BORGES



Finché dura il rimorso
Dura la colpa

-Elogio dell’ombra-J.L.Borges-



1898 – Borsa-Romania

Accecato.
Dalla rabbia.
Pazzo di dolore.
Voleva la zingara.
Voleva quella maledetta strega.
Avrebbe dovuto uccidere tutta la gente di quella ragazzetta. La più amata della sua tribù.
Molto bella. E molto stupida
Ma non l’aveva fatto. E ora ne pagava le conseguenze.
Lo stavano maledicendo.
Lo contaminavano.
Avvelenavano la sua rifulgente aura oscura con l’odore dei loro incantesimi.
Lo infestavano con un corpo estraneo che strisciava faticosamente nel suo essere.
Un corpo che prendeva vigore.
Che s’insinuava sotto le sue spoglie come una mano candida sotto un vestito.
Gridò.
Che cosa gli facevano?
Il panico.
L’odore dei sentimenti che aveva sempre disprezzato.
Che aveva sempre annusato addosso a Spike.
Sembravano invaderlo.
Perdeva il controllo.
Qualcosa dall’ombra portava con se una luce.
Una luce spaventosa.
Così accecante. Calda. Pericolosa.
Per l’inferno così accecante!
Non vedeva. Era al buio. Quella maledetta luce l’aveva accecato.
Chi erano?
Chi gridava?
Perché quello strazio?
Non poteva più muoversi. Non poteva più flettere gli arti. E correre più veloce.
Per squartare la vecchia. E gioire del sangue che sarebbe scorso sul terreno umido della pioggia di poche ore prima.
Ma non vedeva.
Non sapeva se si stava muovendo.
Pioveva di nuovo?
O forse erano lacrime?
Dolore, dolore.
-doloredoloredolore-
Lancinante. Feroce. Come il suo ringhio.
Che gli artigliava il petto. Gli impediva il ragionamento.
Lui sempre così lucido!
E poi grida. Altre grida. Solo grida.
Grida strazianti.
Voci. Sussurri. Sospiri. Nenie.
Parole.
Incantesimi.
Era vicino.
Sentiva il fango sotto le scarpe.
Sentiva i versi della zingara.
Avrebbe perfino potuto riconoscere l’incantesimo.
Se solo avesse avuto un momento.
Una tregua.
Se solo non avesse fatto così male.
Doveva ucciderla. Doveva ucciderla.
Ucciderla!
Uccidere chi?
Doveva ucciderla. Uccidere la vecchia. Ucciderla.
Uccidere. Doveva uccidere.
Doveva uccidere?
Ma chi era? Dov’era?
Perché quel buio. Non vedeva.
Freddo. Perché tutto era così gelato?
Perché lui stesso sembrava così freddo?
Era morto. Come morto.
Dolore. Così acuto. A sbalzi.
Si tenne la testa con le mani.
Vi prego. Aiutatemi
La vecchia. Sentiva l’odore della vecchia. Era vicino.
Niente lo separava. Un niente. Pochi passi.
Sentiva le parole. Distingueva i respiri.
Contava i battiti.
Tra poco quel cuore avrebbe battuto tra le sue mani. Tra poco avrebbe serrato le dita sul collo rugoso e avrebbe gettato in pasto il suo corpo fatto a pezzi ai cani.
Pochi metri, pochi metri.
Ancora qualche passo.
Cadde.
Che succede?
Urla, urla, ancora urla.
O sono io ad urlare?
Non ricordo! Perché sto correndo?
Qualcuno m’insegue.
La radura, vedo la radura.
In mezzo, tra le fronde.
Nascondermi, al sicuro.
Nascondermi.
Dolore. Grida. Qualcuno mi stringe il petto.
Non posso più respirare soffoco, non respiro.
Ma sto correndo sono in piedi.
Sono dentro la radura.
Mi chino. Qualcosa mi sbatte sulla spalla- un ramo. Un uomo? Non lo so.
Perché mi stanno facendo questo?
Che cosa ho fatto?
Ho ucciso?
Mio dio ho ucciso?
Ho ucciso.
Vedo una luce.
Un fuoco.
Vedo un uomo. È in piedi. Mi vede. Mi sta fissando.
Dolore.doloredoloredolore.
Mi stringo la testa rabbiosamente.
Cosa mi succede?
Sangue. Voglio il sangue di quella strega sulla mani. Voglio il suo collo fra le dita. E il corpo di sua figlia da torturare!
Voglio triturare la sua gente.
Voglio che rimanga la polvere che lascerò di loro.
I loro stracci.
Le macerie dei loro accampamenti.
Grida. Gridagridagrida.
Chi sta gridando?
No, niente dolore. Niente male.
Non voglio far del male.
L’uomo è lì, mi fissa ancora.
Non distoglie lo sguardo.
Non ha paura. Non gli faccio schifo.
Eppure sono in ginocchio. Striscio tra il fango.
Non ho la forza di camminare.
Sento che sto piangendo.
Non mi ricordo
“Fa male?”
Mi chiede.
Annuisco.
“Bene. Farà più male. Tutti quelli che hai ferito. Tutti quelli che hai ucciso.”
Ucciso?
Ho ucciso?
Uccisouccisoucciso.
No!
Grido, grido nella mia testa.
Ma fuori non sento urla.
Sono immobile.
E guardo quest’uomo.
