DISCLAIMER: Questa storia è di pura fiction e non intende alludere agli orientamenti sessuali, o alla vita privata dei protagonisti.

Un grazie speciale alla mia Lisie, per la bellissima grafica. E per un mucchio di altre cose...


Whenever your memory feeds my soul,
whatever got broken becomes whole
Whenever I'm filled with doubts
that we will be together

Sting - ‘Whenever I Say Your Name’


Whenever I breath



C’erano mattine in cui non riusciva nemmeno ad aprire gli occhi.
Mattine in cui la sveglia squillava ricordandogli impegni improrogabili, filming, premiere, conferenze stampa, junkets.
Altre in cui si ricordava di essere solo in una camera d’albergo, costretto ad abituare i suoi bioritmi di mese in mese a un nuovo fuso orario.
C’erano mattine, poche in verità soprattutto nell’ultimo anno e mezzo, in cui poteva riconoscere qualche oggetto familiare, il suo letto, il suo comodino, in un unico scorcio pigro il resto della sua camera. E sentirsi a casa.
E poi c’erano mattine in cui svegliandosi per primo, poteva trovarsi il corpo di Viggo sul suo. Il capo posato nella curva soffice di una spalla. Le mani chiuse in una carezza inconsapevole sulla sua schiena. Le gambe intrecciate in un intricato groviglio.
Si, decisamente le ultime erano quelle che preferiva.
Mattine come questa.
In cui guardandolo l’avrebbe trovato con gli occhi chiusi, il profilo di un sorriso sulle guance ruvide di barba. Il corpo nudo. Il petto solido. Le mani grandi. In cui avrebbe allungato un braccio, ancora nel dormiveglia e si sarebbe stretto ancora di più contro di lui.
E Viggo avrebbe finto di dormire ancora, pur di lasciarsi carezzare e sorprendere e baciare e godersi quelle piccole tenerezze. Quel modo unico e privato di darsi il buongiorno. Di ricordare una calda, confortante routine.

Si, mattine come questa.

Orlando si stiracchiò pigramente, senza muoversi troppo sotto le lenzuola.
Portandosi le mani sulla bocca e sopprimendo uno sbadiglio. Strofinò il viso sul cuscino, voltandosi verso l’altro lato del letto automaticamente. Gli occhi ancora chiusi. E muovendo la sua mano come se fosse un unico, enorme ragno animato in direzione dei fianchi di Viggo.
Un sorriso da gatto gli si dipinse sul viso pregustando il momento in cui avrebbe sentito il corpo caldo di Viggo sotto le sue dita. Amava i contrasti del suo uomo. La luminosità dello sguardo cangiante e l’asprezza degli zigomi. La morbida piega della bocca e l’irregolare cicatrice che gli tagliava il labbro superiore. La solidità delle sue spalle, del suo petto, l’arrogante virilità dei suoi tatuaggi e l’eleganza con cui era capace di muoversi. Le esperienze di vita e le profondità della sua mente.
Si, amava il suo uomo.
Arcuò la mano, ruotò i fianchi, spostò il peso. Aprì gli occhi.
Dove cazzo era Viggo?

