L’elegante boutique era arredata con gusto.

L’ambiente era luminoso e di classe. Fiori nei vasi e cuscini sui divani di velluto.

Le commesse belle come modelle svedesi erano state tanto fortunate alla nascita da essere dotate anche di grazia e fascino. E si muovevano senza fretta, ma con una certa accurata premura.

“Signorina…” la chiamò una di queste divinità pagate a percentuale

“Da questa parte prego”

Le indicò la cassa dove lo splendido completo Prada era accuratamente riposto nella busta rosa pallido con il logo della boutique.

Clohe sorrise. Con una punta di derisione per quegli inutili salamelecchi.

Dalla piccola borsetta Dolce e Gabbana tirò fuorì il portafoglio intonato e diede alla commessa la sua carta di credito. Attese qualche minuto e sbirciò nella busta quella gonna e quel top di merletto di cui si era innamorata a prima vista.

Quello non era il genere di negozi in cui era solita comprare, ma se doveva essere sulla busta paga di Lionel Luthor, tradire il suo amico Clark per scoprire il suo segreto e lasciarlo alla mercè dei lupi, tanto valeva farlo con stile e larga soddisfazione!

A quel pensiero sorrise di più. Uno di quei suoi larghi, sinceri, abbaglianti sorrisi.

E il senso di colpa, un poco, si smorzò.

Clark…

“Miss?” la commessa alla cassa si esibì in un sorriso delicato e stucchevole.

Clohe istintivamente la odiò.

“Mi dica”

“Temo ci sia un problema, miss…” le ripetè la dea bionda e sinuosa, mantenendo un tono di calcolata cortesia.

“Si, lo vedo. Perché il mio vestito è ancora sul suo bancone e io sono di fronte a lei a perdere il mio tempo.” replicò scandendo lentamente, prendendosi tutto il tempo per assaporare l’intima soddisfazione di pronunciare una tale frase.

“Miss. Temo ci sia un problema con la sua carta di credito.” le rispose la commessa con una lieve irritazione mascherata dalla buona educazione nei migliori college del paese e dal doppio strato di cerone.

Clohe senza scomporsi riprese la carta che le porgeva e gliene allungò un’altra. “Provi questa” rispose senza nervosismo.

Dopo qualche istante vide la commessa corrucciare la fronte.

Non seppe dire se per una qualche sua riflessione sulla caducità della vita o per il compiacimento di un risultato medesimo al precedente.

“Mi spiace miss. Temo proprio che ci sia un problema anche con la sua seconda carta di credito” ripetè per la terza volta. “O con il suo conto in banca…” aggiunse insinuante e sorrise a trentadue bianchissimi denti grazie alle mensili sedute dal dentista. Perché, no, l’igiene orale non va mai sottovalutata.

Clohe senza una parola riprese la carta di credito e ripose il portafoglio nella borsetta

“Vuole che gli lasci il completo da parte?” insistette con una punta di appagamento derivata dalla vittoria in una competizione verbale che solo la competitività femminile innata poteva produrre.

“Le stava così bene…” aggiunse misericordiosa.

“No, lasci stare” le disse Clohe.

E uscì al negozio.

 

Parcheggiò l’auto proprio davanti al viale d’ingresso. Ostruendo lo splendido portone in legno finemente intagliato.

Nemmeno il tempo di ritirare la chiave dal quadro dell’accensione che un trasecolato maggiordomo in completo scuro si precipitò fuori dalla villa andandole incontro.

“Miss… non può lasciare l’auto qui, miss!”

“A no?” Clohe lo disse, ma non si fermò per dirglielo e continuò a farsi strada verso l’entrata

“Se non vuole spostare la sua auto miss, lasci che sia io a occuparmene” si offrì, cerimonioso, il maggiordomo.

“Non si preoccupi, non starà lì a lungo.”

“Ma miss! Il signorino non è nemmeno in casa…”

“E ovunque sia il signorino, a chiunque sia diretto quell’appellativo, non rientra nei miei interessi saperlo”

 

 

“Non ho idea di cosa lei stia macchinando, ma mi creda se le dico che se ne pentirà!”

Clohe, per quanto fino a d ora avesse sperimentato, amava le entrate in grande stile.

Le due porte dello studio di Lionel Luthor sbatterono quasi contemporaneamente contro la parete quando lei le aprì con le braccia e le fece richiudere dietro di sé

Lionel, in piedi sorseggiava un wiskey d’annata guardando fuori.

“Clohe, mia cara, si… ti ho sentito arrivare…” la salutò, mellifluo.

