tenendo le mani giunte insieme. Pregando con gli occhi chiusi. Una raffica di vento le scompigliò i capelli canuti. Lo scialle sulle sue spalle si alzò e si riabbassò sulla sua figura smagrita. “Nonna!” s’impose la ragazzina “Adesso andiamo, ti prego. Torneremo un’altra volta a salutare Ennis. Non puoi prendere freddo nelle tue condizioni..” La donna si sollevò in piedi, aiutata dalla nipote. “Non torneremo. So già che non torneremo. Lasciami almeno dirgli addio. Lasciami un ultimo minuto da sola con lui, tesoro.” La ragazzina fece quanto le fu chiesto. Allontanandosi fino a ripararsi sotto un albero antico e sfrondato. Si asciugò gli occhi, senza realmente sapere perché stava piangendo. Il freddo la fece rabbrividire. Tutto era troppo triste vicino a quella tomba. Tutto era così solitario. E non capiva perché tutti gli anni la nonna insistesse tanto per portarla a salutare un morto che non aveva mai nemmeno conosciuto.. Tornò verso la piccola figura sgraziata, incespicando sui mezzi tacchi degli scarponcini. “Nonna, ti prego. Adesso andiamo.” La donna anziana annuì. “Ma devi promettermi una cosa bambina mia.” le disse carezzandole il viso con la mano rattrappita e gelata. “Devi promettermi che verrai sempre qui a trovare il nonno. Anche quando non ci potrò più venire io. Me lo prometti? Sii buona…” La ragazzina annuì. “Te lo prometto nonna. Ma tu un giorno o l’altro mi spiegherai perché ci tieni tanto?” “Ho molto da farmi perdonare. Povero Ennis. Non l’ho mai veramente capito.” Gemette. Sembrando pateticamente vecchia. “Nonna, ti prego, non fare così. Non volevo rattristarti. Andiamo a casa adesso.” “Non l’hai fatto bambina, non è colpa tua. Ma tuo nonno era un brav’uomo. E a modo suo mi amava. Certo, non quanto amava lui.” La ragazzinò sgranò gli occhioni plumbei. Crescendo avevano perso l’intenso blu di quando era piccola e si erano sfumati di un languore celeste. “Lui?” La nonna represse un singhiozzo coprendosi la bocca sottile “Shh! Ennis non vorrebbe che si sapesse..” “Che si sapesse cosa nonna?” “E nemmeno tua madre! Nemmeno ad Alma Junior piace che io parli di queste cose. Promettimi solo che tornerai bambina. Prometti che verrai qui ogni anno a far compagnia al povero Ennis.” Si coprì gli occhi. “E’ morto solo! Ho lasciato che morisse solo… non deve rimanere solo mai più! Promettimelo!” esclamò piangendo. “Certo nonna, certo. Ti prometto quello che vuoi. Ma adesso spostiamoci da sotto a questo vento. Sta per venire un temporale.” “Lui, lui lo amava…” disse ancora la donna, venendo trascinata via dalla nipote. “Loro si vedevano, ma non avevano mai abbastanza tempo. Il tempo non era mai abbastanza.” “Si nonna, si!” disse la ragazzina, esortandola a far presto. La donna anziana rivolse un’ultimo sguardo alla tomba. “Avrei voluto baciare la lapide. So che non torneremo.” Mormorò mentre esplodeva nell’aria il fragore di un tuono e cadevano le prime gocce. “Come dici nonna? Non sono riuscita a sentirti..” “Non basta! Non è abbastanza!” gridò Jack gettando in terra il cappello. Le pozzanghere sotto i loro stivali si andavano asciugando e il cielo si rischiarava. Ennis gli afferò le spalle, scuotendolo. “Non è colpa mia! Non posso perdere un altro lavoro!” Jack intrecciò le sue braccia a quelle di Ennis “Vieni con me. Vieni nel Texas.” “A far che? A farci ridere dietro? Oppure a finire in un crepaccio con l’uccello mozzato?” Gli occhi dolci di Jack si rabbuiarono. Si liberò dal corpo dell’altro con uno spintone. “Per la puttana! Sembra che non te ne fotta un cazzo!” Ennis lo raggiunse. Impetuoso, violento, fulmineo. “Mai! Non dirlo mai più!” disse, colpendolo con un pugno, facendolo barcollare all’indietro e poi riafferrandolo per impedirgli di cadere. Abbracciandolo stretto. Proteggendolo dal vento contro la sua giacca. Jack singhiozzò. “Mi manchi. Mi manchi sempre. Più dell’aria.” Non pianse. Non disse altro. Ennis piangeva per entrambi. La ragazza piangeva. Si asciugò gli occhi nel fazzoletto di cotone, pensando alla nonna che avevano appena seppellito. Quella era la prima volta che entrava in quel cimitero da sola. Era la prima volta che andava a trovare Ennis da sola. Per non mancare alla promessa data. Cercò di sorridere inginocchiandosi sull’erba alta. “Ciao… Ennis. Sono io.” Disse toccando la lapide. E trovandola freddissima perfino negli angoli contro cui sbatteva il sole. “Sai, ho trovato quelle cartoline Ennis.” Sospirò forse sentendosi stupida. “Spero che non ti offenderai se le ho lette. Ma le ho trovate per caso. La nonna le aveva conservate in una scatola sul fondo dell’armadio.” Sistemò il mazzolino di fiori di campo che stringeva fra le dita. “Erano avvolte in un paio di camicie una dentro l’altra..” commentò a voce più bassa. Come se quello fosse un segreto troppo intimo per orecchie estranee. “Sai