***

“Ehy old man…”
Orlando salutò Viggo, trovandolo esattamente dove pensava che sarebbe stato. A dipingere nel suo studio.
“Ehy kid” gli rispose lui con dolcezza senza alzare gli occhi dal dipinto.
Viggo aveva dimenticato i pennelli e dipingeva direttamente usando le dita.
Orlando l’aveva visto, in altre occasioni, spremere i tubetti di colore direttamente sulla tela e stemperarli con i polpastrelli. O addirittura con il manico di legno del pennello, usandolo al contrario, come se non avesse le setole.
“Vig…”
“Lo so.” lo interruppe l’altro. “Avevi altri piani per la prima mattina che ci svegliamo nello stesso letto da mesi. Ma dovevo Orlando. Stamattina quando ho aperto gli occhi mi sono accorto che dovevo dipingere. Dovevo. Scusami.”
“Inconvenienti di scopare con un artista. Non sai mai quando lo coglie l’ispirazione…”
Era vero. Viggo doveva essere in uno stato di frenesia creativa. Perché aveva indossato un paio di jeans lisi e dimenticato la praticità. Sporcandosi il petto nudo, le mani, il tappeto e tutto ciò che aveva o avrebbe toccato.
L’odore della vernice era pungente. Era familiare. Era Viggo.
“Bhe, almeno adesso potresti venire qui a darmi un bacio. E poi un blowjob. Sai, per tirarmi su…” disse Orlando appoggiandosi allo stipite. E incrociando le braccia sul petto. Fischiando, per attirare la sua attenzione. “Viggo, ti sto parlando.” Puntualizzò piccato.
Quasi geloso.
Geloso di una tela, un paio di colori e del genio.
Doveva essere proprio fottuto se iniziava a ingelosirsi degli oggetti inanimati…
“Si, ho sentito. Coming, kiss, blowjobs. Mmm… non sono sicuro che questo sia l’ordine giusto…”
“Wanker!” esclamò Orlando senza potersi impedire di ridere.
E Viggo si voltò. E per un solo momento, come sempre quando lo vedeva, Orlando si sentì molto vulnerabile, stupito, eccitato, innamorato, colmo di tenerezza. Ebbro di quella miscela insensata di sentimenti.
Infatti non si accorse della velocità con cui Viggo si spostò. Era là. Di fronte a lui, davanti alla tela. E ora qui. Con le braccia poggiate ai lati dello stipite, imprigionandolo tra avambracci e pettorali.
Un ottimo posto in cui stare… dovette ammettere Orlando a bocca chiusa, ingoiando emozioni e parole in un sol colpo. Dimenticando coerenza e pensieri quando Viggo si chinò su di lui e lo baciò senza toccarlo. Per non macchiarlo di vernice.
Solo labbra, denti e lingua.
“Oggi è un buon giorno.” Gli disse poi Viggo, con il suo consueto criptico modo di comunicare le sue emozioni.

È un buon giorno perché sei qui con me…

E dimenticandosi poi di non volerlo sporcare gli afferrò il mento e gli chiuse l’altra mano attorno alla schiena, baciandolo ancora. E meglio. E più a lungo.
Lasciandolo proprio mentre Orlando gli slacciava il bottone della cintura, con tutta l’intenzione di aprire la cerniera e scivolare con la mano dentro i suoi pantaloni. Sentendo l’ovvio gemito di protesta.
Viggo, ignorando la sua stessa erezione, gli passò le mani attorno al collo, carezzandogli col pollice il pomo di adamo, tirandogli sulla fronte ciuffi neri e stranamente lisci. Fissandolo.
Ritrovandolo con gli occhi socchiusi, la bocca atteggiata in un sorriso languido, sentendo le mani morbide, aggrappate attorno ai suoi fianchi.
“Mi sei mancato.” Gli disse Orlando, piegandosi fino a posare la bocca sulla sua spalla e mordendo senza affondare troppo i denti nella carne. Sentendo guizzare il muscolo sotto la lingua. “Mi manchi sempre quando non sei abbastanza vicino per poterti toccare” continuò, tracciando una mappa umida sul ricamo nero del suo tatuaggio.
E Viggo gli afferrò le spalle. E lo spinse contro la parete. Piegandogli il mento in una chiazza di luce.
“Non ti muovere” gli disse districandosi dalla sua presa.
Facendo avverare le peggiori paure di Orlando e tornando verso la tela.
“Non mi dirai che intendi dipingermi? Non ho la minima intenzione di restare fermo per delle ore. E poi sono nudo.” “Quando mai è stato un problema per te stare nudo per delle ore?” gli chiese Viggo, facendogli l’occhiolino e pulendosi le mani con uno straccio. “Comunque no, sta tranquillo. Non intendo dipingerti. Faccio quadri astratti. Non ritratti. E poi so che è impossibile farti stare fermo per più di cinque minuti. Ma cinque minuti mi basteranno per un clik.”
Prese la sua Canon con un obiettivo da cinquanta e mise a fuoco. E prima di dargli il tempo di muoversi, cambiare l’inclinazione del viso o anche solo respirare, scattò. Poi si mosse, cambiando angolazione, abbassandosi.
Uno, due, tre scatti.
Orlando era fotogenico, ma, soprattutto nei più recenti servizi fotografici che Viggo aveva visto, inspiegabilmente triste.
E Viggo si era accorto pochi momenti prima, mentre lo baciava, che nella sua espressione c’era la perduta vitalità, la grinta, la passione che un tempo emergeva da lui sempre.
E aveva dovuto provare a catturarla.
Artista, prima ancora che uomo.