“Mi ascolti bene Luthor, non ho idea di come sia riuscito a congelare i miei acconti bancari, ma stia pur certo che non la passerà liscia. Io non sono uno dei suoi striscianti sottoposti che può manipolare a suo piacimento!”

Lionel non smise un solo attimo di sorridere. “Mia cara, ma tu SEI un mio sottoposto. Un dipendente. Un lavoratore che mi deve i suoi servigi in cambio di denaro.

Cosa ti rende diversa da tutti gli altri?”

“Che io, a differenza di loro, ho un cervello. E soprattutto SO come usarlo, con suo dispiacere.”

“Oh, non sopravvalutarti tanto, mia cara.

Le tue capacità intellettive sono ininfluenti sul mio stato emotivo.”

“Ma dovrebbero invece. Perché le mie capacità intellettive mi stanno suggerendo di rinunciare alla nostra infruttuosa collaborazione e smetterla di dar conto a lei di scoperte che potrebbero danneggiare un mio amico. Le mie capacità intellettive mi stanno suggerendo che LEI non ne sarebbe molto soddisfatto. Per cui cerchi di tenerle nel debito conto.”

“Ma io, mia cara, le tengo nel debito conto. Io,” disse posando il bicchiere sulla scrivania e avvicinandosi “Conosco il tuo valore.” Aggiunse toccandole una spalla.

“So che sei un’eccellente reporter. Una donna di spirito.

Ma mia cara, hai un piccolo difetto: sei umana…” la minacciò, sollevando la mano dalla spalla alla gola e stringendo piano. Quel tanto che bastava a renderle difficoltosa la respirazione senza farla affannare.

“E si sa,” continuò portando il suo orecchio alla portata della sua bocca “Gli esseri umani sono così fragili…” sussurrò le ultime parole così che nessun altro avrebbe potuto sentirle.

“Mi sta minacciando?”

“Ne ho forse bisogno?”

L’istante di silenzio seguì e passò. Rimase senza risposta.

“Perché?”

“Tutto qua? Una proposizione articolata?

A questo si riduce il tuo grande ingresso, il tuo bel discorso, la tua eloquenza?

Che n’è stato della tua capacità intellettiva?!”

“Non cerchi di fare il furbo con me!

Perché mi ha congelato gli acconti bancari? Non ne aveva motivo”

La risata, fastidiosa, inopportuna, assolutamente autentica risata di Lionel Luthor echeggiò nella saletta.

“Mia cara! Non centro nulla con questo tuo problema! Non è il mio stile!

Io, se mi occupo di una questione, la risolvo.

Definitivamente.”

“Non è stato lei?” gli occhi di Clohe si restrinsero.

Era, per quanto un Luthor potesse sembrarlo, sincero.

“No”

Rispose una voce. Virile e forte.

“Sono stato IO”

E una figura emerse dall’ombra.

 

 

“Lex!

Davvero sei stato tu?” Lionel pareva compiaciuto, ma spiazzato.

“Papà. Si, sono stato io”

“Lex” ripetè Clohe. Parlando per la prima volta da che era entrato nella camera.

“E si suppone anche che io sappia per quale motivo?”

“Ah, miss Sullivan, molto male! Mio padre le ha consigliato di esercitare la sua capacità retorica e io non posso che essere d’accordo!

Ha aggiunto qualche parola ma il senso è rimasto miseramente lo stesso.

Provi a sfruttare le sue capacità intellettive di cui ho sentito tanto parlare.”

Lex sorrise. Lui, Clohe riusciva senza difficoltà a intuirlo, poteva uccidere sorridendo.

E non volle interrogarsi su quanto la realtà poteva discostarsi dalla metafora.

“Che vuole da me Mr Luthor?”

Si voltarono entrambi verso di lei, irridendola.

“Ma che carini. Junior e senior. È così che volete che vi distingua?”

“Questa conversazione non mi interessa.” proclamò Lionel, con enfasi, guadagnando l’uscita. “Del resto ne abbiamo già avuta una quasi identica, noi due.”

Si concesse un ultimo momento prima di chiudersi la porta dietro di sé.

“Lex… figliolo, non me la maltrattare…”

Quando Lex fu sicuro che i passi di suo padre si fossero sufficientemente allontanati, le voltò le spalle e semplicemente uscì.

“Seguimi” le intimò dal corridoio, lasciandola furente e allibita.

 

“E’ un piacere constatare che la tua educazione sia svanita insieme ai miei soldi!”

Esclamò Clohe, entrando nello studio di Lex, per il gusto della polemica.

“Sei una mia dipendente ora.” replicò lui, versandosi da bere, senza offrirgliene.

“Non ho firmato contratti. E non mi piace quella parola.”