Ennis, anche se non so niente di te, ho pensato che mi sarebbe piaciuto molto conoscerti. La mamma non ti nomina spesso, ma so che ti ama più di quanto non ami l’altro suo papà. E credo che sia stato così anche per la nonna…” Si asciugò il naso, portandosi i capelli dietro le orecchie. “Quella montagna della cartolina…” disse, rigirando qualche petalo caduto tra le dita “E’ lì che vi vedevate, vero? Sembra un bel posto.” Sistemò i fiori appassiti in un sacchetto di carta e lo mise alla sua sinistra, per portarlo via quando se ne sarebbe andata. “Sai, credo che avrei voluto conoscere anche Jack… forse ti starai chiedendo come lo so. O forse nemmeno puoi sentirmi e io sono una pazza che parla da sola..” sorrise, mentre gli occhi le si appannarono dinuovo “No, non me l’ha detto la nonna. È stata molto scrupolosa nel seppellire il tuo segreto. È che ho trovato le lettere…” disse rimettendosi in piedi. Baciandosi le dita e poi posandole sul marmo. “Che stupido che sei stato a non avergliele mai spedite…” La lettera si accartocciò sotto le sue dita. Ci ripensò. La gualcì, cercando di allisciarla. La rilesse. Un colpo secco. La matita spezzata per rabbia ricadde a terra. Ennis strappò la carta. Maledicendosi per quelle sue debolezze. Quella, proprio quella, non poteva spedirla. Cosa gli avrebbe detto Jack se l’avesse letta? Cosa avrebbe potuto pensare di lui? E che sarebbe potuto succedere se, peggio, l’avesse letta qualcun altro? No, meglio distruggerla. Meglio fare finta di non averla mai scritta. Mai più. Mai più, si disse stringendo le mani a pugno. Prese una cartolina bianca. Ci scrisse sopra un giorno, una data. L’indirizzo. La firmò, con la sua calligrafia un po’ stentata, un po’ impersonale. Ripromettendosi di passare per l’ufficio postale l’indomani. E guardò nel cassetto semiaperto. Lì, legate da uno spago, di lettere ce n’erano ancora a decine. Alcune, lo sapeva, le avrebbe distrutte nelle prossime ore. Nei prossimi anni. Altre, quelle nascoste nel doppio fondo, le avrebbe conservate. Forse perfino rilette. E non avrebbe trovato il coraggio di bruciarle. “La mamma mi ha detto che dovrei bruciarle.” La ragazza sorrise con tristezza, facendo scivolare i polpastrelli sull’incisione del nome nel marmo. “E’ colpa mia. Una sera gliele ho mostrate. Credevo che avrebbe capito. Invece ha detto che non significano niente. Che non devo fantasticare, o finirò pazza come la nonna.” Sospirò “Ma io non credo che la nonna fosse pazza. O che tu e Jack foste dei deviati.” Sorrise più serenamente. “Vorresti che le bruciassi Ennis? Perché io invece vorrei poterle conservare, magari un giorno leggerle ai miei figli…” Si abbassò fin quasi a toccare il marmo con la bocca, bisbigliando. “Le ho detto di averle distrutte. Ma non lo farò. Non lo farei neppure se tu me lo chiedessi.” Si chinò ancora, baciando la lapide. “Però temo di non poter più tornare da te. Me l’hanno proibito. Perciò credo che questo sia un’addio. Addio Ennis. Spero di rivederti.” Forzò un sorriso. E invece pianse. Rialzandosi. Si spolverò il jeans del terreno che si era appiccicato alle ginocchia. Rimase ferma sulla tomba un’ultimo istante. “Sai Ennis, vorrei riuscire a chiamarti nonno…” “Non posso più tornare da te. Questo… questo mi uccide.” Jack scattò a quelle parole. Gli afferrò il bavero del giaccone a vento. “Che dici? Che stai dicendo?” sibilò sulla sua bocca. Ennis si divincolò. “Io non sono come te. Io non sono forte.” Gli restituì lo strattone. E poi gli diede un pugno. “Non capisci?” gridò esasperato “Non ce la faccio più. Devo guarire.” Esclamò, crollando sulle ginochia. Proteggendosi il volto dallo sguardo dell’altro con le mani “Forse se smettessi di vederti potrei abituarmi. Ma non ce la faccio da solo.” Singhiozzò “Aiutami. Aiutami a lasciarti.” Non posso. Ti amo. Jack si chinò alla sua altezza. Coprì con le sue mani quelle di Ennis. E poi, piano, quando l’altro allentò la presa, intrecciarono le loro dita. “Non posso aiutarti. Non posso lasciarti andare.” Disse, tirandolo su di peso. Stringendolo fino a sentire le costole scricchiolare. “Forse tu puoi. Ma io non posso stare senza di te.” Ennis azò la testa. Seppellendo la guancia nel collo della giacca di lui. “Se potessi non mi sarei ridotto così.” Gli disse asciugando gli occhi con la manica della camicia. Jack gli circondò il torace. Baciandogli il mento. E poi lo zigomo, la fronte, la palpebra. E poi la bocca. “La verità è che ti amo.” Gli disse. E sentì il cuore di Ennis balzargli in gola. Ennis abbassò la testa. Scontrandosi bocca contro bocca. Denti e lingua contro denti e lingua. “Lo sai che anch’io…” Jack sorrise dolcemente, carezzandogli la nuca. “Lo so. Ma allora che facciamo?” “Andiamo avanti finchè questo non ci uccide entrambi.”
(26 Gennaio 2006)
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