***

“Abbiamo finito?” gli chiese poi Orlando, falsamente annoiato.
E Viggo annuì. “Si, sono abbastanza soddisfatto. Saranno foto belle, una volta sviluppate.”
“Ma non potrai mostrarle a nessuno, a meno che tu non voglia condividere la visione del mio gorgeous body con qualcun altro.”
Viggo rise. E Orlando ne approfittò per passargli le braccia sotto le spalle, abbracciandogli la schiena, aderendo alla sua carne, posandogli un bacio sulla nuca e poi sul collo.
“Sai, se vuoi continuare a dipingere possiamo restare così tutto il tempo che vuoi. Io sono in una posizione ottimale…” gli disse poi, abbassando la mano destra ancora una volta verso la cerniera dei suoi pantaloni.
“Orlando.” Lo richiamò Viggo. In piena modalità artista-concentrato.
Orlando sbuffò. “Mai che mi lasci avere il mio divertimento.”
Viggo gli invase la bocca in un bacio violento. “Avrai tutto il tuo divertimento Orlando, credimi.”
“Bhe, si old man. È anche nel tuo interesse.”
Viggo annuì. “Ma adesso devo finire questa tela. Devo. O penso che altrimenti potrei esplodere.”
“Bhe, casomai cambiassi idea, io conosco più di un modo per farti esplodere…”
“Orlando, sono serio.”
Orlando ancora una volta sbuffò.
“Non sbuffare, ascoltami. È come quando recitiamo. La sensazione di avere dentro di sé migliaia di parole da comunicare, emozioni da far rivivere. Il brivido, l’eccitazione di entrare in un’altra vita. La febbre, lo sconvolgimento emotivo che ti portano i personaggi più intensi. Lo senti?”
Afferrò tra le sue la mano di Orlando. E la posò sul suo petto. Con uno scatto di muscolosa, aitante, pura virilità.
Viggo sapeva essere così spirituale. E così erotico. Nello stesso tempo.
“Lo senti? Ho dentro quest’energia, questo fuoco…”
Era vero, Viggo bruciava. E il cuore gli batteva con l’impeto di un giaguaro selvaggio.
Sorrise tra sé Orlando a quello stupido paragone.
“Lo sento. L’ho sempre sentito Viggo.
So quanto è importante la tua arte per te. E’ solo che possiamo stare insieme sempre così poco…” sussurrò chinando la testa. Stringendosi nella sua nudità, come se avesse freddo. “Fosse per me non lascerei il letto nemmeno per mangiare.” Aggiunse poi tirando su la testa in un guizzo di finta gagliarderia. E Viggo sorrise. E decise che quella era una mattinata troppo bella per cominciare riflessioni spiacevoli sulla loro relazione.
“Il mio ragazzo insaziabile e senza pudore…” gli mormorò sulla bocca. Baciandolo e poi baciando gli zigomi, la fronte, le palpebre.
E poi ancora la bocca.

***

“Allora, perché lo fai?”
Orlando era rispuntato da una decina di minuti.
Si era fatto una doccia veloce, aveva mangiato una sostanziosa colazione, con dispiacere di Viggo si era vestito e poi finalmente era rientrato nello studio, fisicamente incapace di stargli lontano.
Portandosi dietro un cumulo di riviste in mano e un pacchetto di poc corn nell’altra. Sotto braccio, assieme a una bottiglia di coca cola aveva anche il lettore mp3. Solo guardandolo meglio Viggo si accorse che aveva un leccalecca in bocca.
Gli lanciò un’occhiataccia quando sentì il rumore della busta di snack che veniva aperta.
E Orlando sollevò gli occhi al cielo.
“Sta zitto, vecchio! Questi non croccano! Non sentirai volare una mosca.” Disse infatti, ficcandosi in bocca una manciata di poc corn.
“Perché faccio cosa?” aveva poi chiesto Viggo, ricordandosi che prima di quell’ambaradan che era stata la sua entrata, Orlando aveva fatto una domanda.
“Perché dipingi con le dita. Ti ho regalato un bellissimo e pregiato set di pennelli il natale scorso, tra le altre cose.”
“Sei infastidito dal fatto che i tuoi soldi sono andati sprecati o è solo curiosità?”
Viggo glielo chiese con il suo solito tono di pacata presa in giro, teasing.
E Orlando gli sollevò il dito medio in una sintetica risposta.
“Forse dopo.” gli disse ancora Viggo.
Ed entrambi scoppiarono a ridere.

