Fratelli

 


“Di tutti i guerrieri con cui ho combattuto, tuo figlio è stato il più valoroso.”
Disse Achille alla figura piegata sulle ginocchia, davanti a lui.
Prostrato, Priamo gli aveva baciato le mani, inginocchiandoglisi di fronte: lui, l’uomo che aveva ucciso suo figlio, il suo erede, tutte le sue speranze… -io ho amato quel mio giovane ragazzo dal primo momento in cui i suoi occhi si sono aperti, fino a quando tu glieli hai chiusi-
Queste erano state le parole…
Achille credeva di sentirle ancora rimbombare nel suo cervello…
Per questo non aveva sostenuto lo sguardo di quel padre. E si era voltato, verso l’ingresso della sua tenda da campo.
Quell’uomo che implorava con la dignità di un Re.
Quell’uomo che aveva avuto l’ardire di raggiungerlo presso l’accampamento dei Greci, rischiando la morte, per riavere il corpo di suo figlio Ettore e destinargli una sepoltura onorevole.
“Tu ed io domani saremo ancora nemici. Questo non cambierà niente.” Gli aveva detto, senza guardare. “Noi siamo nemici ancora adesso!” si era sentito rispondere “Ma anche tra nemici può essere riconosciuta la compassione…”

Aveva detto qualcosa…
Non ricordava esattamente. Gli aveva detto di raggiungerlo fuori, dopo qualche momento…
Gli aveva detto che le funzioni funebri di Ettore sarebbero durate i giorni della tradizione…
E poi che altro?
Aveva aggiunto qualcosa? Aveva chiesto perdono?
Naturalmente no.
Lui era Achille. Il guerriero amato dagli Dei. Lui non chiedeva perdono di niente.
Uccidere era il suo solo talento. La sua maledizione.
L’immortalità. Ecco cosa voleva. Per cosa combatteva.
L’immortalità valeva tutto quello.
Valeva il sangue. Valeva il dolore fisico. Valeva la pena che gli squarciava il petto alla vista di quel vecchio uomo e dell’amore che portava negli occhi.
Lui era potente.
E non aveva remore, non aveva pentimenti. Achille non aveva altro interesse che raggiungere il suo obbiettivo. Achille voleva essere ricordato, voleva che il suo nome durasse più della pietra scolpita delle statue di Agamennone.
Achille, forse, voleva essere un Dio.
Non soffriva. Non soffriva. Non soffriva dannazione!
E allora perché alla vista di quel corpo straziato e ricoperto dalla polvere non aveva saputo far altro che inginocchiarsi, senza forze?
Aveva appena avuto il coraggio di sollevare i lembi che ricoprivano il cadavere di Ettore.
Il cadavere di un uomo valoroso, ridotto a un ammasso sanguinante. Sporco di terra.
Achille non detestava i troiani. Ne voleva la loro terra. Non aveva un motivo per essere lì, su quella spiaggia. Achille non amava nemmeno il suo Re dei Re.
Ma era stato detto che quella sarebbe stata la battaglia più grande che la storia avrebbe mai conosciuto. E allora Achille era partito. Sapendo che sarebbe morto.
Perché, come aveva predetto sua madre, la sua gloria era fatalmente legata alla sua mortalità. E ancora una volta ad Achille non era importato.
Ricordava ancora di essere stato il primo a portare la nave sulla spiaggia di Troia.
“L’immortalità, oltre quella collina, prendetela. È vostra!”
Aveva gridato ai suoi uomini.
Ed era davvero l’unica cosa che voleva.
Sarebbe tornato a casa...
Ma Ettore aveva ucciso Patroclo.
E allora Achille aveva ucciso Ettore.
Ed era giusto. Era giusto. Si era vendicato. Ettore doveva morire. Doveva morire.
Ma da quando era diventato così difficile guardare il corpo di uno dei suoi avversari?
Ettore non era una vittima. Ettore sapeva che sarebbe morto uscendo dalle mura di Troia per andare ad affrontarlo. Così come sapeva che la resistenza della città si basava sulla sua vita.
Per questo era stato così certo che non avrebbero vinto…
Ettore si era battuto. E Achille non aveva mai incontrato un altro uomo capace di resistere ai suoi assalti. Ma Achille era pur sempre il figlio di un dio…
“Coraggio rialzati Principe Troiano! Una pietra non si prenderà la mia gloria!”
Aveva detto quando l’aveva visto inciampare e cadere.
Achille non si pentiva. Non doveva sentire dolore. Non doveva!
Eppure le lacrime gli annebbiavano la vista. E lo sconforto gli ottenebrava il cuore.
E il dolore. Il dolore lo sentiva. E sembrava soverchiarlo.
Si chinò, Achille. Il capo sul petto del suo fratello di guerra.
“Ci rincontreremo.”
Aveva detto rialzandosi.
Achille era il guerriero invincibile, immerso nelle acque dello Stige.
Achille non piangeva.
Si asciugò le lacrime con un gesto di stizza.
E guardò un’ultima volta Ettore, sporco, con gli occhi semiaperti.
“Ci rincontreremo presto. Fratello mio.”

THE END