“Ah, capisco… tu non sei come questi nostri… striscianti sottoposti… si, credo sia il termine esatto.”

“Giochiamo a carte scoperte Lex. Tuo padre almeno questo l’ha fatto da subito.”

“No, non è vero. E lo sai.”

Si sedete all’ampia scrivania sulla poltrona dallo schienale reclinabile.

“Mio padre ti ha convinto a lavorare sulle tracce di Clark in un momento nel quale eri veramente furiosa con lui e non pensavi ad altro che a vendicarti.

Dopo, non ti ha più dato modo di tirartene fuori.”

“Sembra che tu abbia avuto il tuo bel da fare per scoprire tutti questi dettagli. Da quanto lo sai?”

“E’ rilevante? E poi, suvvia miss Sullivan, non mi deluda! Crede davvero che possa accadere qualcosa che riguardi mio padre che io non sappia?”

Clohe si sedette senza essere invitata a farlo

“Ti sto offrendo quella possibilità! Quella che lui non ti ha concesso.

Lavora per me. E ti proteggerò io.”

“Da Lionel?”

“Da tutti. Il mondo è pieno di cose brutte e cattive là fuori Clohe.”

“Già. E tu sei una di quelle”

Si alzò, intenzionatissima ad andarsene.

“Ma almeno puoi guardarmi bene in faccia.” La trattenne lui.

Fu quello che le fece cambiare idea. Quella frase.

Che la fece risedere e ascoltare quanto lui aveva da offrirle.

Fu quando lui aggiunse, “Non fingerò mai di essere chi non sono con te.”

 

“Mi stai offrendo la possibilità di liberarmi di Lionel? In che modo?”

“No, non mi fraintendere! E non essere ingenua!

Non ci si può liberare di Lionel.

E non posso offrirti una possibilità che io stesso cerco da tutta la vita!

Farò solo in modo che non ti infastidisca Clohe. Ti terrò al sicuro.

E tu in cambio mi dirai tutto ciò che sai sui Kent  e sull’adozione di Clark. E tutto ciò che riuscirai a scoprire su di lui.”

“Credevo che foste amici.” commentò Clohe, con un po’ di imbarazzante tristezza.

“E lo siamo. Ma Clark ha un segreto. E voglio sapere qual è.”

“Già. E una volta saputo poi lo sfutterai a tuo vantaggio! E hai il coraggio di dire che siete amici?”

“E tu? Non hai forse il mio stesso coraggio? Non sei anche tu *amica* di Clark?”

Clohe abbassò gli occhi, incapace, stavolta, di tenerli fissi nei suoi.

“Vedi. siamo tutti amici tra noi!

Non hai nulla da temere. Nulla per cui essere recalcitrante.

Non ti resta che accettare.

Riavrai accesso ai tuoi conti a lavoro finito!”

“Von mi lasci scelta.”

“C’è sempre una scelta. Ma non sempre è appetibile.”

Sorrise di nuovo. Quell’incurvarsi di labbra morbide…

“E con Lionel?” gli chiese alzandosi, pronta per andarsene, guidare fino a casa e buttarsi, per quella sera almeno, quei ricatti alle spalle.

“Ciò che fai per mio padre, o con mio padre, non ha nulla a che vedere con cio che farai per me.”

“Abbiamo parlato solo poche volte Lex. Ma non avevo mai notato questa tendenza al sottointeso.”

Lex, per quantò potè, simulò un’espressione stupita che Clohe ignorò.

“Che tu abbia dato o no un doppio senso a quella frase, io l’ho avvertito. Ed è ridicolo!

Non ci saranno in nessuna circostanza, mai, contatti fisici tra noi. Di nessun senso.

E certamente non ci sono stati e non ci saranno con quell’essere ripugnante di tuo padre!”

Lo disse senza respirare tra una parola e l’altra e affannò leggermente, ma si contenne, alla fine. “Perciò risparmiami le allusioni e non venir meno alla tua parola.

È l’unico motivo per cui accetto.”

“La mia parola di proteggerti?”

“La tua parola di non fingere di essere chi non sei, con me.”

Lex la valutò da capo a piedi e poi fece un impercettibile sorriso.

“Non posso impedirgli di servirsi di te.

Ma posso fare in modo che non ti faccia del male.”

“Ma non aspettarti ringraziamenti.

Tuo padre è ignobile, ma tu ti affanni fin troppo per sembrare diverso agli occhi degli altri!

Quando in realtà un Luthor è e resta sempre un Luthor.”

“Brava. È questo il nocciolo.

Buon sangue non mente.”

Le rispose lui con sintetica e controllata disillusione, mentre Clohe usciva.

Senza realmente curarsi di farle udire quella risposta.