Che mi disprezza.
Mentre i versi stanno finendo.
Lo sento.
La voce della vecchia si affievolisce.
Devo fermarla.
Devo avere il suo sangue.
No.
Nonono.
“Ucciso? Io ho ucciso?” chiedo.
Sono disperato.
“Hai fatto di peggio!”
Trovo la forza di sollevarmi sulle ginocchia. Poi in piedi.
Mi asciugo gli occhi.
Non voglio piangere di fronte a quest’uomo.
“Non mi ricordo” gemo.
Non capisco.
“Ricorderai ogni cosa. Ogni tua vittima. I loro volti ti perseguiteranno in eterno. Porterai sempre con te la loro memoria. Il loro ultimo sospiro. Il loro modo di morire, le loro ultime parole. Maledizioni e preghiere. Come quelle di nostra figlia. Che tu non hai ascoltato. E soffr…”
L’uomo non fa in tempo a finire.
In un impeto di lucidità gli ho afferrato il collo.
Lo guardo. Al di sopra della mia testa. Penzolare come fosse un fantoccio…
Lo guardo ma non sento la forza nelle mani… i muscoli tesi, la fatica. Non sento niente.
Chi gli sta facendo questo?
A cosa sto assistendo?
Io. Io lo sto facendo. Le mie mani.
Io.
Io?
Dice qualcosa l’uomo. Geme. Soffoca ma tenta ancora di scagliare le sue infinite maledizioni contro di me…
Non posso sopportarlo!
“Marcirai… all’inferno. Su questa terra.” Mi dice.
Ha ragione.
Marcirò all’inferno su questa terra.
E tu invece finirai in pasto a cani, porci e avvoltoi!
A chi di noi due andrà peggio, eh brav’uomo?
Rido.
Sentendomi, per l’ultimo folgorante istante, invincibile.
Eppure lo so. Questo è l’inizio della mia debolezza…
Muore. Con un lungo lamento. Mentre sento il dolore scemare.
Ma la vecchia continua con le sue litanie.
Percepisco il suo lento vocio.
-zittazittazitta-
“Zittitela!”
Urlo.
Mi tengo la testa.
Sento i versi interrompesi, il dolore sordo ricominciare e poi affievolirsi.
La vecchia si è fermata.
Ha capito.
È riuscita a finire quello che ha cominciato.
Lei sa.
Sta per morire.
E io non morirò.
Ma ha vinto.
Perché marcirò all’inferno su questa terra?
“E’ finita”
Qual è il suo nome?
E il mio?
Non ricordo più il mio nome! Dio, diavoli dell’inferno, sono impazzito?
Afferro un ceppo dal fuoco del campo. Ne sento il vivifico calore.
Sento che potrebbe distruggermi.
E per un attimo ne sono tentato. Come da un’amante. Come da una vergine. Come dal sangue gorgogliante nella gola durante un buon pasto.
Potrei rivolgerlo verso di me. lasciarmi lambire.
Mi purificherebbe?
Un’attimo. Nella mia mano. L’attimo dopo in ceppo sta roteando nell’aria.
Sento l’impatto contro il telo. Gli sterpi, la tenda. La carne di quella vecchia puttana.
Tutto.
Tutto diventerà cenere.
E io ci sputerò sopra.
Cenere.
Tutto diventerà cenere?
Cenere?
Anch’io, diventerò cenere?
Morto. Sono già morto. E ho ucciso.
E lei mi sta uccidendo. E io sono come lei.
E mille volte peggio…
Devo salutarla. Devo rendere i miei omaggi a quella vecchia baldracca della morte adesso che verrà a prendersi l’anima di quella sporca zingara!
Entro nella tenda barcollando. Sono stordito.
Ma non ho più paura. Non ho mai avuto paura.
Mai dimostrare la propria debolezza…
Non mi fai paura morte. Non ti appartengo.
Io sono solo di me stesso!
Morte? Passerà la morte di qui?
Bisogna rispettare la morte.
La morte portatrice di quiete…
Potrei vederle il volto?
“Lascia che ti veda il volto, vecchia…”
Vedo la terra bruciare insieme ai resti del tendaggio.
E vedo il corpo atrocemente disseccato della donna giacere ai miei piedi.
Non c’è compassione in me.
E lei ancora una volta lo sa.
Sa che sta morendo.
Mi dice qualcosa.
Nella sua lingua.
Non sento bene. La voce è flebile.
Mi chino.
Mormora qualcosa al mio orecchio.
“Strigoi…” *
Vampiro? Sono un vampiro…
Si. Sono un vampiro.
Cosa sta dicendo?
La vecchia non la smette di parlare. Perché non mi lascia in pace?
Voglio solo rannicchiarmi nel buio.
Zitta!
Non vedi che deve arrivare la morte?
Non sai che quando arriva deve essere tutto silenzio e quiete?
-cosavuoicosavuoicosavuoi-
Perché non mi lasci in pace?
“Angelus” Mi chiama.
E qualcosa dentro di me ruggisce.
Chiudiamo il sipario.
“E così sia”
Mormoro.
Spezzandole il collo.


Fine




* Le mie conoscenze di rumeno sono pari a zero, ma sto citando liberamente da 'La donna in catene' di Franca Bersanetti.