“Vieni. Ti faccio vedere.” lo chiamò poi.
E Orlando lasciò in terra il lettore musicale e si spazzolò le mani sui jeans, dopo essersi leccato due dita.
“Cosa?”
“Volevi capire perché sto dipingendo questo quadro con le dita. Toccalo. Prendi un po’ di vernice.”
Viggo gli passò lentamente sui polpastrelli un rivoletto di vernice rosso-vino e poi gli guidò la mano sulla tela. Posizionandosi dietro di lui.
Orlando mosse le dita all’inizio incerto. E soprattutto eccitato dalla vicinanza di Viggo. Dal suo petto pressato sulla sua schiena. Dalla sua bocca a un soffio dalla sua gola.
“Prova a rilassarti. Sgombera la mente. Trasmetti con le tue dita e i tuoi segni quello che vorresti esprimere in questo momento.” Gli sussurrò Viggo in un ansito roco. “Lo senti Orlando? Non puoi non sentirlo”
E in effetti Orlando sentiva almeno un centinaio di cose tutte diverse.
La temperatura del suo corpo che iniziava a aumentare. L’erezione che iniziava a premergli nei pantaloni, la gola morbida di Viggo poggiata nell’incavo della sua spalla, il peso del suo corpo che si puntellava senza eccesso sulle sue spalle.
Chiuse gli occhi, sperando di poter allontanare qualunque genere di pensiero erotico e sentire quello che Viggo voleva sentisse.
Ma fu una pessima mossa.
Perché divenne subitaneamente consapevole del respiro di Viggo. Del calore che emanava. Della pressione delle sue dita attorno al suo bacino.
Dell’erezione che gli premeva sulle natiche.
Stette sul punto di arrendersi. Quando Viggo gli disse “Si, bravo. Hai capito.” Le sue mani avevano inziato a muoversi.
E stava disegnando una traccia vermiglia di corposa, spessa pittura. Un guizzo, una lingua di fuoco, una fiamma luminosa.
Aprì gli occhi, per guardare il volere delle sue mani. E ritrovò vista, tatto, olfatto in quella traccia. Percepì la passione subitanea dell’immediato. L’ebbrezza della creazione. La vertigine.
“Hai visto?” mormorò Viggo dietro di lui. “Con le mani, trasferisci sulla tela tutta la tua energia vitale. È come se ogni pennellata, ogni tratto di superfice, ogni impronta del polpastrello sia un pezzo della tua vita. Van Ghogh è stato uno dei primi a dipingere col retro del pennello, con le dita. Senza diluire la pittura. E infatti nelle sue opere c’è un’intensità tale da soverchiare. Una disperazione. Un grido, in quei quadri senza voce. I suoi campi di grano sembrano mari in tempesta, i suoi cieli turbinosi uragani, i suoi corvi cicatrici, i suoi alberi piegati dal vento, onde…”
Orlando annuì, senza accorgersene pienamente. Drogato dalla voce di Viggo. Ottenebrato da quell’esperienza che si poteva comprendere appieno solo avendo la sensibilità necessaria.
In fondo era solo uno sgraffio su un pezzo di stoffa.
E per chi sapeva cosa guardare c’era dentro tutto il mondo.
“Viggo…” mormorò, girandosi nel cerchio delle sue braccia e afferrandogli il collo incurante di macchiarlo in una mossa speculare a quella dell’altro poche ore prima, per portargli la bocca sulla sua. “Adesso mi devi proprio scopare!
E Viggo rise. E gli strinse la mano tra le sue per portarlo nella loro camera. “No.” Disse Orlando, fermandolo. “Qui. Davanti alla tela. Voglio che il quadro ci guardi.”
Viggo annuì, soffiando baci, parole e respiri sulla sua bocca. “Perché?”
Orlando inclinò la testa, lasciando che ciuffi scuri rovinassero il suo profilo. “Sembra che viva. Che respiri.” “Non è compiuto. È come in attesa di nascere.” Confermò Viggo, iniziando lentamente a slacciarsi i jeans con una sola mano. Per non smettere di toccarlo.
“E’ quello che provi quando mi guardi, vero? È per questo che l’hai iniziato questa mattina…”
Viggo scosse il capo “Pensi che metterei l’amore he ho per te in un quadro?”
“No?”
Viggo sorrise, baciandogli fronte, zigomi e tempie. “Metto l’amore che ho per te in ogni respiro…”
“Davvero?” Orlando sorrise, stupito e quasi incredulo. “E dimmi, ti basterà per tutta la vita?”
E Viggo staccò le mani da lui. E lo fissò con i suoi piccoli, cristallini occhi da gatto soriano.
E mai come in quell’istante a Orlando sembrò quasi ultraterreno, immateriale, incorporeo, astratto come i suoi quadri.
“Oltre. La vita e oltre, ragazzino.” Gli disse.
Lessero entrambi un tempo molto, molto lungo in quel giuramento.

Fine